Quel copilota senza il padre

di Glauco Maria Genga, culturacattolica.it, 10 aprile 2015

«Qui beatum nuntium non perfert recedat»
«Chi non reca una buona notizia torni indietro»: così si legge sulla facciata di una villetta in Città Studi, a Milano. Un’iscrizione singolare, esibita dai residenti a mo’ di difesa. Ma non basta! Vorremmo affidarci a qualche certezza più solida di un auspicio dal sapore scaramantico, senza considerare che oggi le cattive notizie arrivano dal web, cui siamo sempre connessi. Come distinguere le buone dalle cattive notizie? E che c’entra questo con la strage attuata dal copilota che definisco “senza il padre”, anche se il papà l’aveva? C’entra. Qualcuno ha perfino scomodato Amleto: «C’è del marcio nelle parole e non è la Danimarca…». (1) A ciascuno, dunque, il compito di orientarsi con prudenza nella ridda di frasi lette o udite in questi giorni. Per parte mia, mi atterrò alla versione finora più accreditata dai media, tralasciando altri scenari, terribili e fantasiosi, che sono stati affacciati.

La vignetta di Altan e il commento di Contri

Altan ha scritto: «In fondo è tutto più semplice di quello che temiamo». (2) E G. B. Contri l’ha subito citato sul suo blog, aggiungendo questo commento: «Che cosa ha fatto il copilota dell’Airbus? Ha trattato i passeggeri fisicamente raggruppati o assemblati nell’aereo come nient’altro che un insieme matematico (“niente di personale”). Non è una novità: in guerra la parola “nemico” non è davvero esatta, i tali cui sto sparando non sono miei nemici (neppure li conosco), sono oggetti del tiro a segno cui sono associato, la loro similitudine con me è quella di sagome, sono un gruppo assemblato come un insieme matematico (…) Quel copilota ha operato un passaggio personale, ossia ha fatto passare la ragion matematica a ragion pratica, etica: questa operazione è tradizionalmente nota come “conversione”, che è conversione del pensiero come dice il suo corrispettivo greco antico, metà-noia.» (3)
Una simile conversione, tutta all’incontrario di come la si intende di solito, merita attenzione. Nella normalità psichica (normalità è parola da usare senza virgolette: o la si ammette come possibile e a volte reale, o è da ricusare tout-court), pensieri e affetti non conducono mai a considerare gli altri alla stregua di pure sagome da colpire.
Nel narcisismo, invece, pensieri e affetti si volgono all’incontrario. E giustamente Freud ha definito il suicidio un caso di omicidio rivolto contro se stessi. (4)

Segue qui:

http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=516&id_n=37094

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