Fiabe per pensare, un libro ci aiuta

di Fulvio Bertamini, quimamme.it, 16 dicembre 2015

La fiaba è una narrazione che rivolgiamo prevalentemente ai bimbi. Ma “non è un pensiero infantile“. Piuttosto, si tratta di “un pensiero che sfugge a schemi pre-definiti”, che “mette al lavoro l’adulto che narra e il bambino che ascolta”. Proprio questa è la sua magia: crea un ponte fra grandi e piccoli, perché coinvolge allo stesso tempo “il bambino di cui l’adulto si occupa, prendendosi cura di lui, e il bambino che l’adulto è stato. Forse non è l’unico ponte possibile, ma certamente è un ponte ‘favoloso’, il cui attraversamento si rivela ricco di fascino, vantaggioso e piacevole”. Parole dello psicoanalista Luigi Campagner, che nel saggio “Fiabe per pensare. Proposte di racconto e ascolto” (Lindau, 125 pagine, 13 euro) ripercorre alcune delle favole più celebri – dai Tre Porcellini allaBella Addormentata, da Cappuccetto Rosso ad Hansel e Gretel – alla luce dei loro significati più profondi e simbolici. Per trarre indicazioni rivolte soprattutto a genitori ed educatori.

La riflessione di Campagner parte dalla constatazione che alcuni dei più grandi favolisti di tutti i tempi – come Perrault, Andersen, i fratelli Grimm – non avevano la minima intenzione di scrivere racconti per l’infanzia: hanno messo per iscritto narrazioni provenienti dalla tradizione orale e popolare dei loro Paesi, ovviamente rielaborandole creativamente. Perché queste storie, a volte oscure, altre volte complesse, catturano così facilmente l’attenzione dei bambini? Anzitutto perché sono efficaci “le modalità relazionali del raccontare”. Cosa significa? Che l’inizio di una fiaba è un invito – “Vieni che ti racconto” – vera e propria “convocazione a un’esperienza piacevole che si può fare in due“. E poi le fiabe “racchiudono il segreto per farsi ascoltare. Infatti, pur essendo ricchissime di contenuti, si astengono da una certa modalità del parlare: si astengono dall’insegnare e si astengono dal predicare“. Non salgono in cattedra, restano allo stesso livello del bimbo, che le ascolta spesso rapito, a bocca aperta.

Ma per Campagner alla base del coinvolgimento del bimbo c’è soprattutto “unatto di stima preliminare rispetto all’ascoltatore”. C’è riconoscimento della sua capacità di elaborazione, che non richiede la spiegazione di tutto: “So che tu pensi (…) basta che ti offra delle tracce, dei suggerimenti, perché so che tu ora, domani o dopo, di questi suggerimenti, di queste tracce, saprai fartene qualcosa“. Come tanti semini, con il tempo potranno germogliare e dare frutti. Questa stima, secondo l’autore, non è dissimile da quella che i compositori di rebus hanno per i loro lettori. Del resto, è importante e utile che la fiaba “venga raccontata come portatrice di una risposta da scoprire; diversamente, anche il pensiero del bambino sarà tratto in inganno e faticherà a mettersi in moto”. La fiaba, insomma, potenzia le capacità di elaborazione del piccolo solo se non gli fornisce una soluzione precotta.

Segue qui:

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