Ospiti – Massimo Recalcati e il mito della soggettività sotto assedio

di Jacopo Camozzo Caneve, stateofmind.it, 10 settembre 2015

Sul numero di lunedì 7 settembre di Repubblica, esce, con occhiello in prima pagina, un interessante articolo a riferire del Reproducibility Project, uno studio condotto a partire dal 2011 da un gruppo di 270 psicologi dell’Università della Virginia nel quale sono stati riprodotti 100 studi pubblicati da tre importanti riviste scientifiche per valutarne l’effettiva riproducibilità (elemento chiave di ciò che viene comunemente definito “scienza”). Il risultato è che solo il 36 % degli esperimenti riprodotti ha dato risultati sovrapponibili agli originali. Dunque uno studio, che usa il metodo della scienza, mette in discussione i risultati di altri studi, anch’essi scientifici e dunque frutto dell’applicazione del metodo scientifico. Così funziona la scienza, questo ci permette l’applicazione del rigore scientifico, e per questo, ci si augura, le siamo tutti grati. Risultato assolutamente interessante, dunque, tanto da aprire immediatamente un vivace dibattito, portato avanti con gli strumenti stessi della scienza – sia in seno alla psicologia che nelle cosiddette “scienze dure” che di numeri ed esperimenti naturalmente vivono- sul significato da dare a questo risultato, e sui possibili rimedi da apportare nei disegni di ricerca per poter limitare ulteriormente la possibilità di risultati fallaci (forse a volte dovuti a contingenze economico-politiche più che a intrinseca debolezza del metodo stesso). Il dibattito, insomma, è aperto.

Ciò che più colpisce, nelle due pagine di giornale, non è però tanto l’articolo in questione, quanto quello che dovrebbe esserne il “commento” (questa la dicitura sopra il titolo), a firma di Massimo Recalcati, commento che si dibatte tra l’essere l’ennesima apologia della psicoanalisi e la non certo ultima tirata contro un non meglio definito, se non nell’essere quanto di più sgradito all’Autore, “mito dell’oggettività”. Il discorso di Recalcati si snoda attraverso quattro passaggi principali:

1) Assume l’esistenza di una stortura nel pensiero occidentale, figlio malato della scienza: il “mito dell’oggettività”, nelle righe seguenti confuso e scambiato a piacimento con la scienza tout court. Aderire alla scienza significa essere oggettivi, non è un Mito, è un criterio del metodo, è il metodo stesso. Altrimenti, si fa altro dalla scienza, legittimo, ma altro.

2) Identifica alcune evenienze di tale fenomeno nella psicologia: il criteri di creazione del DSM, gli studi sugli effetti della dopamina durante l’innamoramento e l’esperienza dell’Autore durante un recente congresso scientifico internazionale sui disturbi dell’alimentazione nel quale “dati statistici, numeri, procedure e percentuali hanno letteralmente dissolto la soggettività del paziente”. Ma la soggettività del paziente è nel paziente, al più nella stanza di terapia; lamentarne la mancanza in un convegno scientifico internazionale significa cercarla là dove non è richiesto si palesi. Dissolverla, ammesso sia possibile, è ben altra cosa.

3) Fa scivolare il concetto di oggettività su quello di media statistica (la prima però è un aspetto di metodo, la seconda una sintesi di risultati), a sua volta confuso con il concetto di “normalità” (un giudizio di valore confuso con la sintesi di risultati); poggiando su questo fallace doppio passaggio, il “mito dell’oggettività” pretenderebbe dunque che tutto ciò che ricade fuori dalla media sia stortura e anormalità…

Segue qui:

Massimo Recalcati e il mito della soggettività sotto assedio

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