La scomparsa di Oliver Sacks

La scomparsa del neurologo e scrittore. I casi clinici sono stati il bacino dal quale ha attinto per libri di successo su alcune patologie del cervello

di Gianluca Consoli, ilmanifesto.info, 1 settembre 2015

Neu­ro­logo e scrit­tore di fama, Oli­ver Sacks è stato uno degli intel­let­tuali più noti e influenti degli ultimi decenni: l’esplosione della sua noto­rietà è datata almeno dal 1990, anno in cui uscì il film Risve­gli, inter­pre­tato da due grandi attori come Robin Wil­liams e Robert De Niro, e libe­ra­mente ispi­rato all’omonimo libro, uscito nel 1973 (ma in Ita­lia solo nel 1987), nel quale Sacks rac­conta di un gruppo di pazienti soprav­vis­suti all’encefalite letar­gica che spe­ri­men­tano una nuova cura. Il libro, del resto, era già stato oggetto di un pezzo tea­trale, scritto nel 1982 da Harold Pin­ter, inti­to­lato A kind of Ala­ska, e già da tempo Sacks era stato arruo­lato fra le firme del The New Yor­ker e della New York Review of Books. È evi­dente che la fama di Sacks dipende diret­ta­mente dalla sua straor­di­na­ria capa­cità di tra­sfor­mare la pro­pria espe­rienza di medico, in par­ti­co­lare di neu­ro­logo, in veri e pro­pri rac­conti let­te­rari: una capa­cità così rara e sin­go­lare che si deve pescare, per rin­trac­ciare quello che è pro­ba­bil­mente il suo unico ante­ce­dente, nel Freud dei casi cli­nici, anche quelli – come si è tante volte detto – non infe­riori, quanto a nar­ra­ti­vità, a veri e pro­pri rac­conti. Se non pro­prio come Freud, anche Sacks è stato piut­to­sto pro­li­fico: tra i suoi libri più noti, L’uomo che scam­biò sua moglie per un cap­pello (1986), Su una gamba sola (1991), Un antro­po­logo su Marte (1995), L’isola dei senza colori (1997), Allu­ci­na­zioni(2013).

La mate­ria dell’anima

Quel che inse­gna l’esperienza di Sacks è che que­sta pro­fonda inter­re­la­zione tra la pro­fes­sione medica e la voca­zione let­te­ra­ria non va sem­pli­ce­mente ricon­dotta alla sua per­so­na­lità polie­drica e mul­ti­forme. Cer­ta­mente anche que­sto aspetto ha gio­cato un ruolo impor­tante: Sacks ha col­ti­vato forti pas­sioni fuori dalla neu­ro­lo­gia, prima di tutto per la chi­mica – della quale ha par­lato nella sua auto­bio­gra­fia Zio Tung­steno – Ricordi di un’infanzia chi­mica (2002), poi per la musica, ben iden­ti­fi­ca­bile in uno degli ultimi libri: Musi­co­fi­lia (2008). Tut­ta­via, pro­prio come i «rac­conti» di Freud erano in qual­che modo intrin­seci alla sua con­ce­zione della psi­coa­na­lisi, così l’interazione che lega in modo inscin­di­bile la pra­tica medica di Sacks e i suoi rac­conti let­te­rari ha la sua prima e più pro­fonda ragione d’essere nella con­ce­zione che aveva dell’uomo e delle neuroscienze. Sul primo fronte, c’è da sot­to­li­neare la note­vole impor­tanza cul­tu­rale che i testi di Sacks hanno avuto nella loro capa­cità di scuo­tere con­vin­zioni seco­lari. In linea con un modo di pen­sare che oggi ha quasi lo sta­tuto di un vera e pro­pria orto­dos­sia negli ambienti filo­so­fici e scien­ti­fici (ma che non era affatto tale quando Sacks comin­ciò a soste­nerlo già negli anni Set­tanta del secolo scorso), l’Io non è una cosa, una sostanza, un’anima imma­te­riale che alberga nell’uomo. Tut­ta­via dice il neu­ro­logo Sacks, l’io non è nem­meno ridu­ci­bile al cer­vello, alle sue con­nes­sioni neu­rali, a qual­che area cere­brale. È piut­to­sto una nar­ra­zione, un insieme più o meno inte­grato e coe­rente di sto­rie che cia­scuno di noi rac­conta a se stesso e agli altri per com­pren­dersi e inte­ra­gire: dun­que, per dare senso al pas­sato, al pre­sente e al futuro. Per capire chi si è, quali sono i nostri valori, dove pun­tano i nostri scopi.

L’Io non è l’anima, né la rete neu­rale che la imple­menta: è la sto­ria che noi stessi non smet­tiamo mai di riscri­vere con l’aiuto e la com­pli­cità degli altri. Tanto che, come ormai dimo­strano nume­ro­sis­simi studi spe­ri­men­tali, tra l’esigenza di cor­ri­spon­dere alla realtà e l’esigenza di rac­con­tare una sto­ria di noi accet­ta­bile e sod­di­sfa­cente, pro­pen­diamo verso la seconda istanza, anche se si tratta di tacere, rein­ter­pre­tare, inven­tare interi spez­zoni di vita. È dun­que evi­dente che se l’io è una sto­ria (o meglio, come va di moda dire oggi, il cen­tro di gra­vità nar­ra­tiva delle sto­rie che lo costi­tui­scono), il neu­ro­logo che si con­fronta quo­ti­dia­na­mente con le sin­dromi e le pato­lo­gie neu­ro­lo­gi­che ha l’occasione di assi­stere a sto­rie straor­di­na­rie, così fuori dal comune che pre­mono per essere rac­con­tate e dive­nire patri­mo­nio di tutti. Pro­prio que­sto ha fatto Sacks: inter­pre­tare, resti­tuire e con­di­vi­dere ciò che vedeva. In quello che molti con­si­de­rano il suo libro più riu­scito, L’uomo che scam­biò sua moglie per un cap­pello, ven­ti­quat­tro casi esem­pli­fi­cano le più dispa­rate sin­dromi e pato­lo­gie dando vita a esi­stenze così incre­di­bili che solo l’autorità della scienza può garan­tirne la veri­di­cità. Sce­gliendo a caso, pren­diamo il terzo rac­conto, quello della Disin­car­nata: è la sto­ria di una gio­vane donna in per­fetta forma fisica che a seguito di un’infezione perde com­ple­ta­mente la pro­prio­ce­zione, la capa­cità di avver­tire l’appartenenza al pro­prio corpo attra­verso il flusso di infor­ma­zioni incon­scio e auto­ma­tico che pro­viene da muscoli, ten­dini e arti­co­la­zioni. Il danno è così pro­fondo che, come rivela la donna stessa, le accade di per­dere le brac­cia, cioè di cre­derle in un posto men­tre sono in un altro. Di punto in bianco, allora, la sua sto­ria diviene quella for­mata da tutti gli espe­dienti arti­fi­ciali a cui deve ricor­rere per ren­dere la sua vita «pos­si­bile, ma non nor­male». Per esem­pio, sosti­tuire fin dove può la pro­prio­ce­zione con la vista: se chiude gli occhi si acca­scia senza forza nei muscoli.

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