Ospiti – Contri e Hadjadj: differenze, sessi, amore

Caritas e amor, agape e eros

di Giacomo B. Contri, giacomocontri.it, 31 ottobre 2015

Da giovanissimo venivo introdotto a una coppia di distinzioni – caritas e amor, agape e eros – che confondeva il pensiero a me insieme a milioni di altri: essa è tutt’uno con l’oscurità in cui resta dopo millenni la parola “amore”, un’oscurità tale che una persona di buon senso si distinguerebbe lasciandola in sospeso, tanto da non pronunciarla più fino a nuovo Ordine.

Questo terribile “pasticcio” accompagna l’intera storia del cristianesimo: e so da tempo che l’oscurità sull’amore – oscurata dal brandire ossessivamente questa parola – è la pecca principale della storia del Cristianesimo: non che altri abbia fatto meglio, anzi penso che tutti, Islam compreso, siano storicamente al rimorchio di tale pecca.

Quella coppia di distinzioni non è altro che un riparo dai sessi, o meglio dalla loro esistenza nella differenza: non si osserva mai che in Freud se i sessi (la differenza sessuale) compaiono disastrati nelle patologie, essi in una pensabile normalità sono il sale della terra indipendentemente dal loro, diciamo così, esercizio (così spesso poco sapido).

Nel pensiero di Gesù le suddette due distinzioni sono assenti.

En passant: rammento che la vita dei sessi, meta-fisica com’è, è tanto poco naturale quanto lo champagne: di mezzo ci si è messo il pensiero.

http://www.giacomocontri.it/BLOG/2015/2015-10/2015-10-31-BLOG_domenica_caritasamor_agape_eros.htm

La famiglia come contropotere. Intervista con Fabrice Hadjadj

Che cos’è una famiglia? Per il filosofo francese Fabrice Hadjadj, la famiglia «è il luogo nel quale si articolano la differenza tra i sessi e la differenza delle generazioni, ma è anche la differenza tra queste due differenze». Fondata su un desiderio, non su un contratto, la famiglia «è il luogo del dono e della ricezione incalcolabile di una vita che si dispiega con noi ma anche nostro malgrado, e ci spinge sempre più avanti nel mistero dell’esistere»

Intervista di Marco Dotti, vita.it, 27 ottobre 2015

Un grande sociologo, Norbert Elias, parlava dell’uomo contemporaneo come di un homo clausus, chiuso e ripegato su di sé, come una monade che si accontenti di vivere in stanze che non hanno finestre, dimenticando chi l’ha preceduto, ignorando chi lo seguirà. Senza alterità, senza trascendenza. Senza nient’altro che una vita concepita solo e unicamente come serie infinita di problemi. Ma se la vita è un problema, allora nulla ha senso fuorché la produzione infinita di tecniche per alleviare il peso di quel problema. Così, mente molti discutono della “famiglia come cellula di base della società” non si sono accorti che – parole di un altro sociologo, Paul Yonnet – questa famiglia è diventata tutt’al più la cellula di base di quell’individuo, “homo clausus” che si vorrebbe globalizzato ma scopre il vivere concreto del mondo solo nella passione triste del voyeur che spia attraverso le finestre virtuali che, nella sua stanza, hanno sostituito la vecchia tavola e la dimensione conviviale che vi si generava con il tablet.
Che eredi abbiamo? Di chi siamo eredi? Di individui sempre più liberi di “scegliere” perché sempre più rinchiusi nella gabbia delle “libere scelte”? Forse è venuto il momento di scrollarci di dosso certe diagnosi un po’ affrettate, scrollarcele come si fa con le mosche e andare al cuore di una questione che ha per nome “famiglia”. Chiedersi “che cos’è”, non solo “come”, “cosa” o “quanto”. Farsi eredi e ospiti di una domanda, talmente radicale, da essere stata elusa e esclusa dai tavoli e dai “panel” delle belle e grandi discussioni su etica e costumi 2.0. D’altronde, proprio il termine “erede”, traducendo il latino heres, deriverebbe dalla radice indoeuropea *ghar, ossia “colui che prende”. Oppure, secondo un’ipotesi del linguista e filologo ottocentesco Franz Bopp, dalla forma indebolita del greco cheros che significa “il diventato orfano”. C’è tutto un tema di relazioni, di distanze, di mancanza, di fratellanza e di “orfani”, d presenza, di prossimità – con un termine al tempo stesso chiaro e sfuggente: di differenze – attorno al legame tra sessi e tra generazioni. Abbiamo incontrato il filosofo Fabrice Hadjadj, autore del recente Ma che cos’è la famiglia? (Ares, Milano 2015), che per primo ha posto con radicalità e fermezza questa domanda. “La famiglia è il luogo nel quale si articolano la differenza tra i sessi e la differenza delle generazioni, ma è anche la differenza tra queste due differenze” – Fabrice Hadjadj

