La nostra battaglia contro il niente. Dialogo con Miguel Benasayag

di Marco Dotti, vita.it, 23 settembre 2015

La nostra società non fa l’apologia del desiderio, fa piuttosto l’apologia delle voglie, che sono un’ombra impoverita del desiderio. Un dialogo con lo psicoanalista argentino Miguel Benasayag che ci ricorda la necessità del conflitto per una ridefinizione dello spazio comune. Perché “se le persone non trovano quel che desiderano, si accontentano di desiderare quello che trovano”.
La nostra è l’«epoca dei grandi proclami, delle notizie terrificanti e degli atti d’accusa». Eppure, osserva Miguel Benasayag, tutti questi discorsi non solo non conducono a nulla, ma neppure ci toccano più, tanto sono distanti dalla vita e dalla possibilità di intervenire concretamente nella realtà quotidiana. Il vero pericolo, in un’epoca come questa, è rappresentato dal niente. Un niente circondato dalle belle parole e dai grandi discorsi. Per Benasayag, filosofo e psicoanalista di origine argentina trapiantato da molti anni a Parigi, attendo osservatore dei problemi dell’infanzia e dell’adolescenza, quando ci rivolgiamo ai grandi discorsi, ci condanniamo anche a fare il contrario di ciò che quelle “belle parole” afferman. O, quanto meno, a fare qualcosa che non ha nulla, ma proprio nulla a che vedere con quello che realmente significano. Contro la mortificazione che orienta l’individuo contemporaneo verso un fondamento che persino definire nichilista è troppo – sarebbe troppo onore – Benasayag ha offerto alcunechiavi di lettura lucide, ben esemplificate in due dei suoi libri: L’epoca delle passioni tristi (scritto con Ghérard Schmit, Feltrinelli, Milano 2005) e Contro il niente (Feltrinelli, Milano 2005).
Il dono di sé
Viviamo in una società schiacciata dal peso e tra i “limiti dell’utile”. Non solo il discorso economico, la scuola, la formazione dei giovani, ma persino la “cura”, intesa in senso lato, sono oramai improntati a standard di mera efficienza e funzionalità. C’è un modo per sottrarsi a questa logica “triste” che antepone cifre e calcoli alla persona umana?
Il problema di questa visione utilitaristica, oramai dominante, è che rende assoluta una dimensione comunque reale, ma relativa. L’utilitarismo vorrebbe presentarsi come l’unica realtà possibile, cogliendo però una sola dimensione della vita. Per resistere a questa logica bisogna sviluppare e valorizzare altre dimensioni molteplici della vita sociale e personale. Soprattutto ora, in un momento di forte crisi, recuperando, ad esempio, la dimensione del dono e del gratuito. Il legame sociale è sempre stato fondato sulla logica del dono e del contro-dono, non solo su quella dell’utile. Quando lo studioso francese Marcel Mauss studiò questa logica, negli anni Venti, mise in evidenza il complesso rapporto tra la libertà del donatore e l’obbligo morale del ricevente. La consegna del dono si svolgeva all’interno di un rito, Mauss studiò infatti il potlàc, ossia la cerimonia che fondava l’economia del dono in alcune tribù indiane del nordamerica, ma presto comprese che la logica del dono era conservata anche nelle società più moderne, le sue tracce erano pero nascoste a una “profondità antropologica” profonda. Anche oggi possiamo affermare che ogni società, non solo quelle arcaiche, mantiene come modalità di regolamento del legame sociale pratiche più o meno “sacrificali”: si dona, sacrificando parte delle proprie ricchezze, rinunciando a parte del proprio possesso, garantendo al sistema di non divorarsi da sé.

Segue qui:

http://www.vita.it/it/article/2015/09/23/la-nostra-battaglia-contro-il-niente-dialogo-con-miguel-benasayag/136598/

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