Non solo Inside Out. Ecco perché la gioia, per diventare felicità, ha bisogno di tristezza

di Paolo Cervari, huffingtonpost.it, 12 ottobre 2015

Inside Out, l’ultimo film della Pixar, ha fatto molto parlare di sé. Perché è un film coinvolgente, perché è un film che ci parla di noi, perché è un film ricco di colpi di scena. Ma forse il motivo segreto per cui colpisce tanto l’immaginazione del pubblico è che dà un ruolo positivo alla tristezza. Senza tristezza non c’è la felicità. Sorpresa? Per spiegarci meglio facciamo un passo indietro. Inside Out si basa sulle ultime ricerche scientifiche e, coerentemente a esse, ci mostra 5 emozioni di base: gioia, tristezza, disgusto, rabbia, paura. Quattro negative e una sola positiva, mi dicono spesso alcuni (in aula o in sessione di coaching o consulenza filosofica). Ma non è così. Intanto servono tutte. E non solo, senza di esse non faremmo nulla, perché le emozioni sono ciò che ci muove: emotion in inglese ha la stessa radice di motion e move, parole che riguardano il muoversi (e il cinema…. guarda caso, che si dice movie). Insomma, le emozioni sono il sale della vita, per così dire. E, contrariamente a quanto sostenuto a volte (ma solo a volte) nella storia del pensiero, sono tutte utili. La paura ci rende prudenti di fronte ai pericoli, la rabbia ci dà l’energia per combattere le avversità, il disgusto ci protegge dalle intossicazioni, anche mentali, come i malefici influssi provenienti dalle persone negative o noiose. E la tristezza? A che serve la tristezza?

A molte cose: in primo luogo, se espressa, rende noto agli altri che “c’è qualcosa che non va” e funziona pertanto come una specie di richiesta di aiuto. Ma serve anche a mantenere il nostro rapporto col mondo, perché ci ricorda che il mondo non va sempre come vorremmo e molte cose sono, purtroppo, non ideali o “brutte”: supporta il nostro senso della realtà. Per lo stesso motivo è indispensabile a mantenere stabile la nostra identità: avete presente le persone sempre e soltanto insopportabilmente felici? Sono inquietanti e ci fanno temere che crollino da un momento all’altro, senza contare che spesso sono poco capaci di ascolto ed empatia. Invece per essere empatici bisogna essere capaci di tristezza: ecco un’altra funzione importante di questa emozione. Diceva Melanie Klein, illustre psicoanalista freudiana, che il bambino piccolo per maturare deve provare frustrazione e dolore, ma soprattutto interiorizzarli, per accedere a quella che lei chiamava posizione depressiva. Anche la psicoanalista Maria Rita Parsi, in una recente intervista si esprime a favore di questa accettazione della sofferenza. Insomma, con buona pace di chi esalta il pensiero positivo, una persona equilibrata e matura non solo è capace di essere triste, ma lo è ogniqualvolta le circostanze fan si che questo possa accadere. Può accadere perché ci viene a mancare qualcosa, naturalmente, ma anche perché la nostra memoria ci porta ricordi non belli, e tuttavia indispensabili a comprendere quanto ci sta accadendo in quel momento presente (per esempio ricordare che una certa persona ci ha fatto del male).

Segue qui:

http://www.huffingtonpost.it/paolo-cervari/non-solo-inside-out-ecco-perche-la-gioia-per-diventare-felicita-ha-bisogno-di-tristezza_b_8276626.html?utm_hp_ref=italy

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