La questione è radicale o non è

Una domanda molto semplice, come il titolo del suo libro d’altronde: che cos’è una famiglia? Su questo tema, abbiamo trattati di sociologi, diagnosi di antropologi, prognosi di ogni tipo. Ma la questione, la domanda, nella sua semplicità radicale è sempre elusa: che cos’è una famiglia?
Effettivamente, la questione “che cos’è” è la questione più fondamentale. Non ci chiediamo “perché”, ma “che cos’è”. D’altronde, nella Bibbia, è proprio tale questione – “che cos’è?” – a nutrire l’uomo. La manna, in ebraico מן, deriverebbe secondo una certa etimologia proprio dall’espressione ebraica mān hū, “che cos’è?”.
Nel Libro dell’Esodo (16,15), proprio relativamente alla manna, abbiamo una traccia di questa domanda: alla vista di “qualcosa di minuto”, che “appare sulla superficie del deserto”, il popolo si chiede appunto “Che cos’è questo?” e Mosé risponde loro “Questo è il pane che il Signore vi ha dato per cibo”. Ma è una domanda che è anche segno della prova alla quale Dio sottopone il suo popolo…
Non è semplicemente una domanda che ricorre in tutta la Bibbia, è “la” domanda. La domanda radicale, che va alle radici: “che cos’è?”. Il nutrimento degli ebrei nel deserto è proprio questa domanda. Si nutrono di un pane, di una manna, che è precisamente il “che cos’è?”. La loro prova, se vogliamo, è anche nel sapersi porre questa domanda e nel sapersene nutrire. Sapersi nutrire proprio di questa domanda.
Torniamo dunque alla domanda: Che cos’è una famiglia?
Può essere che non si sia mai stati capaci di dire davvero che cos’è l’essenza della famiglia. Forse sono le urgenze e i problemi dell’oggi che ci spingono a porci questa domanda. La manna riguardava l’arrivo dal cielo di un nutrimento, ma la famiglia? C’è sempre stata, eppure… Eppure questa evidenza non è mai stata colta come “questione”. Una evidenza, la famiglia, che è sempre stata e c’è sempre stata, è stata posta in discussione, criticata o aggredita, ma nessuno l’ha mai interrogata nel suo statuto profondo, radicale.
La domanda è dunque nuova, nella sua urgenza?
Sono le circostanze dell’oggi, del nostro vivere oggi, qui e ora, in determinate condizioni, che ci spingono a porci una domanda in forma nuova e a assumere le conseguenze di questa domanda in una forma che non possiamo declinare arroccandoci o aggredendo. Arroccamento e aggressione della famiglia avvengono infatti in una sorta di linea di continuità, ponendola o contestandola come valore. La famiglia va invece interrogata come evidenza radicale, come evidenza di un fondamento. Ecco, la famiglia è un fondamento. Ma anche qui torno alla sua domanda: “che cos’è la famiglia?”, che cos’è questo fondamento? Stupisce che i filosofi si siano rimossi, fino a oggi, questa domanda.
La novità è nell’urgenza, ma questione è lì da sempre, riguarda più l’essere e l’invarianza della famiglia che una sua contingenza e, dunque, una sua forma variabile… Spesso confondiamo “famiglia” con il tipo borghese di famiglia, questo sì abbastanza in crisi…
È una sorta di rimpatrio della questione che affiora dal lato della sessualità, del corpo, della carne. Ma se rimpatria dal lato della sessualità, del corpo, della carne allora riaffiora anche al cuore stesso della famiglia. “Che cos’è?” è domanda che riguarda l’essere. “Nella domanda “che cos’è una famiglia?” la questione che riguarda l’essere e non il valore o il bene. Tutti i modi di difendere o attaccare la famiglia o la proposta di altre forme di famiglia che oggigiorno si sovrappongono o si scontrano si appellano ai valori o al bene. Ma il “valore”, la valorizzazione è il nichilismo”.
Questo ce l’ha spiegato bene Martin Heidegger…
Assolutamente, anche se il suo problema è quello di non aver mai pensato la sessualità. L’ha vissuta, ovviamente, ma non l’ha pensata come andava pensata: a fondo. Valorizzare l’essere significa in sostanza affermare che l’essere non ha valore in se stesso. La logica dei valori e della valorizzazione non si colloca in un rapporto di accoglienza nei confronti delle cose. Piuttosto è un rapporto di dominazione che schiaccia l’essere così come ci viene donato. Dunque è nichilista. È nichilista perché afferma che l’essere è niente in se stesso. Per questa ragione, “è in nome del “bene” o dei “valori” che oggigiorno stiamo distruggendo la famiglia. La distruggiamo “per il bene del bambino”, che vogliamo selezionare e addomesticare”. In nome del “bene del bambino” lo togliamo ai genitori, perché i genitori non sono pedagogisti laureati e specializzati. Questa è la logica, la logica del valore.
Che cosa intende – andando anche qui al nocciolo della questione – per “logica del valore”?
Intendo che il bene viene separato dall’essere. La logica del valore è ciò che oggi sta operando per la distruzione della famiglia, ma è un processo che abbiamo visto in atto – nella sua forma più brutale – nel totalitarismo. Che sia il “bene” di uno Stato o dell’umanità poco importa, importa cogliere la logica di questa deriva. “Assistiamo a deriva che in nome del “bene” distrugge. Distrugge perché pensa il bene separato dall’essere. Separato dall’essere storico, dell’essere sessuato, dell’essere concreto”. La famiglia, ovviamente, è sempre stata avversata dai totalitarismi, al di là delle dichiarazioni di facciata. La famiglia è sempre stato un luogo di resistenza, perché è sempre stata vista come un contropotere. “La domanda “che cos’è una famiglia?” mette in discussione la sua riduzione a valore, la sua valorizzazione. Una riduzione che viene da tutti i fronti, anche da quello cristiano. Ma è una riduzione nichilista. Nient’altro che nichilista”.

