Sergio Benvenuto. Il fondo opaco del reale

di Leeanne Minter, doppiozero.com, 3 settembre 2015

Nel presentare l’ultimo lavoro di Sergio Benvenuto La psicoanalisi e il reale. “La negazione” di Freud (Orthotes 2015) vogliamo qui proporre una lettura che partendo dalle considerazioni finali avanzate dall’autore risalga il testo in un movimento a contropelo tramite cui l’argomentazione esplicatava trovi una propria “negazione”, in termini freudiani, ed elevazione, nel senso dell’Aufhebung, all’interno di quella che riteniamo sia la proposta sottaciuta e al contempo svelata in filigrana di un’etica della pratica analitica. Etica che si fonda sulla volontà e capacità della psicoanalisi fin dalle sue origini di occuparsi in termini filosofici e genealogici dell’archè, ossia di quell’elemento trascendentale, identificato da Freud con Eros, che fonda l’essere del soggetto ponendosi come causa e fine del suo agire a tutti i livelli. Senza fare i conti con Lust, che Benvenuto propone di tradurre con desiderio-godimento, non è possibile alcuna etica, come ricorda anche Lacan nel suo Seminario settimo, se non quella mercantile che corrisponda ad un soggetto completamente inserito in un immaginario tipico di una filosofia utilitarista il cui assunto di base, in ciò identico al discorso del capitalista, è che ciascun individuo usando le proprie credenze miri a soddisfare edonisticamente i propri desideri giungendo così alla felicità.

Per Freud così come per Lacan che porta alle estreme conseguenze gli assunti avanzati dal padre della psicoanalisi, le cose sono evidentemente più complesse in quanto il desiderio stesso è un’entità complessa, o per usare le parole di Benvenuto, originariamente contraddittoria. Sarebbe questa l’acquisizione fondamentale a cui si perviene tramite la lettura del brevissimo, ma denso saggio freudiano del 1925 “La negazione” (Die Verneinung): Lust in quanto desiderio-godimento è al contempo se stesso e il suo contrario Unlust. Per affermare questo, scrive Benvenuto, lo stesso Freud si affida, in questo testo così come in altri, a un linguaggio che rischia costantemente, soprattutto secondo l’ottica di un lettore superficiale o di un suo dichiarato detrattore, di cadere in contraddizione. Dalla prospettiva di un approccio positivista si può dunque vedere in questo una debolezza del pensiero freudiano oppure come fa Benvenuto, sulla scia di Lacan, ritenere che questo uso del linguaggio sia il solo in grado di porsi all’altezza dell’oggetto che designa, attraverso una corrispondenza che non è meramente di ordine significante, bensì si potrebbe dire di carattere ontologico. La parola di Freud, afferma Lacan, è una parola piena nel senso che svela qualcosa di fondamentale della soggettività, ragion per cui possiamo affermare non può che ripetere svelandola quella contraddizione strutturale su cui si fonda la stessa soggettività. È questo, a nostro avviso, il gesto etico fondamentale di Freud che tenta di fondare una genealogia del soggetto a partire dal desiderio-godimento (Lust). Gesto etico e politico che ripete Benvenuto nel momento in cui facendo un lavoro certosino di scavo etimologico sui termini utilizzati da Freud s’impegna, attraverso un approccio che egli stesso definisce “pietà decostruttiva”, a dilatarne il testo sino al punto di mostrarne tutte le implicazioni in tutti i loro aspetti, compresi come dicevamo quelli apparentemente contraddittori.

Segue qui:

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