Contributi – Richard Sennett dentro la corrosione del legame sociale

«L’essere umano ha una caratteristica che spesso rimuove: è un animale portato a muoversi e spostarsi per vivere insieme ai suoi simili. Chi respinge i migranti dimentica questa propensione sociale della natura umana, rimuovendo così il fatto che discende lui stesso da altri migranti». Parla il sociologo statunitense

di Riccardo Mazzeo, ilmanifesto.info, 29 giugno 2015

Richard Sen­nett è stato recen­te­mente ospite del Pre­mio Heming­way, giunto alla tren­tu­ne­sima edi­zione, per la sezione “Avven­tura del Pen­siero” a Lignano Sab­bia­doro, una sorta di anti­ci­pa­zione di «Por­de­no­ne­legge». È un uomo molto gen­tile e riser­vato, que­sto socio­logo set­tan­ta­duenne carat­te­riz­zato da una schiera di ammi­ra­tori che in tutto il mondo atten­dono ogni volta con ansia che esca un suo nuovo libro. Forse per­ché cen­tel­lina i suoi volumi, visto che il terzo libro del suo pro­getto «Homo faber», una tri­lo­gia ini­ziata nel 2008 con L’uomo arti­giano e pro­se­guita nel 2012 con Insieme. Rituali, pia­ceri, poli­ti­che della col­la­bo­ra­zione (entrambi pub­bli­cati da Fel­tri­nelli), si con­clu­derà forse nel 2016 con il libro sulle città e ha avuto una sola inter­pun­zione, un pic­colo libro tito­latoLo stra­niero pub­bli­cato sem­pre da Fel­tri­nelli. O forse per­ché nei suoi libri, mai sem­plici, si ritrova l’arte dell’artigiano che rac­co­manda e di cui è mae­stro: forma e rigore rav­vi­vati da qual­che con­trap­punto di iro­nia che non scon­fina però nella bru­ta­lità o nella risata beffarda. Si per­ce­pi­sce dal suo stile un amore pro­fondo per l’«umano». E tra­spare anche dalla sua rilut­tanza a rila­sciare inter­vi­ste fret­to­lose: par­lare dei destini del mondo in due minuti è irri­spet­toso non solo per chi è chia­mato a farlo dall’alto del suo magi­stero ma anche per i lettori.

Nei suoi libri si è molto dilun­gato sulle carat­te­ri­sti­che del «nuovo capi­ta­li­smo», met­ten­done in evi­denza il loro lato oscuro…

Il nuovo capi­ta­li­smo ha sman­tel­lato le isti­tu­zioni e ha tra­sfor­mato le car­riere in meri lavori. Le car­riere di un tempo richie­de­vano un impe­gno con­ti­nua­tivo sia nella costru­zione di un cor­redo di com­pe­tenze indi­vi­duali, affi­da­bili, salde, sia nella tes­si­tura di un insieme di rela­zioni sia ver­ti­cali sia orizzontali. Negli anni Ses­santa e Set­tanta la nego­zia­zione fra diri­genti e mano­do­pera poteva anche essere ruvida ma alla fine si giun­geva comun­que a un accordo che con­sen­tisse di andare avanti. I qua­dri inter­medi erano a cono­scenza delle deci­sioni dei diri­genti, e la con­sa­pe­vo­lezza della rotta comune era tale da moti­vare tutti. Esi­steva anche una pro­pen­sione al soste­gno reci­proco dei lavo­ra­tori che, in caso di neces­sità, vuoi per un dramma fami­liare, vuoi per il sem­plice sci­vo­lone di un col­lega che magari si era ubria­cato, si aiu­ta­vano e si copri­vano affin­ché il lavoro pro­ce­desse e non ci fos­sero con­se­guenze serie per nes­suno. La potente indi­vi­dua­liz­za­zione del divide et impera odierno, il cre­scente potere dei mana­ger che non sanno ormai più nulla del lavoro che viene svolto e che hanno inter­rotto la comu­ni­ca­zione con i qua­dri che lo ese­guono ma che sono stati espunti da qua­lun­que potere deci­sio­nale con­giunto, la scom­parsa o l’estremo inde­bo­li­mento di strut­ture, cor­po­ra­zioni e asso­cia­zioni a difesa dei lavo­ra­tori, met­tono oggi l’uno con­tro l’altro, così come indu­cono spesso pro­prio le cate­go­rie di lavo­ra­tori più svan­tag­giate a guar­dare con sospetto o con odio agli immi­grati che potreb­bero rubare il posto a chi ce l’ha e non sa se e fino a quando potrà conservarlo.

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