La società del “problem solving”

La tecnica è più una relazione, che uno strumento. La tecnica non è complemento strumentale per una pratica o un insieme di arnesi che «facilitano la vita» agli uomini: il bisturi di un chirurgo, la zappa di un contadino, il calamaio dello scrivano. La tecnica è un sistema a sé stante, indipendente dall’uomo e dai suoi fini e, come tale, tende a creare il proprio ambiente all’interno del quale mal tollera ogni discordanza. Abbiamo parlato delle condizioni che, oggi, spingono all’urgenza di una domanda su un’evidenza che non abbiamo mai interrogato. La tecnica è una di queste condizioni, soprattutto là dove tocca una delle precondizioni della famiglia: non solo il nascere, ma il “far nascere”…
Anche qui dobbiamo andare al cuore della questione. Possiamo far nascere un bambino in un laboratorio, questo oramai è un dato di fatto. La cosa può aver luogo, ma non è la questione. Questo fatto rivela una realtà già esistente, letteralmente la svela, ma non ci dice altro. La vera questione è un’altra. Io la pongo così: “quando mi trovo in famiglia, con i miei figli, e penso a tutto ciò che ci capiterà come a un problema, io sono già schiavo di una mentalità tecnica”. Ovunque, nelle riviste cattoliche, in quelle laiche, ovunque troviamo rubriche di esperti che offrono soluzioni a problemi legati alla famiglia.
I problemi ci possono essere, ma se tutto entra nella logica del problema e, di conseguenza, della logica della delega al tecnico di turno che offre soluzioni, allora siamo entrati in un circolo vizioso da cui uscire è possibile solo ponendo la domanda radicale: che cos’è una famiglia? È solo un ammasso di problemi di coppia, educativi, scolastici, di apprendimento, di igiene, psicologia e salute? È davvero così poco, la famiglia?
Forse che Cristo è venuto a offrirci “soluzioni”? Pensano davvero questo, certi cattolici? Cristo non è venuto per portarci o offrirci soluzioni. È venuto per impegnarci in una vita e in una missione. “La vita non è un problema. Ma se cerchiamo unicamente soluzioni, allora la vita diventa un problema. Nella “soluzione” scompare la relazione… Si chiedono soluzioni là dove non si sanno sostenere relazioni…” Certamente, scompare perché “ogni “soluzione” è oggi di ordine tecnico e, dunque, legata a mezzi determinati che finiscono per distruggere la libertà, per distruggere l’incontro, per distruggere la relazione viva tra persone”.
Questa relazione viva viene sostituita da un simulacro di relazione, che è la relazione tecnica, specialistica, sempre in delega rispetto alla vita in cui siamo chiamati a “ingaggiarci”…
Per questo, tornando alla domanda sulla tecnica, dobbiamo capire che “fabbricare un bambino” non deve essere per noi una questione che si pone solo quando, concretamente, qualcuno propone, tenta o dispone di “fabbricarne uno”. È una questione che ci co-implica in quanto agenti di questo ambiente tecnico che, se non sappiamo andare alle radici delle cose, ci condiziona e ci guida, anche quando apparentemente crediamo di contestarlo e di sottrarci alla sua presa. Un genitore che si affida ventiquattro ore su ventiquattro per trecentosessantacinque giorni l’anno ai consigli di un esperto è già dentro la gabbia. Dentro le famiglie cresce già una logica della fabbricazione e dell’artefatto che contamina tutto.

