Ospiti – Intervista a Recalcati: “Il miracolo della maternità”

di Alberto Russo e Giancarlo Ricci, lettera.alidipsicoanalisi.it, 14 luglio 2015

D. Ci sembra che il fulcro teorico del suo ultimo libro, Le mani della madre, sia da rinvenire nella rottura di uno schema che situa il patologico sul lato materno, e la possibilità della vita su quello paterno. Lei dice che alla madre è data la possibilità e la responsabilità di trasmettere il desiderio attraverso la sublimazione materna. È dunque sul lato materno che secondo lei occorre oggi cercare la soluzione al vuoto lasciato dal padre? L’evaporazione del padre non potrebbe lasciare spazio, a livello sociale, istituzionale e giuridico, alla diffusione di una sorta di maternalismo sociale (nuovi dirittti, nuove tutele, protezionismo, garanzie, primato del privato, familismo, ecc.)?

Il maternage sociale è un grande problema del nostro tempo. Esso viene al posto della grande paranoia patriarcale che aveva dominato il secolo scorso e generato i mostri del totalitarismo. Dopo la contestazione del ’68 si apre lo scenario che Lacan ha denominato con l’espressione “evaporazione del padre”: il Nome del padre non svolge più una funzione orientativa, non è più la bussola infallibile che guida la vita degli individui e quella delle masse. In questo contesto il maternage sociale è un sintomo più che una soluzione. Jean Pierre Lebrun ne parla come di un mère-version che gioca col termine lacaniano père-version. Attendersi che sia l’Altro ad offrire garanzie e diritti è una visione del campo sociale intrisa di maternage. E’ il fantasma fondamentale che abita ogni statalismo e che situa il soggetto in una posizione di tutela passiva. In altre parole, potremmo dire che il padre padrone della ideologia patriarcale e il maternage o la mère-version del nostro tempo sono due facce della stessa medaglia. Solo che nel primo caso la tutela assumeva forme autoritarie, mentre nel secondo quelle di un accudimento perpetuo biopolitico che solleva il soggetto dall’impatto con la propria responsabilità singolare. A sua volta questo accudimento può coprire il potere assoluto della madre come figura dell’onnipotenza che può arbitrariamente abbandonare il proprio frutto: eccesso di presenza e accesso di assenza sono i due volti egualmente aberranti che può assumere la distorsione del materno nel nostro tempo.
Lo snodo in cui ci troviamo è quello di oltrepassare questo orizzonte senza ripiegarsi su quello dominato dall’autorità feroce del padre-padrone. E’ certo che il maternalismo generalizzato non può essere la soluzione giusta al problema dell’evaporazione del padre. E’ una figura che cronicizza la nostalgia della tutela. Nel mio lavoro sulla madre mi muovo in tutt’altra direzione. La lezione più alta che possiamo ricavare dalla maternità non è affatto quella del maternage ma quella di una cura che sa essere cura del particolare. Nel nostro tempo dominato dal nichilismo del discorso del capitalista in primo piano è una incuria assoluta. La città, le relazioni umane, la comunità civile, il nostro stesso pianeta sono travolti da un iperattivismo mortale il cui unico scopo è quello di un godimento senza Legge. La madre come figura che sa incarnare una cura che non dimentica di fare posto al particolare più particolare della vita è un punto di resistenza critica a questa deriva. E’ una delle cifre più politiche del mio lavoro.

Segue qui:

http://lettera.alidipsicoanalisi.it/il-miracolo-della-maternita/

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