Contributi – La madre rubata

Appelli, ripensamenti e contrappelli: riparte il dibattito sull’utero in affitto. Sullo sfondo lo spettro della cancellazione di un ruolo

di Nicoletta Tiliacos, ilfoglio.it, 26 dicembre 2015

Ci ha messo un po’ più di una settimana, la scrittrice Dacia Maraini, per confessare che forse la sua firma sotto l’appello per la messa al bando in tutto il mondo della pratica dell’utero in affitto, denunciata come nuova forma di schiavitù dalle donne di “Se non ora quando. Libere”, lei l’aveva messa con un po’ troppa fretta. Se le promotrici dell’appello affermano di rifiutare “di considerare la ‘maternità surrogata’ un atto di libertà o di amore”, e di non poter accettare “solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione: non più del patriarca ma del mercato”, la quasi pentita Maraini esortava mercoledì scorso dalle colonne del Corriere della Sera a “parlarne ancora”. Forse, dice, non è giusto vietare per legge la maternità surrogata (espressione più gentile per indicare la “gestazione per conto terzi” seguita da consegna del neonato a una coppia committente, etero od omosessuale) anche nei casi accertati di disinteressata solidarietà con chi non ha altro modo per fare figli.

Andrebbe spiegato, non solo alla Maraini, che la maternità surrogata (o utero in affitto) è gia vietata e sanzionata per legge, non solo in Italia ma in quasi tutta l’Europa, comprese la Francia e la Spagna dei matrimoni gay. Giovedì scorso, a conferma di questo orientamento generale, il Parlamento europeo ha votato a larga maggioranza un documento in cui “condanna la pratica della maternità surrogata, che mina la dignità umana della donna, visto che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usate come una merce” e “considera che la pratica della maternità surrogata, che implica lo sfruttamento riproduttivo e l’uso del corpo umano per profitti finanziari o di altro tipo, in particolare il caso delle donne vulnerabili nei paesi in via di sviluppo, debba esser vietato e trattato come questione di urgenza negli strumenti per i diritti umani”.

A quel divieto appena ribadito, in Europa fanno eccezione la Gran Bretagna, la cui legge è pero così restrittiva da funzionare meglio di un divieto (la madre “portatrice”, che può essere solo una parente o un’amica della coppia committente e che non deve ricevere denaro in nessuna forma, nemmeno in quella mascherata da rimborso spese, ha sei mesi di tempo per decidere di tenersi il bambino) e la Grecia. Divieti più o meno modulati sono attivi anche in altri paesi, mentre Australia, Canada e soprattutto Stati Uniti, India e vari paesi del blocco ex sovietico – come l’Ucraina – sono i più permissivi, nel senso che tutto o quai è consentito e affidato alla contrattazione tra le parti.

Se ora si discute – e ci si divide – tanto attorno all’utero in affitto anche in Italia e anche in casa femminista, è perché la faccenda è diventata di attualità come corollario (inevitabile, secondo alcuni, pretestuoso e inconsistente, secondo altri) della normativa sulle unioni civili attualmente in discussione in Parlamento, prima firmataria Monica Cirinnà del Pd. L’istituto, previsto dal disegno di legge, della stepchild adoption, grazie alla quale diventerebbe possibile l’adozione del figlio naturale del partner dello stesso sesso, nasconderebbe in realtà l’avallo dell’utero in affitto per le coppie di uomini, che non hanno altro modo di ottenere un figlio se non quello di usare, dove è consentito, una madre surrogata. Un’obiezione buona solo ad affossare le unioni civili, replicano coloro che si oppongono a qualsiasi stralcio della stepchild adoption dal testo di legge. Quell’istituto avrebbe solo il senso di “tutelare le famiglie di fatto” e soprattutto i bambini che già vivono con coppie dello stesso sesso. Lo sostengono in un contrappello la sociologa Chiara Saraceno, l’economista Daniela Del Boca e alcuni comitati locali di Se non ora quando, soprattutto del Piemonte e del Trentino. Siamo contrarie alle pratiche mercantili, precisa la Saraceno sulla Stampa, “ma la solidarietà esiste”, e allora si potrebbe normare ma non proibire del tutto, ché tanto chi vuole troverà sempre il modo di rivolgersi ai paesi dove la pratica è ammessa.

L’argomentazione è delle più classiche e rischia di essere perfino seducente. Se non fosse che allora – sempre di contratto tra adulti consenzienti si tratta – bisogna capire come mai non è consentito a nessuno vendere un rene, e come mai a nessuna donna è permesso vendere il proprio neonato, cose che invece continuano ad accadere – illegalmente – in paesi lontani, senza che nessuno, o quasi, pensi di normarle. Il fatto è che nel mercato del biolavoro globale indirizzato alla procreazione, passare per i corpi di donna (fornitori di ovociti e fornitori di utero) è inevitabile. Quello che si può fare, visto che la tecnica lo consente, è declassare la gravidanza a “servizio gestazionale”. Anche ben pagato, come in America o in Canada, o a prezzi stracciati, come nelle fattorie procreative indiane o nelle cliniche russe o ucraine. Ma dietro il profluvio di parole, spiegazioni, distinguo e inni alla solidarietà, e perfino dietro certe belle foto di famiglia in posa sorridente con i committenti felici, i bambini e le madri portatrici pure – nei rarissimi casi in cui esse appaiono, perché in genere il loro compito è sparire per sempre dopo il parto – il passaggio di soldi c’è. Sempre. Non lo nega nemmeno la donna americana che lavora in un call center intervistata da Repubblica un paio di settimane fa, la quale si dichiara orgogliosa di aver reso felici le due donne di cui ha portato in grembo i figli genetici. Ma non è azzardato pensare che non l’avrebbe fatto senza la contropartita di qualche decina di migliaia di dollari.

Il prossimo 2 febbraio al Parlamento francese si terrà un convegno internazionale contro la maternità surrogata. Lo promuove, tra gli altri, la filosofa femminista e psicoanalista Sylviane Agacinski, donna di sinistra e fondatrice di Corp (Collettivo per il rispetto della persona). Nel suo saggio intitolato “Corps en miettes” (“Corpi in briciole”, Flammarion, 2013), la Agacinski lamenta la subordinazione di una certa gauche alle lusinghe della tecnoscienza, ricorda che dal 1991 la Francia giudica illegale la pratica dell’utero in affitto, “in quanto contraria ai diritti della persona”, e si chiede come mai invece la questione della legalizzazione della maternità surrogata torni periodicamente alla ribalta, veicolata da progetti di legge e dall’idea che sia il diritto a “fondare una famiglia” a legittimare i possibili metodi di procreazione.

Segue qui:

http://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio/2015/12/26/utero-in-affitto-madre-rubata___1-v-136287-rubriche_c256.htm

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