Recalcati, Camon, Ravasi Bellocchio, Thanopulos, Barbetta, Ammaniti sul caso di Martina Levato

Quale futuro per il figlio di Martina

di Massimo Ammaniti, la Repubblica, 24 agosto 2015
Interrogativi, dubbi, prese di posizioni si sono intrecciati in questi giorni: è giusto o perlomeno opportuno che il bambino venga affidato alla madre, Martina Levato? Ma quali sono gli interrogativi in questa vicenda drammatica? Come nel famoso film di Sidney Lumet La parola ai giurati i dubbi sollevati da uno dei giurati sulle accuse che sono state rivolte ad un ragazzo, sospettato di aver ucciso il padre, fanno pian piano breccia nella mente degli altri giurati spingendoli ad interrogarsi, a comprendere meglio la vicenda ed evitare i pregiudizi e i luoghi comuni che spesso condizionano i nostri giudizi.
Il primo interrogativo riguarda il fatto se ci si può prendere cura di un figlio se si ha un grave disturbo di personalità, come è verosimilmente il caso di entrambi i protagonisti. Quando si diventa genitori si attiva il sistema di caregiving, che consente di prendersi cura e di allevare un bambino entrando in risonanza emotiva con lui, leggendo i suoi stati d’animo in modo da rispondere prontamente ai suoi bisogni. Questo sistema radicato nel cervello, anche grazie ai neuroni specchio, interagisce con altri ambiti della personalità ed è influenzato dalla propria storia passata ed attuale (attaccamenti, legami di coppia, costruzione della propria identità personale ecc).
Segue qui:
http://www.zeroviolenza.it/rassegna/pdfs/24Aug2015/24Aug2015a586bab9439b297e962afae7f5e8d36a.pdf
http://www.zeroviolenza.it/rassegna-stampa

Donne, acido muriatico e altre cose pericolose

di Pietro Barbetta, doppiozero.com, 21 agosto 2015

Sbatti il mostro in prima pagina è un film di Bellocchio del 1972, grande regista, anche se questa non è tra le sue opere migliori. Il giornalismo, certo giornalismo, ha bisogno di stimolare l’immaginario collettivo, poco si preoccupa degli effetti pragmatici, dell’impatto che la comunicazione ha, di quanto la comunicazione contribuisca alla formazione di mentalità collettive, esasperazioni e proteste fanatiche. Quando il privato diventa pubblico, effetto paradossale delle leggi sulla privacy, si trasforma, assume la forma di pretesto per parlar male del governo, del paese, della morale buonista, ecc. ecc., cose che conosciamo fino alla noia, ripetizioni infinite del medesimo. Lo spazio di comprensione/riflessione viene saturato, si trasforma in “buonismo” o in collusione. In realtà va di moda il cattivismo, e il “buonismo” è diventata parola chiave per mostrare quanto cattivi bisogna essere con gli altri. Quanto vanno educati a suon di bastonate, identificandosi paradossalmente con loro. Ovvio, così come la leggiamo, la notizia non dà modo di essere neppure messa in discussione: si tratta di due mostri. Non mi riferisco al legittimo giudizio della giudice, che ha valutato gli atti, che si è consultata con consulenti, che ha formulato un giudizio corretto, su ciò non si può, non si deve, discutere. Del resto, il giudizio legale non esclude possibilità di recupero, a breve o a lungo termine. Né si possono discutere gli atti perpetrati di cui questa donna è colpevole, se la sentenza è passata in giudicato.

Quel che mi sorprende non è né il giudizio, né la pena. Quel che mi sorprende non è l’allontanamento, temporaneo o definitivo, del bambino. Quel che mi sorprende è come la notizia sia diventata glamour, oggetto di dibattito per mediologi pettegoli, che già fanno analisi, che danno per scontato che la notizia sia la realtà, che sia il referente. Eppure non sono passati molti anni da quando Marshall McLuhan disse “il medium è il messaggio”, dunque la notizia sono loro stessi, le parole che hanno usato per confezionarla, gli errori, i refusi, le omissioni, i tagli, le aggiunte. Tutto ciò, per me, è immorale. Vero, la libertà di stampa non si tocca. Infatti questa non è una questione giuridica, è una questione etica. Ci sono sempre stati giornaletti di gossip, in tutto il mondo. In Italia ne abbiamo moltissimi da quando esiste la pratica del giornalismo. La questione qui è un’altra: come mai oggi i giornali che hanno il compito di creare l’opinione pubblica generale, come mai le notizie televisive si comportano e pubblicano cose che un tempo incuriosivano solo “Gente” e “Novella duemila”? Esistono anche i rotocalchi porno, quelli satanisti; poi, sul lato opposto, ci sono i bollettini parrocchiali, le newsletter delle proloco: a quando le grandi testate si adegueranno a quel modello solo perché fa notizia?

