Un autore tra letteratura e psicoanalisi: Giorgio Manganelli

di Vincenzo Carboni, ilquorum.it, 21 dicembre 2015

Giorgio Manganelli, arrivato a Roma da Milano nel 1953, iniziò un’analisi con lo psicanalista junghiano Ernst Bernhard, attraverso la quale riesce a: «guardare in faccia i propri fantasmi – scrive Filippo Milani in ‘Retorica come dissimulazione’ – e a non farsi sopraffare da loro, convogliando invece le proprie pulsioni autodistruttive verso la scrittura “hilarotragica”, che è gremita di suicidi, omicidi, addii definitivi, cadaveri e non-nati».

Pietro Citati in ”Riga” rammenta quegli anni, in cui Manganelli riesce a porre un affannato argine alle proprie angosce, trasformandole e dominandole tramite la scrittura: «Mi raccontò la sua storia. Sull’orlo della disperazione, senza speranza di vivere né di morire, aveva conosciuto Ernst Bernhard, il quale l’aveva aiutato ad attraversare le ombre dell’inconscio. Per qualche anno, aveva vissuto con loro, discorrendo soltanto di loro e con loro. Tutte le forme della sua mente erano state suscitate dal sonno in cui giacevano abbandonate e oppresse: l’analisi aveva risvegliato, in lui, lo scrittore nascosto; la letteratura l’aveva salvato dalla disperazione».

Lo scrittore raccoglie in un volume – ‘Il vescovo e il ciarlatano’ – alcuni scritti aventi per oggetto l’inconscio, in cui manifesta una concezione della psicanalisi al di fuori di ogni illusorio entusiasmo. Del resto quando Manganelli parla di depressione cerca di farne una cifra retorica, ma dietro di questa se ne sente il palpitare terribile di chi non può che metterla continuamente in parola, pena lo sprofondare nell’abisso. La psicoanalisi in ‘La penombra mentale’, viene detta come un invito ad uno spostamento anamorfico, cioè a vedere il proprio sintomo da una diversa posizione indotta dalla cura, al di fuori di ogni illusoria garanzia di guarigione, perché la vita presa di petto – da una posizione cioè frontale – è insopportabile.

Per distinguere qualcosa bisogna spostarsi, e il setting psicanalitico può fornire una posizione di osservazione decentrata. Questo spostamento è il sollievo che può dare la psicanalisi, ben sapendo che si tratta di passare da angiporto ad angiporto, cioè ad una diversa posizione dello stesso labirinto. «Da un labirinto si esce solo per trapassare ad un altro labirinto – scrive -; ci si sveste di una morte che ci si è fatta estranea, e si lavora a tesserne un’altra che sola ci appartenga».

Segue qui:

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