Contributi – Agamben: “Posture”

di Giorgio Agamben, doppiozero.com, 4 novembre 2015

Negli ultimi anni della guerra, mentre era internato in un campo di prigionia, Emmanuel Lévinas comincia a scrivere quello che diverrà il suo primo libro, Dall’esistenza all’esistente, pubblicato nel 1947. Non è facile misurare la novità e il singolare, quasi feroce svolgimento che qui riceve l’ontologia del suo maestro di Friburgo, Martin Heidegger. L’essere non è più un concetto, è un’esperienza sordida e crepuscolare, che si coglie tra il sonno e la veglia, negli stati di fatica e di insonnia, nel bisogno e nella nausea – e, innanzitutto, nelle posture e nelle imposture del corpo. Nella stanchezza, in cui la coscienza sembra allentare la presa e quasi disdire il suo abbonamento all’esistenza, è in realtà ancora l’essere che appare, in un evasivo ritardo rispetto a se stesso e come in un’intima lussazione. Si è dinoccolato e spostato e quindi mi sfugge e non riesco a afferrarlo: ma “c’è”. Per questo la fatica cerca riposo nel sonno senza trovarlo e scivola così suo malgrado nell’insonnia, quando si veglia senza che vi sia altro da vegliare se non il fatto brutale di esserci.

“La veglia è anonima. Nell’insonnia non sono io che veglio la notte, è la notte stessa che veglia”. L’essere non è qui dono, luce, annuncio, apertura: è una presenza rivoltante a cui sono, però, irrimediabilmente inchiodato, qualcosa che non posso assumere altrimenti che abbandonandomi a una postura che è anche già sempre impostura. Questo starmene rannicchiato sul letto, questo mio (non-mio) coincidere integralmente e senza riserve con la mia giacitura, questo mio (non-mio) non essere altro che insonne postura: sdraiato, bocconi, supino, su un lato con le gambe fetalmente ripiegate – questo e nient’altro è l’essere. Poiché è inassumibile, posso solo addossarmelo; poiché è impossibile o troppo brutalmente possibile, non posso dirlo, ma solo giacerlo (“coricare” deriva etimologicamente da “collocare”).

Nell’Esausto, Gilles Deleuze, pur senza farne il nome, cerca di andare al di là della fenomenologia puntigliosamente descritta da Lévinas. E lo fa, secondo la precisa intuizione di Ginevra Bompiani, non tanto cercando “di dar corpo al pensiero, quanto di dare pensiero al corpo, di esporre un corpo che porti impresso nella sua stessa postura il pensiero”. Cioè non soltanto risolvendo, come Lévinas, l’ontologia, la dottrina dell’essere, in una dottrina delle posture, ma cercando una postura che la faccia finita con l’essere, ne esaurisca fino all’ultimo la possibilità. L’esausto – come i film per la televisione di Beckett che commenta – non si stanca di sillabare quest’unica domanda: “Come si esaurisce una possibilità, che cos’è una possibilità esausta?”

Si tratta, per Deleuze, di fare i conti con Heidegger, una delle sue due bestie nere in filosofia (“Io sono il solo filosofo francese,” amava ripetere, “che non è mai stato né heideggeriano né marxista”). Egli sapeva, infatti, che il primo a aver messo l’essere in una postura era stato proprio Heidegger, la cui analitica dell’essere si apre proprio con la celebre costatazione di una implacabile giacitura: “L’essenza dell’esserci giace [liegt] nell’esistenza”. L’esserci è stato “gettato” nel mondo, ma si direbbe che, una volta gettato, non cade in piedi, ma sdraiato (liegen significa innanzitutto “essere sdraiato”). In Heidegger, tuttavia, questo riposare dell’essere nell’esistenza si traduce immediatamente in un primato della possibilità. Che l’essenza giaccia, stia distesa nell’esistenza significa che il mondo si apre per l’uomo in possibilità, che tutto gli si presenta come un possibile modo di essere a cui è già sempre consegnato. In quanto giace – presumibilmente desto e supino (Heidegger non sembra far molto caso del sonno) – nell’esistenza, l’esserci è inesorabilmente consegnato alla possibilità: giacere è potere. Se all’essere sdraiato dell’essere corrisponde in questo senso un primato del possibile, occorrerà allora immaginare una postura che esaurisca integralmente e senza riserve ogni possibilità. Scommettere, cioè, su che cosa si può ancora fare quando tutto è diventato impossibile e su che cosa c’è ancora da dire quando non è più possibile parlare.

Questa postura è lo stare seduti. Deleuze critica – sempre senza nominarne l’autore – le tesi di Lévinas sulla stanchezza e sul suo intimo nesso con il giacere. Lo stanco sembra non disporre piú di alcuna possibilità, ma, in verità, egli ha semplicemente esaurito la capacità di metterla in atto, non la possibilità come tale. L’esausto, invece, “esaurisce tutto il possibile. […] Mette fine al possibile, al di là di ogni stanchezza, ‘per continuare a finire’”. Per questo non gli si addice lo stare sdraiato: “Sdraiarsi non è mai la fine, l’ultima parola, è la penultima, e si rischia di essere abbastanza riposati, se non per alzarsi, almeno per girarsi o strisciare”. L’esausto, come in Nacht und Traüme, resta seduto al suo tavolo, con la testa china appoggiata alle mani, “mani sedute sul tavolo e testa seduta sulle mani”.

Segue qui:

http://www.doppiozero.com/materiali/deleuze/posture

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