Preta, Ballerini, Zaccuri, Bellavita, Parsi su “Inside Out”

“Inside out è un film a favore dei gufi. Matteo Renzi dovrebbe vederlo” 

Maria Rita Parsi, psicoanalista e scrittrice, parla ad Huffpost

di Nicola Mirenzi, huffingtonpost.it, 27 settembre 2015

C’è qualcosa di Inside out – il film animato della Pixar che racconta le emozioni di una ragazzina e la ricchezza della sua (e nostra) vita interiore – che non è stato scritto, detto, pensato? «Che è un film a favore dei gufi e che Matteo Renzi dovrebbe correre a vederlo». Maria Rita Parsi è una psicoanalista e una scrittrice. Vive a Roma ma noi la raggiungiamo al telefono mentre sta prendendo un aereo per andare a un convegno di specialisti, uno di quegli appuntamenti in cui – se fossero invitate – le persone non addette ai lavori non capirebbero una parola di ciò che si dice: rimozioni, proiezioni, coazioni a ripetere… Invece, Inside out ha questa capacità: «Mostrare in maniera accessibile i meccanismi della mente umana, il modo in cui sentiamo e pensiamo, come selezioniamo i ricordi, il modo in cui i sentimenti s’intrecciano e si intersecano tra di loro». Il film, secondo la professore Parsi, ha anche una dimensione politica molto chiara. E ci arriviamo, a dire quale. Prima però bisogna ricordare che Inside out è il film più visto nei cinema italiani. In poco più di una settimana, ha incassato oltre sei milioni di euro, riscuotendo l’entusiasmo del pubblico e gli apprezzamenti della gran parte della critica. Racconta cosa succede nell’animo di una ragazzina che è costretta a trasferirsi con i suoi genitori in una città diversa da quella in cui è cresciuta: la girandola di emozioni, la difficoltà di accettare la separazione, la battaglia – perdente e insensata – per non farsi travolgere dalla tristezza, un sentimento che il film, invece, invita ad accettare e accogliere.

Perché piace così tanto questo film, professoressa?
Piace perché insegna a riconoscere i sentimenti e le emozioni. Sa, moltissime persone non sono affatto capaci di farlo. Non parlo solo dei bambini, ma anche degli adulti. Sono tantissimi gli uomini e le donne che non sono in grado di avvertire ciò che gli succede dentro.

Ma perché proprio adesso le persone avrebbero tutta questa voglia di capirsi?
Siamo immersi in un mondo pieno di confusione, in balia di forze che condizionano la nostra vita – pensi all’economia, alla crisi – e gli individui hanno sempre più bisogno di orientarsi almeno dentro se stessi. La gente ha necessità di capirsi per prendere in mano la propria vita. Quanto tu capisci il modo in cui funzioni, il perché senti alcune cose anziché altre, smetti di essere in balia dei sentimenti e impari a governarli, a essere il protagonista. Io credo che il film intercetti questo bisogno. Un bisogno diffuso, a giudicare dal successo.

Segue qui:

http://www.huffingtonpost.it/2015/09/27/maria-rita-parsi-inside-out-matteo-renzi_n_8203252.html

Inside Out: pianto, rimpianto, compianto

di Andrea Bellavita, doppiozero.com, 25 settembre 2015

Nel suo sorprendente e disturbante (e per questo necessario) L’infanzia non è un gioco. Paradossi e ipocrisie dei genitori di oggi, Stefano Benzoni scrive: “Che cosa desideriamo noi dai bambini? Come desideriamo che siano? Li vogliamo docili e appagati, meglio se appagati di spettacoli che piacciono anche a noi. In questo senso, l’onnipresenza del fantastico negli intrattenimenti per bambini è forse uno dei fenomeni più evidenti del modo in cui i genitori oggi tendono a confondere l’educazione al gioco con il proprio intrattenimento, il bimbo buono sa starsene buono e godere degli spettacoli fantastici che piacciono anche a mamma e papà”. A supporto della sua tesi mette insieme, non senza una certa pindarica forzatura, le saghe di Harry Potter e de Il Signore degli Anelli, i Teletubbies e le “moltiplicazione di marchi di fabbrica Pixar”.

Quando Pixar, ovvero Disney, decide di proporre un film che mette a tema la definizione dell’identità del bambino (Riley, undici anni, pre-adolescente, un attimo prima che sul suo pannello di controllo cerebrale compaia il terribile tasto rosso di allarme nucleare “pubertà”) e la sua relazione all’interno del nucleo familiare, è inevitabile che si trasformi in un “film mondo”, in una presa di posizione ideologica e socio-culturale.

Tesi n. 1 (del film, e del coro unanime di consenso di pubblico, genitoriale soprattutto, critica e commentatori variamente assortiti): apparentemente la nostra identità e il nostro comportamento relazionale dovrebbe essere diretto dalla tensione alla gioia (lasciare a Joy il comando della consolle: leggi edonismo sfrenato e superficiale tensione alla felicità totale), ma è necessario conservare il giusto spazio per la tristezza, rispettarla, conviverci, negoziare un ruolo, accettarla. Perché la tristezza può anche essere buona, risolutrice: la vera eroina del film è Sadness, che quando “sporca” i ricordi di base con le sue manine blu in realtà non sta commettendo un errore, ma sta facendo la sua parte.

