Carmignani e Campagner su Marina Abramovic

La Body-Art di Marina Abramović interroga Jacques Lacan

di Francesca Carmignani, academia.edu, 2014

Marina avanza sul Seminario XX.    

Siamo nella primavera 2010. All’ingresso del MoMA di New York sono costanti le file all’apertura. Capannelli di gente, di notte, dormono radunati sul marciapiede del Museo per non perdere il turno. Chi è quella donna che semplicemente stando seduta in una stanza spoglia, facendosi oggetto sguardo nel reale per gli spettatori che le siedono davanti uno dopo l’altro, sa far accorrere tanti visitatori nel museo? È Marina Abramović, la Body Artist di Belgrado che si autodefinisce ironicamente “la nonna della Performance Art”, l’arte contemporanea della messa in atto nel reale. Qual è la personale definizione di Performance data da Abramović? “Performance is immaterial. It’s art without objects.” C’è una situazione spazio-temporale fissata, ma un’esperienza fuori tempo in un presente eternizzato, in cui la presenza del corpo, oggetto d’arte della Body Art, è necessaria.

Queste righe scaturiscono dal tentativo di cogliere qualcosa di quello che nell’opera della Performer Abramović è in relazione diretta con un sapere che fa avanzare sul reale. Perché un’artista? Perché l’analista ha da “ricordarsi con Freud che nella sua materia l’artista lo precede sempre”.[1]

Tra i sessi non c’è armonia al di là degli ideali. Ci si può però arrangiare con soddisfazione con quest’assenza della coppia felice che Lacan chiama non rapporto. Questo non rapporto nell’immaginario è presente sia nella devastazione che si può cogliere tra madre figlia, definita da Lacan appunto un ravage, così come nelle relazioni con i partner,  talvolta ravage essi stessi. Ma è nel reale che l’assenza di rapporto si svela nell’incontro, talora esplicitamente traumatico con un godimento Altro, dove l’Altro, riducendo all’osso, è il corpo proprio. Si pensi ai sintomi contemporanei come panico, anoressia o altri. Mettendo in logica, ogni parlessere affronta una devastazione senza l’Altro, che non sia corpo. La sfida è trovare il proprio saperci fare di fronte alla coalescenza forzata, quella sì una coppia indissolubile, che si svela tra Uno e corpo come Jacques-Alain Miller ci indica con precisione.

Il non rapporto quindi esprime che il godimento è sempre riducibile al godimento Uno dell’Uno-tutto-solo, come Miller mette in luce, nella lettura che dà del Seminario Ancora, tratteggiata nel sesto paradigma del godimento,[2] da lui proposto sull’insegnamento di Lacan. Il non rapporto matematicamente è visualizzabile tramite un’intersezione vuota tra due insiemi. Questa lunula vuota può essere occupata da un oggetto. Se sulla scorta di Miller affermiamo che l’arte è l’oggetto,[3] ipotizziamo che la Body Art, declinata come Performance Art, vada a supplire al vuoto dell’intersezione e dunque a far esistere un rapporto che non ci sarebbe. In questa forma d’arte contemporanea l’artista, mostrandoci l’interferenza tra organismo reale e corpo immaginario usando le sue membra come oggetto d’arte, mette in scena al contempo sia la congiunzione tra Uno e corpo che il non rapporto logicamente inteso facendoli esistere, nell’atto della Performance. Se non c’è rapporto tra due, però c’è godimento Uno. Intendiamo mostrare come l’opera di Abramović,[4] si riveli un discorso organizzato su alcuni elementi che animano il discorso del Seminario Ancora di Lacan, ovvero il godimento nel corpo, la non esistenza del rapporto tra i sessi e l’amore, anche a livello logico, supplenza a questo non rapporto. Consideriamo tutto ciò tramite l’arte che, con effetto d’interpretazione, continua a mantenerci svegli sul troumatisme orrorifico che viene ricoperto dal discorso del padrone.

