Contributi – Kafka comico

di Francesco Cataluccio, doppiozero.com, 3 gennaio 2016

Uno dei motivi per cui ho accettato di parlare in pubblico di un argomento rispetto al quale sono grandemente sottoqualificato è che mi dà la possibilità di declamare per voi una storia di Kafka che ho smesso di utilizzare nel mio corso di Letteratura e che mi manca di leggere ad alta voce. Il titolo tradotto è Una piccola favola.

“– Ahimè,– disse il topo, – il mondo si rimpicciolisce ogni giorno di più. All’inizio era così grande da farmi paura, mi sono messo a correre e correre, e che gioia ho provato quando finalmente ho visto in lontananza le pareti a destra e a sinistra! Ma queste lunghe pareti si restringono così alla svelta che ho raggiunto l’ultima stanza, e lì nell’angolo c’è la trappola cui sono destinato.

– Non devi far altro che cambiare direzione, – disse il gatto, e se lo mangiò”.

(F. Kafka, Piccola favola, in: Il messaggio dell’imperatore e altri racconti, a c. di Anita Rho, Frassinelli, Torino 1949, p. 87).

Una mia grande frustrazione quando cerco di leggere Kafka con gli studenti è che è impossibile far loro capire che Kafka è comico. Né tantomeno apprezzare il modo in cui questa comicità è intimamente legata alla potenza dei suoi racconti.

Questo diceva, nel 1999, uno dei più interessanti scrittori statunitensi del dopoguerra, suicidatosi troppo presto, David Foster Wallace (1962-2008), nello scritto dall’autoironico titolo: Alcune considerazioni sulla comicità di Kafka che forse dovevano essere tagliate ulteriormente (D. F. Wallace, Considera l’aragosta, 2005; ed. it. Einaudi, Torino 2006, p. 64: il saggio-reportage che dà il titolo al volume è un capolavoro che sarebbe piaciuto molto a Kafka). Wallace sosteneva che gran parte dell’umorismo di Kafka non è affatto sottile, o meglio è antisottile: “La comicità di Kafka dipende da una sorta di letterarizzazione radicale di verità solitamente trattate come metafore. (…) È  sempre anche tragica, e questa tragicità è sempre anche una gioia immensa e riverente. (…) Il suo in definitiva è un umorismo religioso eroicamente sano”. La conclusione di Wallace è che le storie di Kafka sono una specie di porta che si apre verso l’esterno: e questo è il comico.

Questa della COMICITÀ è la chiave con la quale leggo anch’io Kafka, perché, d’istinto, così lo lessi la prima volta, rimanendone io stesso sorpreso, all’età di quattordici anni. Ricordo che mia madre, che mi aveva passato un po’ scettica la sua copia dei racconti con la copertina nera e la muraglia cinese in rosso stampata sopra, rimase assai perplessa, e forse anche un po’ preoccupata, quando mi sentì sghignazzare durante la lettura della Metamorfosi. Le mie successive, e più sistematiche, letture di Kafka mi confermarono in questa impressione. Anche perché, negli anni Ottanta, i miei frequenti soggiorni nell’Europa centrale mi fecero sentire che il mondo rappresentato da Kafka si era fatto, in quelle realtà, con gli anni, sempre più tragicomico. L’incubo grottesco del cosiddetto “socialismo reale”, grazie a lui, appariva chiaramente comico. Per molti dei miei amici a Varsavia e Praga, Kafka costituiva una lucida chiave di lettura della realtà e la proposta di un salutare e resistenziale sghignazzamento. E infatti i suoi libri erano introvabili e, in Unione Sovietica, addirittura proibiti.  Il 27 e 28 maggio del 1963, nell’ottantesimo anniversario della nascita di Kafka, si tenne a Liblice, vicino a Praga, un poco ortodosso convegno di studi sulla sua opera che vide come protagonisti alcuni di quelli che sarebbero stati animatori della Primavera di Praga, e poi costretti all’esilio dopo l’invasione dei carri armati russi (cfr. Franz Kafka. La vita e l’opera negli studi marxisti degli anni ’60, a c. di Saverio Vertone, De Donato, Bari 1966).

Come ha giustamente scritto in seguito Milan Kundera: “Credo che il modo, non soltanto mio, ma dei cechi in generale, di capire Kafka è sicuramente diverso da quello vostro. Per noi Kafka è uno scrittore realistico perché la sua è una visione lucida della realtà. Nessuno di noi legge i suoi libri come se fossero delle allegorie. Inoltre siamo molto più sensibili al suo humour. La specificità dello humour di Kafka è che una certa comicità accompagna l’uomo in tutte le sue azioni”. Kafka “umorista realistico”? Ricordo che il dolce professore di Letteratura ungherese all’Università di Firenze e scrittore di teatro, Miklos Hubaj, raccontò una volta che, dopo il fallimento della rivolta di Budapest del 1956, molti intellettuali furono prelevati da casa dalla polizia, bendati e portati in camion in un viaggio di diverse ore, durante le quali tutti erano convinti che li avrebbe, alla fine, attesi la fucilazione. Quando i camion si fermarono, li fecero scendere e tolsero loro le bende, si trovarono difronte un paesaggio montano (erano in Romania) sovrastato da un enorme castello-prigione. Fu allora che il filosofo Georgy Lukàcs disse a voce alta, provocando una liberatori risata: “Ho sempre sostenuto che Kafka era uno scrittore astratto e piccolo borghese. Ora ho capito che era un grande scrittore realista!”. E ricordo anche che quando, nel febbraio del 1988, vidi al Thèatre du Gymnase di Parigi, lo splendido adattamento e messa in scena del regista inglese Steven Berkoff, de La metamorfosi di Kafka, con Roman Polanski nel ruolo principale di Gregorio Samsa, Polanski sostenne di scorgere da sempre nell’opera dello scrittore praghese una vena neanche tanto nascosta di comicità. E aggiunse: “Questa comicità sfugge completamente a uno spettatore non est europeo, abituato, o forse condannato, dalla scuola e da svariati libri, a considerare Kafka esclusivamente come lo scrittore della colpa e del vuoto”.