Una differenza senza indifferenza

Lei pone, nel campo della famiglia, un campo di forze contrastanti oggi, di tensioni ma anche di pulsioni, una questione fondamentale: la differenza. La famiglia, nella sua lettura, è lo spazio delle differenze…
Emmanuel Lévinas Il grande filosofo ebreo-lituano, parlando della differenza tra i sessi e della questione dell’eros, non mette mai in gioco un’erotica quando non c’è differenza di sessi. Questo non lo si dice mai, quando si cita Lévinas, soprattutto il primo Lévinas. Si parla del volto dell’Altro, della differenza, ma se ne parla sempre in forma neutra, asessuata, ma la differenza, in Lévinas, non è asessuata. L’Altro e il volto dell’altro sono sempre senza sesso, nel discorso corrente. Ma le cose stanno in maniera diversa. Lévinas – quello di Totalità e infinito – è un filosofo dell’erotica, e l’erotica è sessuale. La sua idea forte di differenza è quella di una differenza senza indifferenza. Ciò che aggiungo è che “la famiglia è non solo il luogo della differenza senza indifferenza, ma è il luogo che moltiplica e rafforza le differenze”. L’uomo che si trova dinanzi a una donna diventa ancor più maschile e la donna che si trova dinanzi a un uomo diventa ancor più femminile. Si rafforzano le differenze. Non solo, si moltiplicano: pensiamo al corpo della donna dinanzi al mistero della maternità. Pensiamo al figlio, che alla differenza sessuale aggiunge la differenza generazionale…
Differenza è anche la parola chiave di molto femminismo…
Quando il femminismo ha affermato o afferma la differenza è positivo. Ma quando è passato o passa dalla differenza alla rivalità, allora le cose cambiano e cambia anche il problema. Affermare la differenza è una cosa, affermare l’eguaglianza, che implica indifferenziazione, è tutt’altra cosa. Nel femminismo riscontro questa contraddizione tra differenza e indifferenziazione. La prima, la accolgo. La seconda rientra nel campo di quei problemi di cui stiamo discutendo.
Qui c’è tutto il tema del patriarcato, della sottomissione…
Diventa un altro problema, un problema di rivalità o ostilità, dove la grande questione della differenza sessuale scompare. C’è poi una seconda cosa che vorrei precisare: “la differenza sessuale non è la semplice differenza tra uomo e donna. La differenza sessuale è all’interno di un’architettura delle differenze che, nella famiglia, si rivela anche nella differenza tra bambino e genitori, una differenza di rapporto tra padre e figlio e tra madre e figlio”. Questi rapporti non sono uguali. Non è uguale il rapporto che un figlio ha con un padre o una madre e il rapporto che quella madre o quel padre hanno con quel figlio o – ecco allora che le cose prendono la giusta complessità – quella figlia. Non è questione di “punti di vista”, il rapporto non è statico, ma è differente, sempre differente nella sua viva e concreta differenza. Questa architettura della differenza data in primo luogo dalla differenza tra uomo e donna apre a altre, molteplici differenze.

Segue qui:
http://www.vita.it/it/article/2015/10/27/la-famiglia-come-contropotere-intervista-con-fabrice-hadjadj/137113

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One thought on “Ospiti – Contri e Hadjadj: differenze, sessi, amore

  1. Marina Bilotta. ha detto:

    Un testo apparentemente caotico, in realta’ricco di spunti da riprendere:la famiglia e’ il luogo dove le differenze di sessi (e generazionali) possono essere vissute come dualismo agape / eros e quindi ostlita’; oppure come possibile soluzione ai problemi della vita, un rapporto pero’tutto da costruire e nel quale il soggetto e’ il corpo, cioe’rispettabile.

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