D’altronde non c’è da stupirsi che Pixar sposi la funzione salvifica di Sadness (non si può dire che WALL-Ee Up fossero esattamente film allegri…), all’interno di un macro-sistema di costruzione dell’immaginario familiare e para-familiare (The Walt Disney Company) che di fatto funziona esattamente come il Quartier Generale della testolina di Riley. Pixar è Sadness: la tristezza come strumento di ri-costruzione della famiglia e del nucleo sociale. The Walt Disney Studios (per semplicità: animazione, original movies eoriginal series) è Joy: che bello avere una famiglia! L’anima disneyana è quella che sembra animare la prima parte del film, fino alla scena madre di presentazione nella nuova scuola, e dello scatenamento della crisi: la mamma dice “grazie! Nonostante tutto questo caos sei riuscita a rimanere la nostra… la nostra ragazza felice!”, si preme il pulsante del sorriso e Anger conviene che “non si discute con la mamma: e felicità sia…”. Poi papà fa il verso della scimmia e si va a scuola tutti felici. A Marvel lasciamo il ruolo di Hungry e Fear, con tutte quelle storie di mostri e super-eroi arrabbiati, e ABC (Family) non può che essere Disgust, la mocciosa stilosa che definisce il concetto di coolness e di accettazione sociale sulla base del gusto e del disgusto (estetici prima di tutto).

In questa prospettiva Pixar, e Inside Out, appaiono come l’avanguardia illuminata e progressista di un sistema di costruzione dell’identità collettiva, prima ancora che individuale: è la visione che ha sancito l’approvazione collettiva del film. Insieme, diciamolo subito per fugare ogni dubbio, alla straordinaria qualità cinematografica, sotto tutti i punti di vista, che fanno di Inside Out uno dei più sorprendenti film di animazione di tutti i tempi.

Segue qui:

http://www.doppiozero.com/materiali/odeon/inside-out-pianto-rimpianto-compianto

INSIDE OUT, l’emozione non è tutto

di Luigi Ballerini, Alessandro Zaccuri, avvenire.it, 24 settembre 2015

La critica. Infanzia troppo spensierata. Ma l’uomo non è un cyborg

E’ attraente e seduttivo Inside Out, il nuovo bellissimo film della Pixar, così capace di suscitare un unanime entusiasmo che ne parlano tutti. Toccando sapientemente le corde giuste sa infatti commuovere e divertire, ammicca ai grandi e ai piccini con riferimenti studiati per i diversi target di età. La vicenda che fa da sfondo è ormai nota: Riley, felice undicenne del Minnesota, si trova a fronteggiare il disagio di un trasferimento a San Francisco legato alle vicende lavorative di suo padre. Ma chi sono i veri protagonisti del film? Ce lo chiediamo perché se apparentemente si tratta di Riley e della sua famiglia, in realtà le vere protagoniste sono le cinque emozioni che letteralmente si agitano nella sua testa: Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia e Disgusto. Possiamo a questo punto decidere se lasciarci emozionare (appunto) dal film e farci ammaliare dalla sua godibilità oppure se fermarci un attimo a chiederci che idea di bambino, e di uomo, vi è sottesa… (Luigi Ballerini)

Segue al link riportato in basso.

La difesa. Un’indagine sui sentimenti tra Platone e i miti di oggi

Tempesta emotiva passata, allarme rientrato. E poi ormai Riley ha compiuto dodici anni: «Che altro può succedere?», si domanda Gioia, come al solito ottimista. Ma niente, tutt’al più la pubertà, l’adolescenza, sciocchezze di questo genere. Siamo alle ultime battute di Inside Out, i bambini pensano che la storia sia ormai finita, gli adulti sanno bene che è appena cominciata. Perché quello che il film descrive non è in effetti un meccanismo, bensì un processo: il passaggio dalle emozioni elementari dell’infanzia a una gamma più articolata di sentimenti, dove nessuna sensazione sarà più disgiunta dal suo opposto. L’ha capito anche Gioia, sia pure a fatica. Fino a quando si è ostinata a volere che le giornate di Riley restassero luminose e perfette come sempre erano state, non ha fatto altro che combinare disastri. Non appena Gioia ha accettato di collaborare con Tristezza, ecco che la bambina ha ritrovato se stessa… (Alessandro Zaccuri)
Segue qui:

Lorena Preta: “Il film piace perché è semplice ma la vita è molto più complessa”

La psicoanalista è tra le migliaia di spettatori che sono andati a vedere Inside Out e riflette sul successo del film

di Silvia Fumarola, repubblica.it, 22 settembre 2015

Come mai diventa tanto importante un film che racconta cosa sono le emozioni? Perché tanto clamore?”. La psicoanalista Lorena Preta è tra le migliaia di spettatori che sono andati a vedere Inside Out e riflette sul successo del film. Lo ha trovato “interessante”, con qualche riserva “perché se da una parte chiarisce che la vita mentale è basata sulle emozioni, dall’altra mi sembra che sia un film molto “meccanico””.
Dottoressa Preta, che ne pensa?
“Viene soprattutto da chiedersi perché tanta sorpresa. La psicoanalisi è molto diffusa nel mondo, è entrata nella nostra cultura da cento anni”.
Perché, allora, secondo lei “Inside Out” è diventato il film del momento dando corpo e volto alle emozioni?
“Perché è costruito in maniera semplice anche se non semplicistica. È buono dal punto di vista didattico perché considera le emozioni, meglio ancora sarebbe dire gli affetti, la base della vita mentale, spiega che non navigano nel cosmo, regolano l’esistenza e sono in rapporto tra loro”.

Segue qui:

http://www.repubblica.it/scienze/2015/09/22/news/lorena_preta_il_film_piace_perche_e_semplice_ma_la_vita_e_molto_piu_complessa_-123414252/

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