Contributi – Ma si può chiamarla madre?

di Andrea Beolchi, avvenire.it, 4 settembre 2015

«Vecchia madre, sei viva? Vivo anch’io…». Basta una manciata di parole con cui si apre la Lettera alla madre di Sergej Esenin per sentire tutto il respiro dell’azzurra Rus e come un doppio registro, quello di sapore quotidiano che sofferma lo sguardo doloroso sulla «vecchia giubba fuori moda» che si innesta sul rumore di fondo di una memoria ctonia: l’uno e l’altro non si sfuggono, non si respingono, ma danno vita a una inestricabile realtà pulsante nella quale ogni individuo ha confini superindividuali. Era il 1924, solo un anno prima che venisse scattata una foto emblematica del secolo che fa da sfondo alla mostra prodotta dalla Fondazione Nicola Trussardi a cura di Massimiliano Gioni in corso a Palazzo Reale (catalogo Skira), e che ritrae Sigmund Freud con la madre Amalia: qui la prospettiva appare visibilmente rovesciata: l’inventore della psicanalisi che ha rappresentato il rapporto madre/figlio come un grumo di desideri sessuali e di pulsioni represse, vi appare come trattenuto da quella figura “stante”, antidinamica, un Kronos dalle sembianze femminili, per la verità poco rassicuranti, che imbastisce il suo turpe progetto di divorarlo.

Segue qui:

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/ma-si-puo-chiamarla-madre.aspx

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