Kristeva-Sollers, l’arte del matrimonio di due ex-sessantottini

Kristeva-Sollers: tre interviste a due voci, Donzelli. «Il matrimonio può essere salvaguardato se non ci si stanca mai di costruire la differenza…»

di Riccardo De Gennaro, ilmanifesto.info, 27 dicembre 2015

Se il linguaggio amoroso è sempre – a qualunque livello culturale – una «fuga di metafore» ossia «letteratura», questo è ancora più vero nel caso in cui a raccontare una storia d’amore, la loro, sono Philippe Sollers e Julia Kristeva. I quali si sposarono a Parigi nel ’67 e oggi, a dispetto di un’epoca in cui i divorzi hanno superato i matrimoni, vivono ancora felicemente insieme. Quale sia il segreto di questo legame e della sua longevità lo spiegano loro stessi (non solo per metafore) in tre interviste «a due voci» – la prima pubblicata nel ’96 sul «Nouvel Observateur» e due dal vivo nel 2011 e 2014 – raccolte ora in un volumetto intitolato Del matrimonio considerato come un’arte (Donzelli «Saggine», pp. 141, euro 19,00, traduzione di Elisa Donzelli), che contiene anche un breve intervento pubblico della Kristeva sull’infanzia e la giovinezza del marito.
Un matrimonio, dicono lo scrittore-filosofo e la scrittrice-psicanalista, può essere salvaguardato soltanto se non ci si stanca di «costruire la differenza», fino a rischiare l’estraneità del partner. «La differenza tra un uomo e una donna è irriducibile, non è possibile nessuna fusione. Si tratta di amare una contraddizione, qui è il bello», sostiene Sollers, che si richiama a Hölderlin: «Come discordie di amanti sono le dissonanze del mondo. Conciliazione sta in mezzo al contrasto e tutto ciò che è stato diviso si ritrova». Dissonanza, ad esempio, è la tensione tra fedeltà e infedeltà, la prima riconducibile al bisogno di complicità e costanza, come sottolinea Kristeva, la seconda alla necessità del desiderio.
Formatasi nella fase sessantottina, la coppia Kristeva-Sollers è indubbiamente segnata dall’enfasi sulla libertà sessuale, ma non ama una definizione di moda a quei tempi, la coppia aperta. Sollers non condivide il «dirsi tutto», la trasparenza assoluta, che viceversa apparteneva a Sartre e Simone de Beauvoir in anni in cui l’infedeltà non era quasi considerata tale. «Io sono per il segreto», dichiara il fondatore di «Tel <TB>Quel». E forse è anche per la fedeltà, se fedeltà vuol dire «una sorta di infanzia condivisa, una forma di innocenza».

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