Contributi – Il tempo gravido di vizi e virtù

Un estratto del testo che uscirà nel catalogo Skira previsto per la rassegna milanese «La Grande Madre» (26 agosto – 15 novembre), a cura di Massimiliano Gioni, ideata e prodotta dalla Fondazione Trussardi con Palazzo Reale. Nel saggio, l’autore analizza quel progetto interrotto che fu «La Mamma» di Harald Szeeman

di Pietro Rigolo, ilmanifesto.info, 22 agosto 2015 

Scopo di que­sto sag­gio non è tanto redi­gere sta­ti­sti­che e con­tare quote rosa, né ten­tare di psi­coa­na­liz­zare post mor­tem un uomo grande e grosso che si imma­gina ragaz­zina e nella cui vita il padre sem­bra gio­care un ruolo mar­gi­nale. Si ten­terà piut­to­sto – attra­verso l’analisi di docu­menti d’archivio che con­sen­tono una rico­stru­zione par­ziale del pro­getto dell’esposizione La Mamma – di inda­gare la posi­zione di Harald Szee­mann rispetto alla rela­zione pro­ble­ma­tica tra crea­zione arti­stica e fem­mi­ni­lità in un momento sto­rico, i primi anni ’70, in cui que­sti temi erano di scot­tante attualità.

La pro­get­tata tri­lo­gia di mostre (tra il 1972 e nel 1983, egli lavorò a Mac­chine celibi, Monte Verità e Der Hang zum Gesam­t­kun­st­werk, La ten­denza verso l’opera d’arte totale, ela­bo­rando il pro­getto per un’esposizione inti­to­lata La Mamma, ini­zial­mente pen­sata come secondo capi­tolo della tri­lo­gia e incen­trata sul tema della mater­nità come alter­na­tiva all’arte) si poneva come scopo la visua­liz­za­zione di tre grandi miti che, secondo Szee­mann, ave­vano infor­mato lo svi­luppo della cul­tura del XX secolo: la mac­china celibe, la mamma e il Sole.
Que­sti tre per­so­naggi sem­brano rife­rirsi a spe­ci­fi­che pose, mode e movi­menti che si svi­lup­pano nella cul­tura dei primi decenni del secolo, ma allo stesso tempo rap­pre­sen­tano per Szee­mann una maniera asso­lu­ta­mente per­so­nale per riflet­tere sul rap­porto tra arti­sta e società e sul ruolo della crea­ti­vità nello svi­luppo psi­chico dell’individuo, attra­verso fasi con­se­cu­tive che sem­brano rie­vo­care il pro­cesso di indi­vi­dua­zione descritto da Carl Gustav Jung.

La mac­china celibe rap­pre­sen­te­rebbe, infatti, il ten­ta­tivo di esor­ciz­zare il pas­sare del tempo attra­verso una chiu­sura nei con­fronti del mondo esterno: l’arte come castello incan­tato dove rima­nere gio­vani per sem­pre, a patto di tra­sfor­marsi in una mac­china per dipin­gere. La mac­china celibe è un deli­rio autoe­ro­tico in cui l’energia (il seme) non viene rila­sciata ma con­ti­nua­mente rein­ve­stita nell’ossimoro di una pro­du­zione ases­suata (e torna alla mente Ensor, il pit­tore di Ostenda inca­te­nato alla sua Arte, gene­rato egli stesso dalla spuma del mare: ana­dio­mene).
La figura della mamma avrebbe rap­pre­sen­tato l’esatto oppo­sto: totale disper­sione dell’energia che attra­verso il dono della vita si rad­dop­pia. Vivere per il pros­simo, sacri­fi­care la vita per i pro­pri figli. In que­sto schema, come vedremo, l’arte non trova più posto, non ci sarebbe più biso­gno di alcuna fuga: al con­tra­rio, tale con­clu­sione impli­che­rebbe in maniera peri­co­losa che la donna, in quanto madre, non abbia la neces­sità esi­sten­ziale di essere artista.

Segue qui:

http://ilmanifesto.info/il-tempo-gravido-di-vizi-e-virtu/

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