Contributi – Ecco perché andiamo al cinema (per piangere o spaventarci)

La spinta fondamentale è il desiderio di provare tensioni di cui si ha timore nella vita reale. Ciò di cui lo spettatore ha paura è in definitiva la paura stessa

di Danilo Di Diodoro, corriere.it, 11 dicembre 2015

Si va al cinema per sognare, per ridere, ma anche per provare la tensione generata dalla suspence e dallo spavento e perfino per piangere. La sala cinematografica è ideale per le lacrime, perché è buia, le persone sono rivolte verso le schermo e non possono parlare o guardarsi negli occhi. Può sembrare strano che si paghi un biglietto per piangere, ma lo spettatore cerca proprio emozioni intense, comprese quelle tristi.

Una perfetta realtà virtuale

Secondo Frederick Luis Aldama, dell’Ohio State University, esperto di psicologia cognitiva dell’arte: «L’emozione è un ingrediente essenziale della narrativa e se non sperimentiamo emozioni siamo meno coinvolti nella storia, o addirittura la respingiamo». Ma come avviene questa immersione nell’affettività durante la proiezione di un film? «La comprensione delle emozioni del personaggio di un film è basata sulla nostra capacità di intuire quelle delle persone reali», dice Jonathan Frome, docente dell’University of Texas di Dallas e autore di un articolo sulla psicologia del cinema. «Di conseguenza reagiamo alla avventure dei personaggi del film come se stessimo vedendo eventi simili non sullo schermo ma nella vita reale». Nella maggioranza dei casi le lacrime sono generate da situazioni nelle quali il personaggio viene a trovarsi in una situazione dalla quale non ha possibilità di uscire o in cui non può ricevere aiuto. «Anche lo spettatore è indifeso: non può intervenire nella situazione indesiderabile rappresentata, e questo è il meccanismo che scatena il pianto» dice ancora Frome. Le lacrime possono però arrivare anche quando va in scena un’emozione fortemente positiva, come il superamento di uno stato di crisi ottenuto attraverso una dura lotta. In questi casi, come spiega sempre il ricercatore texano, è sufficiente la stessa intensità dell’emozione a generare il pianto.

Segue qui:

http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/15_dicembre_11/perche-andiamo-cinema-piangere-o-aver-paura-0850ebba-a010-11e5-9e42-3aa7b5e47d96.shtml?refresh_ce-cp

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