Contributi – Frankenstein reloaded

Il Golem era ritenuto incapace di pensare, di parlare e di provare qualsiasi tipo di emozione perché privo di un’anima rivo di un’anima che nessuna magia fatta dall’uomo sarebbe stata in grado di fornirgli

di Raffaele K. Salinari, ilmanifesto.info, 4 luglio 2015

«Ti chiesi io, Crea­tore, dall’argilla di crearmi uomo, ti chiesi io dall’oscurità di pro­muo­vermi…?». Così parla Adamo dopo la Caduta nei versi del Para­diso Per­duto di Mil­ton. Oggi que­sta rela­zione tra crea­tore e crea­tura torna pre­po­ten­te­mente di attua­lità, spe­cie se l’agente cau­sale della crea­zione è l’uomo stesso. È recente, infatti, la noti­zia del riu­scito tra­pianto, per la prima volta in Europa — in Inghil­terra — di un cuore espian­tato da un cada­vere, di un organo cioè cli­ni­ca­mente morto, con­sen­tito da una tec­nica di «ricon­di­zio­na­mento» dei tes­suti. Una meto­dica che apre la porta all’entrata nella vita reale di quell’archetipo dell’immortalità fisica attra­verso la rivi­ta­liz­za­zione della mate­ria orga­nica, già magi­stral­mente illu­strato dal Frank­en­stein o il moderno Pro­me­teo di Mary Shelley.

I Pro­me­tei del passato

Pro­me­teo: il Titano che rubò il fuoco dagli dei per donarlo all’umanità; da sem­pre il sim­bolo della libe­ra­zione dalla schia­vitù dell’ignoranza e l’anelito alla cono­scenza come fonte di libertà. Ma anche la meta­fora della hýbris, dell’orgoglio che vìola leggi immu­ta­bili, con la con­se­guente néme­sis, la puni­zione divina, in que­sto caso per una cono­scenza di forze supe­riori che si pos­sono rivol­tare con­tro chi non è in grado di gestirle, per­ché il livello evo­lu­tivo non è ancora in grado di disper­dere le ombre che sca­tu­ri­scono dalla loro luce. E così, prima del mostro gotico per eccel­lenza, la Crea­tura di Mary Shel­ley, altri ante­ce­denti mito­lo­gici e let­te­rari ci nar­rano della volontà dell’uomo di ricreare la vita imi­tando il suo stesso Crea­tore. Già nella Bib­bia, nel Salmo 139–16 infatti, com­pare la figura del Golem. Il ter­mine deriva pro­ba­bil­mente dalla parola ebraica gelem che signi­fica «mate­ria grezza» o «embrione», che gli Ebrei acco­mu­nano ad Adamo prima che gli fosse infusa l’anima.

Secondo la tra­di­zione caba­li­stica, dai poteri legati alla medi­ta­zione sui nomi di Dio si può fab­bri­care un Golem di argilla che può essere usato come servo. Si dice che il Golem sia stato creato attra­verso le for­mule con­te­nute nel Sefer Yetzi­rah — «Libro della for­ma­zione» o «Libro della Crea­zione» — il più impor­tante testo di rife­ri­mento dell’esoterismo ebraico risa­lente alla sapienza diAvra­ham, Abramo, che si distin­gue per l’esegesi dell’alfabeto e della cor­ri­spon­denza tra la dieci Sefi­rot e l’anatomia del corpo umano. Le Sefi­rot nella Cabala ebraica sono le dieci «ema­na­zioni» divine, cioè le moda­lità o gli «stru­menti» attra­verso cui Dio si rivela e con­ti­nua­ti­va­mente crea sia il Regno fisico che la Catena dei Reami meta­fi­sici supe­riori (Seder hish­tal­she­lus). Il Golem era rite­nuto inca­pace di pen­sare, di par­lare e di pro­vare qual­siasi tipo di emo­zione per­ché privo di un’anima che nes­suna magia fatta dall’uomo sarebbe stata in grado di for­nir­gli. Que­sto sot­tile dia­framma separa, almeno nella tra­di­zione caba­li­stica, il Crea­tore dall’uomo, inca­pace di gene­rare la coscienza di sé: ciò che distin­gue in essenza la vita supe­riore da quella inferiore.