Segue qui:

Marina Abramovic, come si può imparare a perdonare?

di Luigi Campagner, ilsussidiario.net, 25 novembre 2015*

Al Moma i visitatori entrano colmi di attesa per “l’incontro” con alcuni tra i maggiori capolavori dell’arte pittorica: la Notte Stellata di Van Gogh, il Grande Nudo Disteso di Modigliani, Gli Amanti di Magritte, con un Picasso giovane non ancora cubista, o con Pollock e Rothko, i primi due pittori autenticamente americani. E restano stupiti quando finiscono “prigionieri” tra enormi schermi che proiettano (ripetutamente) la stessa scena in bianco e nero: un uomo e una donna nudi seduti su divani bianchi che si lanciano lentamente una grande palla. Mentre ancora guizza indecifrata l’emozione provata per le potenti opere, il pensiero che si presenta alla mente degli astanti è proprio quello che state pensando: “che palla!”, nel senso esplicito dell’esclamazione popolare, ovvero: “che noia!”. Un velo di vergogna impedisce al pensatore recondito che è in ciascuno – visitatore occasionale incluso – di accorgersi di aver espresso un pertinente giudizio estetico, certificando che l’autore della video installazione sia riuscito a veicolare il proprio messaggio sullo “stato dell’arte” del rapporto uomo-donna. Un’installazione sul magro (e scolorito) bilancio dei loro affari amorosi. È l’arte contemporanea, che come spiega chi la conosce e la studia: “non è un genere d’arte, ma l’arte dei contemporanei”, in qualche misura l’arte di tutti: a patto di non dislocare, melanconicamente, la propria esistenza in un costante altrove.
Tra le maggiori performance consacrate dal Moma spiccano le opere di Marina Abramovic nata nel cuore della Belgrado comunista sesantanove fa: nomade d’animo, newyorkese d’adozione e Leone d’Oro 1997 alla Biennale di Venezia con Balcan Baroque, l’impressionante (e nauseante) performance dedicata alla “macelleria” della guerra nei Balcani, dove l’artista spazzola per giorni un imponente cumulo di ossa di manzo insanguinate.
Considerata la “matriarca” della Perfomance Art, Marina Abramovic ha realizzato proprio nelle sale del museo della Fondazione Rockefeller The artist is present (2010), la maggiore delle sue opere recenti, a cui anche la mostra Tenere vivo il fuoco (Rimini 2015) ha dedicato uno spazio importante.
L’opera ricapitola un lavoro avanguardistico realizzato in oltre quattro decenni dall’artista da sola, in coppia con l’ex marito Ulay e poi ancora da sola, utilizzando per le esecuzioni il proprio corpo: “la mia casa è il mio corpo”, inteso come voce – ma non parola – pelle, capelli, sangue, bellezza, voce, sensualità, bocca, dolore e relazione: perché l’altro nella Performance Art fa parte dell’opera: “nel mio caso se non c’è pubblico non c’è arte”. In The artist is present la Abramovic “performa” per tre mesi consecutivi rimanendo seduta immobile per sette ore ogni giorno, senza mangiare, bere, o altro, a completa disposizione del pubblico attirato dalla sua forza e dal suo sguardo dimesso, a sederle di fronte per pochi intensissimi minuti, costantemente ripresi dalla telecamera. Per diverse migliaia di persone perdersi nello sguardo dell’artista fu un’esperienza catartica: di autenticità e purificazione, cifra di una performance clamorosamente riuscita. Anche l’artista la descrive come “la performance più radicale della mia vita” aggiungendo nella conversazione autobiografica con Alessandra Farkas sul Corriere dal significativo titolo Sono nata a sessant’anni che “il rigore di quei tour de force ha impresso in me una metamorfosi mentale e fisica profonda, trasformandomi come persona”.

Segue qui:

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2015/11/25/ARTE-Marina-Abramovich-come-si-puo-imparare-a-perdonare-/65842

*L’autore ha segnalato di aver rivisto il testo: “masochismo etico” è diventato “masochismo” (L. R.).

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