Galimberti: “L’amore è troppo importante per perderlo”

Oggi sembra l’unico spazio rimasto per esprimere noi stessi, in una società codificata in tutti gli altri suoi aspetti. Ma proprio per questo non può ridursi alla semplice, sempre instabile, soddisfazione delle pulsioni

di Umberto Galimberti e una lettrice, d.repubblica.it, 14 novembre 2015

Mi ha molto colpito la sua riflessione sulla relazione tra “poliamore” e “revocabilità delle scelte”. Sarà che sto vivendo da non sposata una relazione tormentata con un uomo sposato e non smetto di interrogarmi su fedeltà e tradimento, bisogni individuali e valori, ma fondamentalmente il dilemma per me e il mio amato resta proprio la “revocabilità delle scelte”, in primis quella matrimoniale. Potrà sembrarle un passaggio azzardato, ma anche Papa Benedetto XVI sembra aver sancito la totale libertà umana di revocabilità di qualsiasi scelta, ivi inclusa quella divina, esprimendo in tal modo il primato del sentire umano, consapevole del proprio mutamento e della propria evoluzione, sopra qualsiasi principio e valore sociale e religioso. La fedeltà incondizionata alle proprie scelte, siano esse matrimoniali, religiose o altro, non è dunque un principio di identità di tipo statico basato su convincimenti, su un racconto cristallizzato, piuttosto che sull’autentica consapevolezza della propria umanità contraddittoria, passibile di evoluzioni e rivoluzioni? Se ammettessimo con serenità un concetto d’identità “fluida”, accogliente delle contraddizioni e generatrice del movimento che è la vita, non saremmo più liberi? Liberi di conoscere e sperimentare la vita, non dico più felici, ma più consapevoli dell’esperienza umana come unicum irripetibile? Anzi mi pare che tale libertà comprenda un’irrequieta, dolorosa felicità alla quale non vorrei rinunciare. Lettera firmata.

Il tema che lei pone e che investe il rapporto tra libertà e felicità è stato oggetto di interessanti riflessioni da parte di psicoanalisti e filosofi, a incominciare da Freud che nel Disagio della civiltà in proposito scrive: «Di fatto l’uomo primordiale stava meglio perché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza».
Se la felicità coniste nella mancanza di qualsiasi restrizione pulsionale, ha buon gioco Marcuse nel sottolineare che per noi occidentali, vivendo in una civiltà ormai assestata in termini di sicurezza e di soddisfazione dei bisogni, è possibile allentare le restrizioni pulsionali e perciò propone in Eros e civiltà di: «capovolgere il senso di marcia dell’evoluzione storica, di spezzare il nesso fatale tra produttività e distruzione, libertà e repressione e apprendere l’arte di utilizzare la ricchezza sociale per modellare il mondo dell’uomo secondo i suoi istinti di vita».
Ma qui sia la diagnosi di Freud sia il rimedio proposto da Marcuse partono dal presupposto che la felicità consista nella soddisfazione delle pulsioni, e così pure la libertà che, sempre secondo Freud. «subisce delle limitazioni a opera dell’incivilimento». Entrambi hanno ragione solo se siamo disposti ad accettare che l’ordine pulsionale è l’unico orizzonte entro cui definire l’uomo. Ne consegue che ha ragione anche lei nel suo rivendicare la «revocabilità di tutte le scelte», ma alla sola condizione di esaurire la felicità dell’uomo nella soddisfazione delle sue pulsioni.

Segue qui:

http://d.repubblica.it/dmemory/2015/11/14/lettere/rispondeumbertogalimberti/182lette20151114691820182.html

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