Genga: “Freud ad Atene e quel disturbo della memoria sull’Acropoli”

di Glauco Maria Genga, culturacattolica.it, 29 settembre 2015

«Dunque, quello che ci guastò la gioia del viaggio ad Atene fu un sentimento di “pietà filiale”.» (1)

Così Freud conclude una breve pagina autobiografica, Un disturbo della memoria sull’Acropoli: un bellissimo documento del suo modo di lavorare a partire da quel che osserva, anzitutto nella propria vita quotidiana. Essa è sempre e per ciascuno vita psichica (non esistono “fatterelli”). Qui è in primo piano il tema del rapporto con il padre: «È come se l’essenziale del successo consistesse nel fare più strada del padre, e che fosse tuttora proibito voler superare il padre (…)». E’ una questione che riguarda tutti, non soltanto chi si occupa professionalmente di psicoanalisi.

Il fatto (1904)
Freud era solito concedersi una lunga pausa estiva dal suo lavoro compiendo molti viaggi, spessissimo in Italia: non è esagerato dire che visitò il nostro Paese in lungo e in largo. Nel 1904 decise di trascorrere una settimana a Corfù in compagnia del fratello minore Alexander. Ma a Trieste, poco prima di imbarcarsi, un amico consigliò loro di evitare quell’isola, troppo calda in quei giorni, e di dirigersi invece ad Atene. Dapprima entrambi rimasero contrariati e incerti se prendere davvero il piroscafo per Atene. Ma dopo alcune ore si recarono tutti e due a cambiare i biglietti.
Così il 30 agosto s’imbarcarono per Brindisi e il 3 settembre raggiunsero Atene. Il suo biografo, E. Jones, racconta: «La mattina dopo trascorsero due ore sull’Acropoli: per la circostanza Freud aveva indossato la sua camicia più bella. Nello scrivere a casa raccontò che quella visita aveva superato qualunque altra esperienza che avesse mai fatto o immaginato prima (…). Più di vent’anni dopo ripeté che le colonne color ambra dell’Acropoli erano la cosa più bella che avesse mai visto in vita sua.» (2)
Questa visita fuori programma nel luogo più rappresentativo della civiltà greca classica, che egli ben conosceva e ammirava fin dagli anni liceali, produsse in lui un momentaneo disturbo della memoria (Erinnerungstörung): una curiosa esperienza sintomatica, di quelle che egli stesso aveva imparato ad apprezzare e a descrivere pochi anni prima in Psicopatologia della vita quotidiana (1901). Egli «fu colto da un senso di dubbio sulla realtà di ciò che aveva davanti agli occhi, tanto che stupì il fratello col chiedergli se si trovavano davvero sull’Acropoli». (3)

Trent’anni dopo (1936)
Nel gennaio 1936, Freud analizzò quell’episodio: «Quando poi il pomeriggio dopo l’arrivo mi trovai sull’Acropoli e abbracciai con lo sguardo il paesaggio, mi venne improvvisamente il pensiero singolare: “Dunque tutto questo esiste veramente, proprio come l’abbiamo imparato a scuola?!”»
Fu come sentirsi sdoppiato in due persone, una delle quali si interrogava sulla realtà delle proprie percezioni mentre l’altra, con meraviglia, ne «prendeva nota». Del resto, prosegue Freud, «vedere una cosa coi propri occhi è del tutto differente dal sentirne parlare o leggere». Di qui la sua incredulità: «Noi arriveremo a vedere Atene? Non è possibile, è troppo difficile. (…) Sarebbe stato così bello! (…) E’ un caso di “too good to be true” [troppo bello per essere vero], come ne incontriamo così frequentemente. (…) Un’incredulità di questo tipo è palesemente un tentativo di ricusare un frammento della realtà, ma qui c’è qualcosa di strano.» Non si sarebbe stupito se si fosse trattato di evitare un dispiacere, «ma perché una tale incredulità verso qualcosa che invece promette un intenso piacere? Un comportamento veramente paradossale!». Il caso è analogo a quel che accade a quanti «soccombono al successo» perché in preda al «senso di colpa o d’inferiorità che si può tradurre: “Non sono degno di tanta felicità, non la merito.»

Segue qui:

http://www.culturacattolica.it/?id=516&id_n=37804

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