Segue qui:

http://www.doppiozero.com/materiali/commenti/donne-acido-muriatico-e-altre-cose-pericolose

Madre acida, o folle o colpevole

Se la madre è malata non è condannabile

di Sarantis Thanopulos, ilmanifesto.info, 19 agosto 2015

La deci­sione dei giu­dici di sepa­rare Mar­tina Levato dal suo bam­bino appena nato, in attesa che il Tri­bu­nale dei minori decida sulla sua adot­ta­bi­lità, lascia molto a desi­de­rare, innan­zi­tutto per la man­canza di chia­rezza sui motivi che l’hanno deter­mi­nata. L’opinione pub­blica ha il diritto ina­lie­na­bile di essere infor­mata in modo esau­riente sulle que­stioni che riguar­dano valori etici, se non altro per evi­tare le par­ti­gia­ne­rie emo­tive e/o ideo­lo­gi­che dei dibat­titi media­tici che defor­mano la capa­cità col­let­tiva di giu­di­care e disa­bi­tuano all’assunzione di respon­sa­bi­lità nei con­fronti di sé e degli altri. L’unico motivo che avrebbe potuto giu­sti­fi­care, senza ren­derlo auto­ma­tico, il pro­ce­di­mento preso dai giu­dici, sarebbe con­si­stito nella valu­ta­zione, fatta da esperti in mate­ria, di un peri­colo serio rap­pre­sen­tato dalla madre per il suo bam­bino, un peri­colo imme­diato o futuro. Il pre­sup­po­sto avrebbe dovuto risol­versi in una dia­gnosi che indi­vi­duasse impulsi aggres­sivi nei con­fronti del figlio, o uno stato depres­sivo grave, oppure – ancora — una sin­drome schi­zo­fre­nica. Ma non risulta che si sia arri­vati a una simile dia­gnosi, dun­que, a quanto pare, i giu­dici hanno deciso in modo auto­nomo sulla base di un pre­giu­di­zio che non dovrebbe tro­vare allog­gio nell’esercizio della giustizia.

Segue qui:

http://www.psychiatryonline.it/node/5788

http://ilmanifesto.info/madre-acida-o-folle-o-colpevole/

Distruggo una vita poi faccio la mamma

di Francesca Visentin, venetoblog.corrieredelveneto.corriere.it, 19 agosto

Martina Levato ha scagliato l’acido contro Pietro Barbini, sfigurandolo per sempre e distruggendo la sua vita, mentre Alex Boettcher  (padre del bambino che Martina in quel momento portava in grembo) inseguiva il ragazzo con un martello. Prima di Pietro, Martina e Alex avevano già aggredito e sfregiato altre due persone. In un caso non ce l’avevano fatta. Ecco i “genitori”: la “coppia dell’acido”. Gran dibattito se dare in adozione o meno il bimbo nato dalla relazione tra i due: lei diceva di sfregiare con l’acido ”per purificarsi da tutti i ragazzi con cui aveva avuto contatti”,  lui sbruffone, megalomane e violento con l’abitudine di tatuare sul corpo ”le sue donne”, è stato definito dagli esperti egocentrico, narcisista, manipolatore e dominatore. “Una coppia criminale, egoista, simbiotica li definisce così la psicanalista Lella Ravasi Bellocchio – . Una coppia che esclude qualsiasi terzo non ‘di proprietà’. Genitori incapaci di empatia, totalmente centrati su di sè”.

