La flessibilità è meglio del limite

Perché abbiamo bisogno di Nietzsche

di Giovanni Bottiroli, doppiozero.com, 13 ottobre 2015

1. “Non pensare a trasgredire la Legge, cerca piuttosto di trasgredire te stesso”: quasi certamente questo è il precetto più importante che possiamo derivare da Nietzsche in una prospettiva etica. Un’esortazione, un imperativo, se si vuole: ma un imperativo che, per quanto categorico, non prescrive nulla di rigido, e che, per quanto sia rivolto a tutti, appare orientato meno verso l’universalità che non verso la singolarità. Ritengo che la massima di Nietzsche rappresenti la via più feconda per un’etica nella società contemporanea, nella società liquida se ci accontentiamo dell’ambigua espressione di Bauman (tornerò tra poco sulla sua ambiguità). Ma, poiché questa massima non viene formulata esplicitamente nell’opera di Nietzsche, vorrei anzitutto giustificare la legittimità della mia interpretazione. Nietzsche è il filosofo del Superuomo. Tuttavia il termine Übermensch andrebbe inteso, e tradotto in italiano, con oltreuomo: l’oltreuomo è il soggetto capace di oltrepassare se stesso, di varcare i propri confini. Dunque l’etica di Nietzsche non è affatto aristocratica: al contrario, è profondamente democratica, perché l’invito a “superare se stessi” viene rivolto a ogni individuo.
A questa prima precisazione bisogna farne seguire una seconda: gli essere umani possono oltrepassare se stessi perché sono flessibili, plastici. Se fossero rigidi, potrebbero cambiare, trasformarsi, tentare innumerevoli variazioni, ma sempre e soltanto all’interno delle proprie frontiere. In una celebre formulazione, Nietzsche afferma che l’uomo è “l’animale non ancora stabilmente determinato”. Non ancora va inteso come “non mai”. Ciò non equivale a dire che l’uomo è l’animale liquido, perché la liquidità non è una garanzia contro la rigidità. Si può essere liquidi e monotoni. Questo è un punto essenziale da chiarire: un soggetto rigido può essere mutevole, dinamico, nomadico (alla Deleuze). Non è necessariamente statico.

2. Se questa tesi suona bizzarra, si può cominciare a comprenderla con un’immagine creata da Kafka: quella di un prigioniero in grado di spostarsi, perché le sbarre della sua prigione non sono conficcate al suolo; egli le porta a spasso per il mondo, restando sempre al loro interno. Oltrepassa i confini dei territori, non quelli che lo incatenano a se stesso. Possiamo adesso considerare il problema da cui muove questa mia riflessione: viviamo, si dice, in una società che, non riuscendo più a percepire il senso e la funzione del limite, si trova di fronte a fenomeni di devastazione che potrebbero essere contrastati soltanto ritrovando la funzione perduta. La perdita del limite è descritta in vari modi: al linguaggio troppo epidermico della sociologia io preferisco quello della psicoanalisi. Viviamo nell’epoca dell’evaporazione del Padre, aveva detto acutamente Lacan, cogliendo il movimento di dissoluzione di tutte le figure autorevoli. E poiché il padre, quale che sia la sua realtà concreta, è il portatore della legge, a dissolversi è il rapporto dell’individuo con la Legge. Ne risulta un soggetto che si percepisce come senza limiti. “Non riesco a mettermi un limite” dice Andrea, un paziente di Franco Lolli; nel suo bel saggio, L’epoca dell’inconshow, Lolli utilizza questa frase per indicare due tipi di comportamento:
(a) quelli eccessivi e sregolati fino alla violenza contro di sé e contro gli altri: “Andrea vive costantemente sul punto di rovinarsi; quando beve, lo fa fino a stare malissimo, quando ‘tira’, si fa fuori in pochi mesi una quantità esagerata di soldi, quando litiga con la sua ragazza finisce col picchiarla e beccarsi una denuncia, quando viene fermato dalla polizia in stato di ebbrezza dice di essere stato malmenato dagli agenti procurandosi da solo contusioni e ferite al volto – sperando di poter ribaltare così la sua scomoda situazione”.
b) comportamenti innocui, che mostrano però l’incapacità di realizzare una qualunque meta: quale che sia l’obiettivo, il footing, imparare a suonare la chitarra, le donne, le sostanze, Andrea rincorre freneticamente il suo obiettivo solo per un po’ di tempo. Poi il desiderio – ammesso che lo si possa chiamare così – svanisce; e ne subentra un altro.
Constatiamo dunque non solo l’evaporazione del padre e della legge, ma anche l’evaporazione di un qualunque investimento libidico durevole. Il soggetto passa da uno sciame all’altro – dal gruppo della discoteca a quello della palestra, a quello dell’aperitivo, ecc., cambia e accumula i suoi Io come in un patchwork.
Gli psicoanalisti lacaniani, e in particolare Massimo Recalcati, che in questi anni ha saputo liberare l’opera di Lacan dai suoi gergalismi e l’ha proposta a un pubblico più ampio, interpretandola anche in maniera originale (il complesso di Telemaco) e facendone comprendere tutta l’importanza, descrivono questa situazione epocale mediante una coppia di termini: desiderio e godimento (jouissance). Il desiderio è una forza che incontra la Legge, e ne accetta le limitazioni; il godimento è la spinta acefala a non accontentarsi del piacere, ma a puntare verso l’eccesso. Un eccesso mortifero e autodistruttivo – il termine godimento non indica solo l’intensificazione del piacere, ma la distruzione della vita, anzitutto e fondamentalmente la propria. In ciò si manifesta peraltro una tendenza dell’essere umano, che non ha una vocazione naturale all’equilibrio, al piacere omeostatico, alla misura. “L’essere umano non è un essere aristotelico, non si accontenta della via mediana, non è un ‘animale razionale’, ma, come afferma Lacan, un ‘essere di godimento’, un essere che tende a oltrepassare il limite, a preferire il godimento alla difesa della propria vita” (M. Recalcati, Ritratti del desiderio, Cortina 2012, p. 98. Il corsivo è mio). Così l’individuo si trova a perseguire un “godimento senza Legge’, un godimento maledetto che lo trascina in una schiavitù distruttiva. Tutte le patologie contemporanee (anoressia, bulimia, tossicodipendenze) ne sono la prova.

Segue qui:

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