Barbetta: “Inglese, lingua contro natura”

di Pietro Barbetta, doppiozero.com, 14 luglio 2015

Dio stramaledica l’inglese! Inteso come lingua, che rende tutto complicato. Non bastava la parola genre? Secondo l’etimologia online, genre (inglese), deriva da genre (francese), che a sua volta deriva da genus (latino), termine usato per la traduzione di Aristotele: genos (greco). No, l’inglese ha anche la parola gender, che deriva sempre dal francese genre, dal latino genus, dal greco genos. Un doppione etimologico, come un’elica del DNA. L’inglese tradisce così? Non era la lingua delle tre i: inglese, informatica e (chi ricorda la terza i? Insipienza, ingordigia, incuria, ingiustizia, impresa, roba simile), vanto della programmazione educativa italiana? L’inglese ha fatto degenerare il genere, ha prodotto un codice doppio, biforcuto.

Vediamo le cose sul piano semantico. Genre traduce stile letterario, cinematografico, pittorico, tipo di scrittura. Gender invece traduce qualcosa che ha a che fare col sesso! Secondo il dizionario, a partire dal Quattrocento gender viene usato per dire il sesso “degli esseri umani”, tuttavia, a quell’epoca, il cambiamento di sesso era legittimo, la natura stessa lo produceva. Thomas Laqueur menziona (qui) il caso clinico di Marie-Germaine, descritto nel Seicento da Ambroise Paré (1510-1590). Paré usò il termine degenerare per definire la trasformazione della giovane, Marie, che dopo aver saltato il fosso (in senso letterale!), si trovò con verga e genitalia fuoriusciti: “avendo rotto i legamenti attraverso cui erano contenuti”. Marie cambia nome, diventa Germaine. Degenera nel senso che esce dal genere femminile per entrare nel genere maschile. Paré sembra usare il verbo degenerare in senso neutro, Marie cambia gender in modo rassicurante, secondo natura.

Più tardi degenerare non significa più passare da un genere all’altro, ma attecchire tra due generi differenti, come una piantagione rizomatica; non mostrare differenza specifica, come accade invece a una pianta a fusto. Ci sono serie rizomatiche differenti. Prima serie: l’abominevole uomo delle nevi, i giganti patagoni, certi uomini del Salisburghese e del Piemonte (portatori di gozzo, detti anche cretini) e altri accidenti elencati da Blumenbach (1752-1840) che era maestro nell’identificare le zone interstiziali tra le razze degenerate. Seconda serie: i mostri che stanno rinchiusi in istituti speciali a protezione della vista e dell’incolumità emotiva benpensante (orfanotrofi, romeni e bulgari; brefotrofi, per bimbi frutto del peccato, destinati all’oligofrenia; opere di assistenza caritatevole di clausura per disabili; ricoveri per vecchi depravati e dementi; manicomi e comunità educative a vita). Terza serie: i quartieri malfamati dove si dice di non passeggiare liberamente (il Bronx, le Favelas, Quarto Oggiaro, le baraccopoli, la Lapa, Città del Messico). Questi ultimi erano descritti da Morel (1809-1873) come luoghi di degenerazione familiare, con tare ereditarie lamarckiane (Lamarck, 1744-1829). Degenerazioni razziali, degenerazioni individuali, degenerazioni comportamentali, debosciati, artisti moderni (Joyce, De Chirico, Buñuel, Pasolini, Majakovskij). Un molteplice elenco di degenerati biologici e culturali inclassificabili.

Segue qui:

http://www.doppiozero.com/materiali/commenti/inglese-lingua-contro-natura

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