Nelle sto­rie nar­rate da Ahi­maaz ben Pal­tiel, cro­ni­sta medie­vale del XII secolo, si narra come nel IX secolo il rab­bino Ahron di Bag­dad, sco­prisse un Golema Bene­vento: era un ragazzo cui era stata donata la vita per mezzo delle for­mule magi­che con­te­nute nel Sefer Yetzi­rah. Sem­pre alla fine del IX secolo, secondo Ahi­maaz, nella città di Oria, in Puglia, risie­de­vano dei sapienti ebrei capaci di creare il Golem. È inte­res­sante notare come le let­tere, che per la tra­di­zione caba­li­stica potreb­bero essere uti­liz­zate per creare un Golem, sono le stesse con­ser­vate nelle pic­cole Mezu­zah — con­te­ni­tori del deu­te­ro­no­mio — sim­boli di alleanza con Dio, che si tro­vano presso le porte di ingresso delle case ebraiche.

Ancora oggi, ad esem­pio nel ghetto di Vene­zia, è pos­si­bile osser­varle. La Mezu­zah viene fis­sata obli­qua, come la vita. La sua fun­zione è ren­dere coscienti dei pro­pri doveri. Per i mistici ebrei, dun­que, la vita non si illu­mina se non c’è volontà con­sa­pe­vole. I caba­li­sti dicono che solo così si può var­care Mal­khut: lasefirà ove la luce cam­bia dire­zione, pas­sando dalla discesa alla salita. In chi non ha meriti è il luogo ove si fa espe­rienza della Caduta; per chi eser­cita la retta inten­zione è invece l’inizio della tra­sfi­gu­ra­zione; evi­den­te­mente tra le rette inten­zioni non rien­tra la volontà di ricreare la vita. Tutte le leg­gende ine­renti il Golem, infatti, hanno in comune sia la volontà crea­trice dell’uomo che si vuole ele­vare a Demiurgo, sia la puni­zione divina per un’opera pro­me­teica che tra­va­lica le sue capa­cità. Non a caso la figura delGolem viene richia­mata nel romanzo della Shel­ley come ispi­ra­zione del dot­tor Frank­en­stein sia dal punto di vista dei limiti della crea­zione umana, anche laCrea­tura è appa­ren­te­mente senza anima, sia dal punto di vista della par­ti­co­la­ris­sima nemesi divina che si mani­fe­sta attra­verso l’attivazione di una oscura forma di coscienza da cui l’essere creato dall’uomo è comun­que in qual­che modo ani­mato e che fini­sce, pro­prio per que­sto, per rivol­tarsi con­tro il suo crea­tore che non lo rico­no­sce per ciò che egli sente di essere: un’entità forse non umana e tut­ta­via dotata di una con­sa­pe­vo­lezza pro­pria che vuole essere gratificata.

Tutti que­sti ele­menti sono magi­stral­mente rias­sunti nella vicenda del Golemcreato da Rabbi Loewe (1513–1609), cele­bre rab­bino in Praga, costrut­tore, secondo la leg­genda, di un poten­tis­simo essere di fango, usato come schiavo ma che, ad un certo punto, si ribella al domi­nio del suo dispo­tico crea­tore. La sto­ria narra come il Golem si rivol­tasse pro­prio per­ché non era rico­no­sciuto in lui lo «spi­rito», la sua vita equivalente. Nel XII secolo esi­steva una ver­sione della leg­genda secondo la quale, per ani­mare il Golem, veniva scritta sulla sua fronte la parola «verità», in ebraico תמא emet; quando veniva can­cel­lata la let­tera ini­ziale, l’Aleph, restava la parola «morte», תמ met, ed egli si disa­ni­mava. Un giorno il rab­bino lasciò il servo di fango da solo; arri­vata la sera il Golem trovò una sua forma di esi­stenza e libertà tra le pola­rità oppo­ste della vita e della morte. Ine­briato da que­sta nuova sen­sa­zione fuggì semi­nando panico tra gli abi­tanti del ghetto ed alla fine solo la pre­senza di un bam­bino, un essere come lui inno­cente, lo fermò. La scena finale è que­sta: il Golem si inchina dinanzi al bam­bino che, invece di can­cel­lar­gli la let­tera, acca­rezza tutta la parola, così che egli possa final­mentemorire, come un essere che ha vera­mente vissuto. Una ver­sione della leg­genda, illu­strata da Dino Bat­ta­glia e pub­bli­cato sulla rivi­sta Linus nel mag­gio del 1971, fini­sce con que­sta frase illu­mi­nate: «Chi potrà dirci cosa pen­sava Dio nel guar­dare il suo rab­bino in Praga?».

