Recalcati: “La differenza tra mangiare e stare a tavola”

di Massimo Recalcati, la Repubblica, 24 novembre 2015*

Il nostro tempo è il tempo, come scriveva Piero Camporesi, di una nuova “religione del corpo”. L’attenzione salutista estrema per il proprio corpo sembra, infatti, bilanciare il culto dell’abbondanza alimentare, sino al limite dello spreco, che caratterizza l’Occidente. Il Dio di questa nuova religione è l’immagine e l’efficienza prestazionale del corpo-magro, disciplinato nel suo appetito, obbligato a diete perpetue, ridotto alla compattezza minerale di una fascio di nervi e ossa. È questo uno degli idoli più spettrali che incombe sulla tavola dell’Occidente.

Lo constatano gli antropologi da tempo: si mangia sempre più velocemente e sempre più soli. Il luogo simbolico della tavola e il suo rituale vengono disertati e offesi. Il nostro tempo è il tempo del tramonto del Convivio dove la parola si alternava all’atto del condividere il cibo. L’affermazione del corpo in forma, del corpo-fitness, sempre in gara, del corpo-anoressico, ma anche di quello, altrettanto diffuso, del corpo-bulimico preso nell’abbuffata compulsiva e vorace, nella divorazione illimitata, del consumo senza sapore, hanno reso il tempo collettivo della commensalità inutile e ingombrante. Meglio mangiare soli, meglio mangiare senza l’Altro.

Contro questa cifra disperata del nostro tempo si muove, con la consueta forza e sapienza biblica, l’ultimo libro di Enzo Bianchi, Priore di Bose, che ci conduce ad esplorare uno dei gesti più alti e, insieme, più semplici dell’insegnamento di Gesù Cristo: quello di “spezzare il pane”. Diversamente dalla nuova “religione del corpo” che ha sostituito al Dio della parola, l’idolo del corpo-magro o quello del corpo-ingozzato, il priore di Bose ci mostra in tutte le sue pieghe l’amore umanissimo di Gesù verso la tavola. “Spezzare il pane” è, infatti, l’atto che istituisce la tavola come luogo dell’Altro. Nel gesto di offrire il pane a chi è a tavola con noi, l’atto del mangiare trascende immediatamente la semplice necessità di nutrirsi, il piano del puro bisogno animale, per acquisire il significato evangelico dell’accoglienza dello straniero, del povero, dell’abbandonato .

Segue qui:

http://www.psychiatryonline.it/node/5937

*Recensione di “SPEZZARE IL PANE” di Pietro Bianchi, Priore di Bose (Einaudi Editore)

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