Contributi – Rocco Ronchi. Deleuze, credere nel reale

di Pietro Bianchi, doppiozero.com, 22 settembre 2015

Che cosa è un pensiero? Di che cosa è fatto? Qual è il suo luogo d’esistenza? Parrebbe una domanda semplice, eppure diverse scuole filosofiche hanno dato e continuano a dare risposte completamente diverse a questo quesito. Uno scienziato cognitivo risponderebbe che un pensiero è fatto da un insieme di processi neurofisiologici che avvengono nel nostro cervello. Un filosofo platonico direbbe invece che le forme del nostro pensare hanno una realtà indipendente e autonoma dalla storicità del nostro mondo. A partire dalla svolta kantiana – ovvero a partire da un momento nella storia dove la filosofia è diventata ricerca delle forme a priori della conoscenza umana – il pensiero è diventato in primo luogo l’attività di un essere umano. Da allora un pensiero è sempre un pensiero di qualcuno; è sempre un pensiero messo in atto da parte di un essere umano. È questa la celebre tesi del capitolo IX de Le parole e le cose di Michel Foucault: tutta la filosofia post-kantiana non è nient’altro che un’antropologia trascendentale. La filosofia non parla più del pensiero in sé, parla del pensiero dell’uomo. A partire dall’Ottocento ma poi ancora più compiutamente nel Novecento, l’orizzonte imprescindibile dell’atto di pensare è diventato quello della centralità dell’uomo (e infatti tutte le scienze per Foucault non possono che essere nel profondo scienze dell’uomo). Dunque che ne è del terreno più propriamente speculativo? Nulla, è semplicemente finito. Per le filosofie post-kantiane il pensiero non può che essere un correlato della mente finita dell’uomo.

Questa centralità imprescindibile della finitudine umana è diventato uno degli aspetti più raramente messi in discussione nelle filosofie del Novecento: dalla fenomenologia di Heidegger o di Merleau-Ponty, fino all’esistenzialismo di Sartre; da tutte le correnti del neokantismo fino all’inferenzialismo di Sellars o di Brandom, tutti sono d’accordo sul fatto che il pensiero, e dunque la filosofia, non possa esistere senza il supporto dell’uomo. Sta qui l’originalità di un pensatore atipico come Gilles Deleuze che invece ha sempre rivendicato la propria più assoluta estraneità a tutto quel lessico e quella fascinazione per la finitudine, la negatività e la caducità che invece sembrano avere dominato ogni forma di pensiero debole e di nichilismo del Novecento. Deleuze ha creduto a una filosofia autenticamente speculativa che potesse prendere congedo da quel “dominio del limite antropologico” di cui parlava Foucault. Una filosofia che in questo senso non potesse che essere disumana, ovvero che ignorasse ogni richiamo all’insuperabilità del limite della vita umana; una filosofia che fosse in rotta di collisione con l’esperienza immediata e finita dell’uomo.

Il pensiero per Deleuze non è dunque pensiero dell’uomo. La ragione è che se il pensiero dovesse essere solo dell’uomo vorrebbe dire che l’uomo ne sarebbe la causa e l’origine. La parte più inaccettabile di tutte le antropologie filosofiche è infatti quella – nel mentre se ne proclama la limitatezza – di mettere l’uomo sul piedistallo più alto. Lassù, vicino a Dio. Invece l’uomo non è causa del suo pensiero, perché dell’atto di pensare non c’è cominciamento, o per meglio dire, non c’è origine. L’idea del fondamento è infatti quella di isolare il momento inaugurale: quel punto che possa farsene responsabile – l’autore, o il padre come si dirà poi parlando della psicoanalisi – e rispondere di tutto quello che da quel pensiero ne conseguirà. Di questa idea proprietaria e responsabile non c’è traccia nel pensiero di Deleuze. Il pensiero è senza presupposti, è senza padri, è senza appigli saldi a cui potersi riferire una volta per tutte. Non c’è un soggetto del pensiero, c’è un “si pensa”, impersonale e senza padrone. Il nome di questa assoluta mancanza di origine è un punto chiave dell’itinerario filosofico di Deleuze: la si chiamerà immanenza, o – per usare un termine che fu caro anche a Lacan – reale. È da questo secondo termine, che Rocco Ronchi va a pescare in un’intervista rilasciata da Deleuze nel 1988 a vent’anni dall’uscita de L’anti-Edipo. che prende avvio questo appassionato e trascinante cantico di difesa dell’unicità deleuziana (Deleuze. Credere nel reale, Feltrinelli). Deleuze è infatti quel filosofo che più di ogni altro ha creduto al reale di questo mondo, senza farsi incantare dalle sirene del dover-essere o della prescrizione morale. Senza illudersi dell’esistenza di un fuori o di un meta-linguaggio.

Segue qui:

http://www.doppiozero.com/materiali/contemporanea/rocco-ronchi-deleuze-credere-nel-reale

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...