Ma di che dibattito stiamo parlando? Dice bene Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano: “Procreare un figlio non significa avere la capacità di crescerlo. Dall’inchiesta non sembra che questi due genitori dimostrino capacità di dare amore, calore, umanità”. Basta, non c’è altro da aggiungere, il punto è molto chiaro. Non è un rapporto sessuale o una gravidanza a rendere madri o padriLo sanno bene tutte quelle coppie che per diventare genitori e adottare un bambino si sottopongono a anni estenuanti di indagini psicologiche, verifiche giuridiche e patrimoniali, montagne di carte, documenti e dossier burocratici da presentare a Servizi Sociali, Procura, Tribunali. Tutte queste verifiche, lunghissime, infinite, umilianti per gli aspiranti genitori vivisezionati per anni, pur di dimostrare di essere adatti e adeguati per accogliere un bimbo orfano o abbandonato. E spesso basta un semplice, piccolo, innocente particolare, come essere al secondo matrimonio, o avere cambiato casa troppe volte negli ultimi anni, perché gli aspiranti genitori adottivi finiscano sotto la gogna di relazioni psicologiche e pareri psicanalitico-legaliche che mettono in dubbio la loro idoneità come genitori.

In questo scenario, restano ancora dubbi sul fatto che una donna e un uomo che nulla hanno realizzato nella loro vita se non relazioni deliranti e che hanno tentato di annientare con l’acido tre persone, riuscendoci in un caso, possano essere considerati “genitori” del bimbo che hanno concepito? A me pare una brutalità senza fine nei confronti del povero, innocente, bambino condannarlo a “genitori” del genere. E perché non sentiamo invece cosa ne pensa della questione Pietro Barbini, un giovane ragazzo devastato dall’acido, mutilato e sfigurato nel corpo e nell’anima, che tra atroci sofferenze e decine di operazioni sta tentando di sopravvivere a ciò che Martina e Alex gli hanno fatto. Chi gli ha fatto questo può poi tranquillamente cullare e crescere un neonato, educare un bambino, formare un adolescente, insomma occuparsi di un figlio?

Salviamo quella piccola vita affidandolo a genitori degni di questo nome, persone equilibrate, amorevoli, sane, capaci di amare. Allontaniamolo per sempre dalla “coppia dell’acido” e anche da quei “nonni” che della “coppia dell’acido” sono stati i genitori e quindi qualche responsabilità hanno in ciò che è successo:procreare non significa avere la capacità di essere genitori. I nonni? Sottolinea l’analista Lella Ravasi Bellocchio: “Se fossero portatori di amore autentico, sarebbero i primi a chiedere che il nipote venga subito adottato da una coppia il più possibile lontana. E presto”.

http://venetoblog.corrieredelveneto.corriere.it/2015/08/19/distruggo-una-vita-poi-faccio-la-mamma/?refresh_ce-cp

Ma io dico che quella mamma poteva rinascere

di Ferdinando Camon, lastampa.it, 18 agosto 2015

Stanno per togliere il figlio appena nato a una madre condannata per aver sfigurato con l’acido l’ex fidanzato. Data la gravità della colpa, in molti avevano previsto questa conclusione. Anch’io, ma con una riserva: se una donna giovane commette una colpa pesante e merita una condanna pesante perché non è pentita, possiamo noi ritenere che quella donna non possa cambiare (cioè pentirsi) con l’esperienza della maternità? La domanda può anche essere un’altra: che cos’è la maternità? Gli uomini lo sanno? La mia risposta è «no».  Poiché sono uomo, includo nell’ignoranza anche me stesso: non sapevo cosa fosse la maternità, e per scriverci sopra un libro («Il Super-Baby») ho fatto un lungo viaggio nei diari delle incinte, nelle scuole che frequentano (specialmente in America), nei libri e nelle riviste dedicate a loro. Quei nove mesi, nei quali per noi uomini non succede nulla, in realtà sono un intenso scambio non solo di nutrimenti, dalla madre al figlio, ma anche di messaggi, domande, risposte, emozioni, reazioni, sentimenti: un uomo diventa padre quando il figlio nasce, ma una donna diventa madre fin dal primo concepimento, e il figlio vive quei nove mesi in compagnia di parole, chiamate, segnali.

