Thanopulos: “Stranieri a noi stessi”

di Sarantis Thanopulos, ilmanifesto.info, 11 settembre 2015

La foto del bam­bino che il mare prima ha ingo­iato e poi ha riget­tato morto sulla spiag­gia, meta­fora ama­ris­sima dell’infanzia inghiot­tita dai tumulti della vita, sem­bra aver pro­dotto un tur­ba­mento più dura­turo del solito sull’incoscienza col­let­tiva. Altre foto di bam­bini morti, in modi più orri­bili, sono sva­nite dal nostro imma­gi­na­rio quasi subito, bru­ciando rapi­da­mente nel loro effetto raccapricciante. Aylan dorme com­po­sto in un sonno senza sogni. Il suo –il nostro– destino ci appare come depri­va­zione sen­so­riale totale: per­dersi in uno spa­zio senza imma­gini, suoni, odori, sen­sa­zioni gusta­tive e tat­tili. Il bam­bino è caduto nel mondo ina­ni­mato dei suoi gio­cat­toli, nella per­ce­zione è diven­tato un bam­bo­lotto. Tut­ta­via, men­tre i bam­bo­lotti sono fatti per appa­rire vivi, ani­mati, il bam­bo­lotto Aylan appare ine­qui­vo­ca­bil­mente irreale, a-vitale. L’immagine rag­giunge qui il mas­simo del suo effetto stra­niante. Nel mondo non ci sono lacrime in grado di dar senso a un bam­bo­lotto morto.

I bam­bo­lotti sono un tra­mite della rela­zione di desi­de­rio dei bam­bini con il mondo, a par­tire da quando sco­prono che le per­sone desi­de­rate sono dotate di una pro­pria sog­get­ti­vità e il loro pos­sesso non è asso­luto e scon­tato. Gli oggetti di legno, pla­stica, gomma, stoffa che essi trat­tano come esseri viventi, sono la rap­pre­sen­ta­zione sim­bo­lica delle per­sone amate ma, al tempo stesso, sono cose reali da toc­care e «spu­paz­zare» con ecci­ta­zione sen­suale e inten­sità affet­tiva, creando legami coin­vol­genti. Usando i bam­bo­lotti, i bam­bini danno forma per­so­nale ai loro desi­deri, sen­ti­menti e pen­sieri e si impos­ses­sano della vita, creando uno spa­zio di spe­ri­men­ta­zione e di libertà che li pro­tegge dalle fru­stra­zioni del rap­porto con le per­sone reali. Si tratta di uno spa­zio inter­me­dio, tran­si­zio­nale tra un rap­porto con la realtà cen­trato su se stessi e il rico­no­sci­mento dei limiti che impone la pre­senza, auto­noma dalla pro­pria volontà, degli altri. Il suo uso con­sente ai bam­bini di imme­de­si­marsi con l’alterità senza per­dere la pro­pria iden­tità e alienarsi.

Segue qui:

http://www.psychiatryonline.it/rubrica/4788

http://ilmanifesto.info/stranieri-a-noi-stessi/

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