Altro essere creato dall’uomo attra­verso le arti arcane è l’Homun­cu­lus attri­buito, tra gli altri, a Para­celso, il cele­bre medico ed alchi­mi­sta sviz­zero (1493–1514), il cui vero nome era Phi­lipp Theo­ph­rast von Hohe­n­heim. Nel testo del suo De natura rerum, per la verità più pro­ba­bil­mente un testo pseu­do­pa­ra­cel­siano, tro­viamo una ricetta in pro­po­sito, che parte da uno sper­ma­to­zoo (la fonte di vita), oppor­tu­na­mente alle­vato: «Se la fonte di vita, chiusa in un’ampolla di vetro sigil­lata erme­ti­ca­mente, viene sep­pel­lita per qua­ranta giorni in letame di cavallo e oppor­tu­na­mente magne­tiz­zata, comin­cia a muo­versi e a pren­dere vita. Dopo il tempo pre­scritto assume forma e somi­glianza di essere umano, ma sarà tra­spa­rente e senza corpo fisico. Nutrito arti­fi­cial­mente con arca­num san­gui­nis homi­nis per qua­ranta set­ti­mane e man­te­nuto a tem­pe­ra­tura costante pren­derà l’aspetto di un bam­bino umano. Chia­me­remo un tale essere Homun­cu­lus, e può essere istruito ed alle­vato come ogni altro bam­bino fino all’età adulta, quando otterrà giu­di­zio ed intelletto».

Que­sta tra­sfi­gu­ra­zione gui­derà anche la crea­zione dell’Homun­cu­lus nel FaustII di Goe­the. A que­sto pro­po­sito Pie­tro Citati, nel suo Goe­the, osserva che la meta che Faust si pro­pone è la più alta meta sim­bo­lica che Goe­the abbia mai pro­po­sto agli uomini: redime e sal­vare la natura. Da notare anche in Para­celso, come poi sarà in Frank­en­stein, il rife­ri­mento alla «magne­tiz­za­zione» come forza agente della rivi­ta­liz­za­zione di sostanze orga­ni­che, che tro­viamo già nel ‘700 ad ani­mare un «falso automa» per eccel­lenza, il Turco del barone unghe­rese Wol­fgang Von Kem­pe­len. Anche que­sta fan­ta­stica mac­china, infatti, capace di gio­care a scac­chi e di scon­fig­gere i più grandi scac­chi­sti euro­pei ed ame­ri­cani di quel secolo, si diceva fosse ani­mata dal «magne­ti­smo ani­male» stu­diato da Franz Anton Mesmer (1734–1815) e dun­que noto con il nome di «mesmerismo».

La noto­rietà del «mesme­ri­smo» è tale che Mozart, nel finale del primo atto della sua cele­bre opera Così fan tutte, fa «resu­sci­tare» Fer­rando e Guglielmo dalla came­riera Despina la quale, tra­ve­stita da medico, ria­nima i due ser­ven­dosi di una cala­mita, men­tre canta: «Que­sto è quel pezzo di cala­mita: pie­tramesme­rica, ch’ebbe l’origine nell’Alemagna, che poi sì cele­bre là in Fran­cia fu». Va detto che anche E. A. Poe, inda­ga­tore del segreto del Turco, era un seguace del «mesme­ri­smo», tanto da scri­vere alcuni cele­bri rac­conti sull’argomento, tra i quali Rive­la­zione Mesme­rica (o Magne­tica), in cui rac­conta di un sog­getto «mesme­riz­zato» che, in punto di morte, comin­cia a descri­vere la vita nell’aldilà. Qui lo scrit­tore dei più avvin­centi rac­conti dell’orrore senza nome rove­scia, in que­sto modo, l’archetipo delle crea­zione della vita mon­dana in quella dell’aldilà.

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