Teoria dell’attaccamento ed esperienza religiosa

di Rosalba Miceli, lastampa.it, 6 agosto 2015

Chiedono a Gesù: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? Egli risponde: «Questa è l’opera di Dio, credere in colui che egli ha mandato» (dal Vangelo secondo Giovanni, 6, 28-29). Commenta Padre Ermes Ronchi: «Al cuore della fede sta la tenace, dolcissima fiducia che Dio ha il volto di Cristo, il volto di uno che sa soltanto amare. Nessun aspetto minaccioso, ma solo le due ali aperte di una chioccia che protegge e custodisce i suoi pulcini (Lc 13,34). È questa fiducia che ti cambia la vita per sempre, un’esperienza che se la provi anche una volta sola, dopo non sei più lo stesso: sentirti amato, teneramente, costantemente, appassionatamente, gelosamente amato. E sentire che lo stesso amore avvolge ogni creatura» (da Il Signore vuole diventare il nostro pane, rubrica Il Vangelo, 30/07/2015, su Avvenire.it). Ma se è così dolce affidarsi a Gesù, perchè molte persone senza speranza in un aiuto terreno non lo fanno, anzi a volte dichiarano apertamente di aver perso la fede proprio in seguito alle loro infelici vicende? Alcuni si rivolgono a Dio in modo insicuro, non sorretti da una fede certa nella sua benevolenza e misericordia, quasi convinti di non essere meritevoli di amore incondizionato e di sostegno. Quali e quante esperienze di vita hanno minato la loro fiducia nel prossimo e finanche in Dio? Una spiegazione proviene dall’estensione della Teoria dell’attaccamento (John Bowlby, 1969-80), secondo cui il legame primario madre-bambino fonda i futuri legami affettivi dell’individuo seguendo quattro direzioni fondamentali: attaccamento sicuro, insicuro-evitante, insicuro-ambivalente, disorganizzato-disorientato. Scrive Boris Cyrulnik, psicoanalista e studioso dei processi di attaccamento e di resilienza, nel saggio Di carne e d’anima (Frassinelli, 2007) : «… la persona ferita nell’anima talvolta non ha più la forza di aggrapparsi a Dio». Continua Cyrulnik: «L’attaccamento a Dio permette di riflettere sul sentimento religioso come esperienza emotiva. Non si tratta di dimostrarne l’esistenza o di confermare un dogma, ma di comprendere l’effetto affettivo di Dio come un “fervore personale, un’illuminazione interiore”, che supera la semplice riflessione sulla religione. E complessivamente i credenti stanno meglio dei non credenti in quanto possono contare su una base di sicurezza… La forma percepita che evoca Dio è capace di restituire serenità, di stimolare e organizzare l’Io come qualsiasi altra base di sicurezza». Anche le tecniche di visualizzazione cerebrale indicano che la semplice rappresentazione mentale di Dio come figura rassicurante e protettiva attenua i marcatori biologici dello stress.

Segue qui:

http://www.lastampa.it/2015/08/06/scienza/galassiamente/teoria-dellattaccamento-ed-esperienza-religiosa-lrs0XNTcXawTlOJNm4LxXM/pagina.html

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