Contributi – È necessario un confronto su chiesa e omosessualità

di Christian Raimo, internazionale.it, 2 febbraio 2016

Le piazze di SvegliaItalia due sabati fa, quella del Family day sabato scorso: è possibile che l’Italia sia così divisa in due, spaccata in modo lacerante? È possibile che ci sia una contrapposizione tanto assoluta tra due movimenti che chiamiamo con brutta approssimazione “per i diritti civili” e “per la famiglia tradizionale”? Due comunità vaste, trasversali nella società, che si dichiarano entrambe piene di attenzioni per la genitorialità, l’educazione, i figli, così desiderose di difendere le relazioni, i sentimenti, e che però poi si accusano reciprocamente: di perversione e individualismo esasperato da una parte; di omofobia e arretratezza medievale dall’altra. È possibile, mi chiedo ogni volta che il dibattito su questi temi torna al centro dell’agenda politica, che non si sia trovato un linguaggio migliore, una maggiore mutua conoscenza per esprimere il conflitto tra queste due visioni antagoniste? Perché sono di fatto assenti in questo dibattito i cattolici democratici e occupano la scena iniziative come quelle del Pirellone illuminato o il rito delle sentinelle in piedi? Perché per i militanti lgbt spesso la chiesa cattolica è una solo una buffa congerie di stupidi tartufi da antico regime?

Discussione senza passi avanti

Eppure, per fare il primo esempio, a leggersi per intero la prolusione ufficiale che la Cei ha emanato nei giorni passati per voce del cardinale Bagnasco – quella per capirci dove si ribadiva chiaramente che “i bambini hanno diritto di crescere con un papà e una mamma” – si trovano anche varie affermazioni molto progressiste su altri temi, dal reddito di inclusione all’accoglienza ai migranti, su cui probabilmente convergerebbe una gran parte di chi è sceso in piazza con le bandiere arcobaleno. Perché invece sulla trasformazione della famiglia una gran parte della chiesa non è disposta a ripensarsi? Non è solo nel mondo cattolico più retrivo che il dibattito sul rapporto tra chiesa e omosessualità è così poco qualificato. Non esistono, per esempio, inchieste ufficiali, studi scientifici che abbiano fatto scuola, saggi storici di riferimento su cui poter innestare un confronto serio; confronto che quindi comincia ogni volta da capo, alimentato da dichiarazioni estemporanee, sondaggi shock, prese di posizioni personali: ogni tanto c’è un’inchiesta che sostiene che nella chiesa il 30 per cento del clero è gay, qualche sacerdote magari fa coming out, ma la discussione non fa passi avanti. Il catechismo ufficiale della chiesa cattolica recita espressamente che:

“Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che ‘gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati’. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati”.

Tutti i pronunciamenti ufficiali della chiesa, dagli ultimi papi fino ai gradi più bassi della gerarchia ecclesiastica, hanno avuto l’arduo compito di ribadire questa posizione, ma al tempo stesso di condannare l’omofobia. Perché, come è scritto nel passaggio successivo del catechismo:

“Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione”.

E sembra che tanto basti a chiudere la partita.

Negli ultimi quarant’anni – dall’uscita di due tra i pochi libri che spesso sono citati,The church and the homoxesual di John McNeill (1976) e The church and the homosexual: an historical perspective di John Boswell (1980) – le opinioni si sono polarizzate ancora di più. C’è una parte della chiesa che s’interroga sul tema e tenta un approccio innovativo non solo dal punto di vista culturale, ma anche teologico. C’è un’altra parte che prova intervenire con una pastorale apposita: forme di pedagogia e di psicanalisi di “eterosessualizzazione”. In mezzo, alcune – poche – voci più riconosciute che segnalano l’importanza di un confronto laico. In Italia, in tempi recenti, Enzo Bianchi priore della comunità monastica di Bose o il cardinale Carlo Maria Martini: voci che rischiano di essere alla fine solo testimoniali.

Di fatto, pur essendo una questione così capace di dividere, sembra che a pochi interessi sfidarsi fino in fondo anche su un terreno teorico.

Un problema che riguarda chiunque

Qualche anno fa lessi un paio di libri che non potevano essere più distanti. Il primo, tradotto da San Paolo Edizioni, l’aveva scritto Joseph Nicolosi, fondatore della Narth (National association for research and therapy of homosexuality) e padre della cosiddetta terapia riparativa, una pratica psicologica molto discutibile che permetterebbe agli omosessuali di riacquisire un’identità eterosessuale. S’intitola Oltre l’omosessualità ed è un libro molto utile per provare a comprendere il radicalismo cattolico del Family day senza rubricarlo direttamente nell’idiozia reazionaria. La teoria di Nicolosi – in Italia ha avuto un po’ di pubblicità dalla canzone sanremese di Povia Luca era gay pare interessare solo i maschi e schematicamente è questa:

“Gli omossesuali soffrono di una sindrome di deficit di identità di genere maschile. È questo senso interiore di incompletezza della propria mascolinità che rappresenta il fondamento essenziale dell’attrazione omoerotica. […] Il cliente spesso capisce che sua madre, se da un lato è stata molto amorevole, probabilmente non è riuscita a riflettere in modo adeguato l’identità maschile autentica del figlio”.

Madri troppo presenti, padri assenti e inadeguati, mancanza di amici dello stesso sesso in grado di aiutare a definire l’identità sessuale: queste le cause, le concause. La terapia secondo Nicolosi funziona cercando di recuperare questi deficit: la rielaborazione delle ferite infantili inferte all’identità maschile, l’incoraggiamento verso un’amicizia maschile che implichi condivisione ma senza attrazione fisica. La terapia si muove all’opposto delle terapie di affermazione gay, ossia dei percorsi di analisi, di consulenza che permettono agli omosessuali repressi, insoddisfatti, problematici, di fare coming out e di vivere in libertà le loro relazioni omosessuali. Se ovviamente alla Narth non diamo nessuna credibilità scientifica, è comunque utile leggere i casi di gay infelici che Nicolosi elenca – uomini sposati che cercano flirt con diciottenni, ragazzi incapaci di costruire legami minimi, mariti dipendenti dalla pornografia e da una sessualità adultera compulsiva, personalità patologicamente introverse. Sembra proprio che il problema di tutte queste persone non sia la loro omosessualità, ma la difficoltà a creare relazioni affettive e sentimentali sincere e durature. Un problema che, come dire, oggi finisce col riguardare un po’ chiunque.

Segue qui:

http://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2016/02/02/chiesa-omosessualita-unioni-civili

 

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