Così Tolkien e Bettelheim “smontano” le fiabe politically correct

di Elisabetta Sala, ilsussidiario.net, 9 settembre 2015

Parlando di fiabe, Tolkien paragonò la tradizione popolare, che con la sua logica arcana trattiene gli elementi simbolici e archetipici universalmente validi e scarta quelli contingenti e insignificanti, a un calderone che, con il ribollire dei secoli, elabora il mondo parallelo di “Faerie”. Fu anche a partire dal famoso saggio tolkeniano che Bruno Bettelheim, il controverso psicologo ebreo­austro­americano, elaborò negli anni Settanta il suo grande classico sulla fiaba, The Uses of Enchantment, tradotto in italiano come Il mondo incantato (Feltrinelli, 1977). La sua analisi psicoanalitica potrà non convincere in toto: non sarà facile per tutti, ad esempio, credere che la pianta di fagioli su cui si arrampica Jack sia un simbolo fallico. Ciò nonostante, il libro offre alcuni spunti parecchio interessanti. Egli asserisce innanzitutto che la funzione principale delle fiabe sia quella di tenere a bada le paure di ogni bambino. La struttura tipica di una fiaba, con il piccolo e debole protagonista (come Pollicino) che trionfa su nemici terrificanti e potenti, dà un messaggio forte e chiaro: le difficoltà della vita si possono superare e, soprattutto, c’è sempre speranza, anche in situazioni apparentemente disperate (cosa che Bettleheim, reduce da Dachau e Buchenwald, aveva toccato con mano). C’è di più. Il tolkeniano “calderone” dei secoli, asserisce Bettelheim, ne sa di più della limitata esperienza dei nostri moderni narratori, che, temendo di spaventare i bambini “di oggi”, edulcorano il racconto, eliminando così aspetti simbolici importantissimi come ad esempio la punizione esemplare (e a volte truculenta) dei cattivi.

Segue qui:

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/9/9/LETTURE-Cosi-Tolkien-e-Bettelheim-smontano-le-fiabe-politically-correct/636852/

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