E un altro grande polacco (assai vicino alla sensibilità di Kafka), del quale mi sono occupato, Bruno Schulz, il geniale autore de Le botteghe color cannella (1934), nella sua introduzione all’edizione polacca (1936) deIl processo, tradotto dalla sua fidanzata Jòzefa Szelinska, aveva scritto: “Kafka stigmatizza e ridicolizza indefessamente la problematicità e la disperazione delle azioni umane in relazione dell’ordine divino (…). Il suo rapporto con la realtà è del tutto ironico, perfido, animato da cattiva volontà: il rapporto del prestigiatore con la propria attrezzatura. Egli simula soltanto l’esattezza, la serietà, la sforzata precisione di quella realtà allo scopo di screditarla ancor più radicalmente” (B. Schulz, Introduzione a F. Kafka, Il processo, a c. di Anita Raja, Feltrinelli/I Classici, Milano 1995, pp. 10-11).

Naturalmente la comicità non è l’unica chiave interpretativa dell’opera di Kafka: uno scrittore talmente grande, sfaccettato e profondo da poter e meritare di essere considerato da molti punti di vista. Uno, assai interessante, è, ad esempio, quello di Giuliano Baioni, per molti anni professore di Letteratura tedesca all’Università di Venezia, che, dopo aver sottratto Kafka all’interpretazione in chiave simbolica (Kafka. Romanzo e parabola, Feltrinelli, Milano 1962), ci ha dato con Kafka: letteratura e ebraismo (Einaudi, Torino 1984), un quadro assai chiaro e documentato della Praga ebraica (dove si confrontavano sionisti, ebrei assimilati e mistici ebrei orientali) e dei profondi legami di Kafka e la sua opera con l’ebraismo. Ma Baioni ha trascurato proprio il rapporto tra la comicità di Kafka e l’ebraismo. Un bel proverbio ebraico dice: “L’uomo pensa, Dio ride”. Coloro che lo credono, immaginano la nostra esistenza come un grande teatro comico per un solo Spettatore che da lassù sorride dei nostri goffi tentativi di capire il mondo, di dargli un senso: dal suo punto di vista, i nostri pensieri e le nostre azioni, anche le più terribili, sono probabilmente uno spettacolo divertente.

La cultura ebraica, oltre al rispetto, al timore e all’amore, ha sviluppato progressivamente una vena comica che, come nelle migliori tradizioni del cabaret, tenta di interloquire con quel solo membro del nostro pubblico collocato in alto. In un continuo confronto con Dio, anche dopo le più grandi sofferenze, l’umorismo ebraico cerca di mantener vivo questo singolare spettacolo, nel quale si impara e si tenta di affrontare la vita con una poetica filosofia della sopportazione, mai rassegnata. Una filosofia che non prende in considerazione la rinuncia né la resa, ma anzi si incaponisce a chiamare continuamente in causa Dio, per raccapezzarsi nel disordinato e oscuro teatro nel quale siamo stati, senza nostra scelta, chiamati a recitare. L’umorismo ebraico è una formidabile arma di difesa e di attacco. Come ha spiegato lo psicoanalista Cesare Musatti: “L’ebreo è colui che con le proprie caratteristiche, anche di sfortuna, di miseria e di stenti, e insieme dei personali elementi caratteriali da un lato, e la sua capacità dall’altro di sapersi destreggiare in queste situazioni difficili, riesce a convertire, attraverso gli artifici comici di cui lui stesso fa le spese, la propria infelicità in uno stato di dominio della situazione” (C. Musatti, Mia sorella gemella la psicoanalisi, Ed. Riuniti, Roma 1982). L’umorismo ebraico è uno degli elementi distintivi della Modernità e uno dei cardini della cultura occidentale. Con la cultura ebraica l’ironia non è più soltanto indirizzata verso l’“esterno” (com’è stata la Satira), ma si rivolge anche verso l’“interno”, diventando AUTOIRONIA.

In questo viaggio all’interno di se stessi, l’umorismo diviene materia per la Psicoanalisi, e non è un caso che Sigmund Freud abbia dedicato una delle sue opere più importanti all’indagine sull’ironia come uno dei meccanismi comunicativi che caratterizzano il linguaggio dell’inconscio: Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio (1905). Per scriverlo, il padre della psicoanalisi raccolse una gran quantità, probabilmente divertendosi molto, di “storielle ebraiche”. Freud sostiene che proprio in esse è contenuta una tipica forma umoristica che mette in mostra quegli aspetti caratteristici degli ebrei, che in genere attirano la critica aggressiva degli altri. Questo spirito autocritico può esser identificato con l’umorismo che si ha proprio quando l’autore, elevandosi sopra le proprie miserie, debolezze, piccole grandi viltà quotidiane, rende oggetto di risata questa sua condizione infelice. Ed è questo anche l’aspetto drammatico del vero umorismo ebraico: gli ebrei, mettendo in piazza i propri “difetti”, riescono a convertire l’aggressività degli altri, certe volte, in simpatia, altre addirittura in solidarietà. C’è, secondo Freud, una grandezza d’animo, qualcosa di elevato e nobilitante, nel comportamento umoristico.

Segue qui:

http://www.doppiozero.com/materiali/parole/kafka-comico

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