Contributi – Zanzotto e i lampi di un fedele lettore-interprete

Stefano Agosti ha raccolto dal Saggiatore i suoi saggi su Andrea Zanzotto. Il primo dei contributi di Agosti risale al 1969, a ridosso di «Beltà». Col poeta nasce un’intesa naturale, che passa per Petrarca e Pasolini

di Massimo Natale, ilmanifesto.info, 4 ottobre 2015

Che in età moderna poe­sia e cri­tica vadano ine­vi­ta­bil­mente insieme, che que­ste due sorelle per­cor­rano – pur diver­sa­mente – lo stesso cam­mino, lo ha fis­sato una volta per sem­pre Char­les Bau­de­laire, ricor­dan­doci che ogni vero poeta con­tiene in sé anche un cri­tico di prima gran­dezza. Ma lo stesso bino­mio, la stessa ine­vi­ta­bi­lità di que­sto rap­porto, è stata più volte incar­nata anche da alcuni soda­lizi d’eccezione: basti pen­sare, per tenerci al solo Nove­cento ita­liano, alla «lunga fedeltà» che ha legato Gian­franco Con­tini, lungo l’intero arco della sua atti­vità, alla scrit­tura di Euge­nio Mon­tale. E pro­prio al tan­dem Contini-Montale – espli­ci­ta­mente citato nel risvolto di coper­tina – e a quella memo­ra­bile formula-sigillo fa imme­dia­ta­mente pen­sare un titolo come Una lunga com­pli­cità Scritti su Andrea Zan­zotto (il Sag­gia­tore, pp. 189, euro 24,00), volume in cui Ste­fano Ago­sti rac­co­glie ora gli studi con­sa­crati al poeta di Pieve di Soligo in quasi mezzo secolo, se il primo sag­gio da lui dedi­cato a Zan­zotto è del 1969, a ridosso dell’uscita – l’anno pre­ce­dente – della Beltà. Un’attenzione che si sostan­zia di un’intesa ver­rebbe da dire natu­rale fra il poeta e il suo let­tore d’elezione: per­ché ana­lo­ga­mente pro­fonda e nutri­tiva è, per esem­pio, la fun­zione che Jac­ques Lacan ha gio­cato nel per­corso di entrambi; o si pensi a come Ago­sti – sfrut­tando lo stesso Lacan del Semi­na­rio IV, incen­trato sulla rela­tion d’objet – abbia riletto in chiave psi­coa­na­li­tica il Can­zo­niere di Petrarca (nel suoGli occhi e le chiome, 1993), quel Petrarca su cui Zan­zotto ha pun­tato a sua volta in sede cri­tica (in un bel­lis­simo sag­gio che ritraeva il poeta dei Frag­menta fra il palazzo e la came­retta) e insieme in poe­sia, al chiu­dersi della sua Beltà, in una lirica deci­siva come E la madre-norma. O ancora, si potrebbe anno­tare il fatto che tutti e due – Ago­sti e Zan­zotto – guar­dino assi­dua­mente a Paso­lini, o a certe inter­se­zioni fra let­te­ra­tura e figu­ra­ti­vità, ecc. (e se ben simili sono i nutri­menti, la com­pli­cità del titolo potrà allora tra­sco­lo­rare addi­rit­tura in una vera e pro­pria con­san­gui­neità).
Que­sto è un libro che rac­conta dun­que di una costanza, e trova pro­ba­bil­mente nella già citata Beltà il suo più impor­tante testi­mone. Per­ché è pro­prio uno stu­dio sul quel libro ad aprire il volume, dopo una breve intro­du­zione – sug­ge­sti­va­mente inti­to­lata «Dalla spe­cola di Pieve» – nella quale il movi­mento inne­scato appunto dalla Beltà è descritto qui come un’«esplosione», che depo­si­terà i suoi risul­tati anche altrove. Ago­sti, certo, è un cri­tico da «campo lungo», inten­zio­nato cioè a osser­vare un dato feno­meno o un dato luogo regi­stran­done la tra­iet­to­ria – ovvero le pre­messe e gli esiti – e non solo il loro nudo appa­rire. Ma non si rispar­mia poi certe uscite nette, certi graffi istan­ta­nei che inchio­dano l’oggetto e insieme chi legge, aumen­tando la carica sedut­tiva del discorso cri­tico. Basti qual­che scheg­gia a com­pro­varlo: vedi un asserto quale «il banale è l’autentico», rife­rito ancora alla stessa rac­colta; o l’etichetta di «bolla pato­lo­gica» per quanto, nei testi zan­zot­tiani, sca­valca ica­sti­ca­mente la nor­male mise en page tipo­gra­fica; o ancora, la defi­ni­zione dello «spa­zio del Signi­fi­cante» – sca­vando ben oltre il pro­filo solo lin­gui­stico del tema – come luogo in cui «la Sto­ria è detrito e ove l’insignificanza ha un senso». Se esi­stono, insomma, le zan­zot­tiane poetiche-lampo, esi­stono anche certe designazioni-lampo del cri­tico, che fun­zio­nano anzi­tutto da segnale di – sem­pre vigile – «inter­pre­ta­zione in corso».

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