Non è vero che il figlio si forma nel silenzio, il figlio si forma accompagnato da un tamburo incessante, come un treno che batte sulle rotaie. Quel tamburo è il cuore materno. Il figlio è confortato dalla monotonia di quel rumore, gli dà sicurezza. Se la monotonia s’interrompe, il nascituro trema. Un’équipe americana stava osservando un nascituro, tranquillo nel suo spazio monotono, quando nello studio entrò il padre, e sbatté la porta. Il non-ancora-nato ebbe un tremito. Scrivendo sulle donne incinte, ho scoperto la canzone di una incinta italiana, che quando il figlio scalciava lo cercava con la mano e pregava: «Santo Piero / dimmi il vero: / la testina dove sta? / Questa qui? / Questa qua?». E di una francese che di sera s’affacciava al cielo stellato col piccolo nel pancione e gli spiegava: «L’étoile se promène / au dessus de ton lit, / régarde! Elle t’emmène / dans le bleu de la nuit».

In America hanno provato a mettere musica nelle stanze dove stanno le, chiamiamole così, figlianti, e hanno fatto una scoperta: sentendo musica classica, il nascituro muove le mani, con la musica rock muove i piedi. Non chiedetemi spiegazioni. Non sono un ostetrico e neanche un musicologo, sono soltanto uno scrittore. Entrando negli spazi della maternità, dove si forma la vita, sono un ospite, forse neanche gradito. Ma credo che una scoperta del genere, una volta confermata, dovrebbe avere influenza sullo studio della musica e sulla critica musicale.  Nei mesi prenatali il figlio assorbe dalla madre ciò che la madre assorbe dalla vita. Se la madre assorbe veleni, in senso fisico e reale, anche il figlio è avvelenato, in senso fisico e reale. Quegli ammonimenti che adesso stampano sui pacchetti di sigarette, «Il fumo danneggia il feto», dicono la verità. Ma se è facile capire questo rapporto chimico-fisico, non ci è altrettanto facile capire il rapporto neuro-psichico che corre tra la generante e il generato. Eppure, certamente una generatrice ansiosa o nevrotica immette ansia o nevrosi nel generato. Abbiamo sempre pensato che l’uomo sarà nel resto della vita quel che è nei primi 4-5 anni. A questi 4-5 anni dovremmo aggiungere i precedenti nove mesi. Che sono ancora più importanti. La maternità è una rivoluzione. Con la maternità nascono due vite nuove, quella del figlio e quella della madre. Non si è mai pentita, questa ragazza dell’acido? Ma era una ragazza. Adesso è una madre. Tanto più si pentirà e diventerà buona, quanto più starà col figlio. Se glielo tolgono, la vogliono proprio perdere.

http://www.lastampa.it/2015/08/18/cultura/opinioni/editoriali/una-donna-pu-cambiare-con-la-maternit-7uRNHrFX0ZDQK15jjKZfNL/pagina.html

Quando la mamma è cattiva

di Massimo Recalcati, repubblica.it, 17 agosto 2015

Il caso di Martina Levato pone in questi giorni, tra gli altri, questi interrogativi, ai quali, però, se ne devono aggiungere altri ancora: una donna che si è macchiata di un reato gravissimo come quello di sfregiare con l’acido un proprio ex mentre già sapeva di essere incinta può diventare una madre sufficientemente buona? L’insegnamento della psicoanalisi è che la maternità — come la paternità — non è mai solo un evento biologico, ma è innanzitutto un evento del desiderio. La natura non è mai sufficiente in sé — come spiega bene anche il testo biblico — per fare sorgere la vita in quanto vita umana. È necessario qualcos’altro; l’intervento di un elemento terzo, l’intervento della parola e di una adozione simbolica. Il caso di Martina Levato e del suo partner dovrebbe già bastare ai sostenitori incalliti della cosiddetta famiglia naturale a comprendere che essere una coppia eterosessuale non è mai una condizione sufficiente per garantire una genitorialità sufficientemente buona. Lo sappiamo: quello che davvero conta è l’apertura verso il figlio, la disponibilità ad arretrare, a diminuire, a fare spazio, a decentrarsi, a donare, come direbbe Lacan, quello che non si ha. Diventare genitori comporta un taglio, una discontinuità nella nostra esperienza del mondo e di noi stessi: una responsabilità illimitata irrompe modificando per sempre la nostra percezione delle cose.

Segue qui:

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/08/17/quando-la-mamma-e-cattiva27.html?ref=search&refresh_ce

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