Io parlo ai muri

di Andrea Ferronato, doppiozero.com, 13 gennaio 2016

«Un mio allievo, un giorno in cui era sbronzo, mi ha detto che ero un tipo simile a Gesù Cristo. Si burlava di me, ovviamente. Non ho il minimo rapporto con quell’incarnazione. Semmai sono simile a Ponzio Pilato». Cosa accomuna Jacques Lacan al celebre prefetto romano? Entrambi hanno posto la stessa domanda: “Quid est veritas?” Che cos’è la verità? Il secondo, però, ebbe l’opportunità di porre tale domanda alla Verità stessa. Racconta Giovanni nel suo vangelo (18,38): «Gli dice Pilato: “Che cos’è la verità?”. E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: “Io non trovo in lui nessuna colpa”».Perché Pilato fugge via? Perché non ascolta la risposta di Gesù Cristo, la risposta della Verità? Come Lacan, Pilato aveva forse capito qualcosa, qualcosa che va oltre a ciò che si può dire. Agostino d’Ippona ci mostra come, anagrammando la domanda posta dal prefetto romano, un risultato può essere: “est vir qui adest” (è l’uomo qui davanti a te). Ciò che forse, allora, accomuna veramente i due, è che entrambi avevano capito che la verità non può essere veicolata interamente da un dire, ma si deve incarnare, è un pezzo di carne, è concreta, e in quel momento era lì davanti. Tanto concreta che anche la risposta che Gesù Cristo avrebbe potuto dare: “est vir qui adest”, in quanto parola, non sarebbe stata verità. C’è dunque un buco insito nel linguaggio, per cui in tutto ciò che si dice qualcosa mente sempre.

In Il mio insegnamento e Io parlo ai muri (Astrolabio 2014, a cura di Antonio Di Ciaccia) vengono raccolti due cicli di conferenze, il primo tenuto tra Lione, Bordeaux e Strasburgo (1967-1968), il secondo, successivo, presso l’ospedale di Sainte-Anne ( 1971-1972 ). Dalla lettura dei sei interventi qui riuniti si evince come l’intento lacaniano sia quello di mostrare l’impossibilità costitutiva di dire tutta la verità, verità a cui, secondo lo psicoanalista francese, sembrerebbe invece mirare il discorso logico filosofico: questo, infatti, ancora profondamente vincolato al dogma cartesiano del “chiaro e distinto”, affidandosi cioè solo a ciò che è presente e manifesto, non riuscirebbe a tenere conto di quell’eccedenza che la vita di qualsiasi soggetto porta in sé. Il sapere logico, infatti, aveva fatto credere che attraverso un metodo rigoroso, ponendo come fondamento alcuni principi detti universali, si sarebbe potuto dedurre una architettura salda e assoluta della verità. Ora però ci si accorge che quelli che erano posti come principi primi non riescono veramente a comprendere l’universalità, ma c’è un residuo che persiste al di fuori di quest’ordine.

La grande sorpresa che qui ci viene svelata è che questo non è l’unico sapere vigente, accanto ad esso Lacan ve ne introduce un altro: il sapere dell’inconscio, che mira a mostrarci un’altra verità. Al pari del logos anche l’inconscio però ha una sua “logica”, esso «è strutturato come un linguaggio»: ma ciò su cui si sofferma Lacan in questa frase, è l’articolo indeterminativo “un”, che mostra come tale strutturazione parta dall’impossibilità di ridurre tutto a una determinazione. Non esiste dunque “La verità” ma “le verità” fatte di un vero sempre nuovo in continuo divenire che bisogna sempre creare in ogni istante per cui non c’è altra verità che quella di oggi, quella che io posso pensare e vivere.

Questa operazione però non mira ad una decostruzione dissacrante di tutto il senso, ma mette in luce che tale senso non può mai essere portato a senso comune. È impossibile intendere qualsiasi atto enunciativo allo stesso modo. Il Simbolico, infatti, conserva sempre qualcosa del buco, e se il sapere analitico punta a ricoprire questo buco per formare dei saggi detentori di un sapere universale, esso viene ridotto a sintomo (Sinthomodaquino): diviene cioè un sapere alienato agli altri saperi, soggetto allo stesso destino di insoddisfazione che vi è nel cercare di dire tutto.

Il movimento che in questi sei interventi ci viene proposto è invece quello di porre l’impossibilità del dire tutto (nominata anche come castrazione o impossibilità del rapporto sessuale)  in posizione dominante, il che significa porre a fondamento quella specie di perdita che si produce necessariamente nella significanza, quel resto di Reale che la vita contiene in sé. Enunciare, dunque, comporta un consegnarsi all’interminabile, implica cioè la rinuncia di una verità come idolo, ossia statica, a fronte di una possibilità di una verità creativa.

Ecco perché la parola di Lacan non è diretta in prima persona ai suoi uditori ma esso parla ai muri della cappella di Sainte-Anne. Vederlo parlare ai muri attua una nuova esperienza di parola che non può lasciarci indifferenti, ciò che si indirizza ad essi infatti ha la proprietà di ripercuotersi per echeggiare. La parola che esce dalla bocca del maestro non è più parola diretta, univoca, plagiabile, ma arriva in modo distorto, con un effetto di risonanza, un’eco, un rimbalzo che genera un’inflessione in essa. Tale distorsione, tale eco, cambia la parola provocando afasie, incomprensioni che coincidono (cadono assieme) con il detto allargandolo, arricchendolo dell’ascolto.

Segue qui:

http://www.doppiozero.com/materiali/contemporanea/quid-est-veritas

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