Quando la Legge è ammanettata al godimento. The Hateful Eight di Quentin Tarantino

di Pietro Bianchi e Marco Grosoli, leparoleelecose.it, 7 febbraio 2016

1.

Di Tarantino si è sedimentata nel corso degli anni un’immagine inoffensiva, debole, disimpegnata e sostanzialmente conservatrice. Il refrain è noto: Tarantino sarebbe la summa della distanza ironica postmoderna; uno di quelli che ha tolto al cinema la possibilità di dire qualcosa sul mondo al di là dello schermo. Si sente dire spesso che il suo cinema parlerebbe solo di altro cinema, in una sorta di inter-testualità dispersiva e centrifuga. Tutto può essere un’immagine o una citazione, tutto può essere qualcosa e nello stesso tempo anche qualcosa d’altro. Non è più possibile credere ad alcuna verità e tutto sommato non ce ne deve nemmeno più importare nulla perché l’unica cosa in cui vale la pena credere veramente è il divertimento immediato (o meglio, il godimento, ma come vedremo Tarantino capovolge il senso di questa massima proprio in The Hateful Eight). Un’immagine è un’immagine è un’immagine. Non è forse vero che uno dei passatempi preferiti dei fan di Tarantino è quella di andare a cercare le citazioni nei suoi film? Come se il mondo, ridotto a immagine e simulacro, non fosse fatto da nient’altro che da cinema. Come se l’unica emozione possibile fosse quella, davvero “piccola”, della risata sardonica di chi coglie una citazione di Carpenter.

Bisognerebbe ricordarsi di quello che dicevano di lui agli inizi della carriera. Persino un critico attento e colto come Jonathan Rosenbaum all’uscita di Pulp Fiction nel 1994 si lamentava del presunto “cinismo dello sguardo” del regista di Knoxville e del fatto che “se non riuscite a capire se [la chiacchiera dei personaggi dei suoi film] sia una critica ironica oppure una celebrazione compiaciuta dell’americanismo, è proprio perché lo stile di Tarantino è quello di cavalcare entrambe le posizioni”.[1] In realtà questa doppiezza sta solo nell’occhio di chi guarda perché Tarantino ci ha sempre abituato all’esatto contrario: cioè a prendere assolutamente seriamente il suo cinema. O per meglio dire, a prenderlo alla lettera.

Perché di molti personaggi dei suoi film noi ignoriamo pressoché tutto, anche se li vediamo disquisire di questioni apparentemente frivole come il sottotesto di Like a Virgin di Madonna, dell’opportunità di dare la mancia alle cameriere o della differenza tra un Quarter Pounder with Cheese e un Royale with Cheese? Non certo per una compiaciuta poetica del margine o della “debolezza” dell’immagine, o ancora peggio per un elogio della leggerezza o del divertissement. Semmai il contrario. Più fedele alla lezione di Freud che a quella del postmoderno, Tarantino ci ha sempre detto non tanto che la verità non esista più, ma che non la si possa trovare né nella centralità psicologica né nell’adeguamento alla realtà (l’evento in sé della rapina de Le Iene, non viene mai mostrato) ma nell’idiosincrasia sintomatica, nel dettaglio eccessivo e sopra le righe, o nel frammento di godimento. È nel sintomo apparentemente marginale che vi è la porta d’accesso alla verità. È là dove si trova la defaillance che possiamo trovare il luogo del soggetto della visione.

Ma se nei film degli anni Novanta Tarantino stava ancora elaborando la propria cifra stilistica e di linguaggio e si poteva ancora avere l’erronea impressione di avere a che fare con un esercizio di stile e con un cineasta frivolo e dedito a sguazzare nell’orizzontalità del postmoderno, tutto il resto della sua carriera è stato segnato dal tentativo di scrollarsi questo equivoco di dosso. Essa si spingerà, infatti, fino a esprimere un punto di vista forte sulla Storia con la “S” maiuscola (in Inglourious Basterds), e a imbastire una parabola di emancipazione (Django Unchained) che fa tesoro della lezione del genere blaxploitation senza opporre il minimo distanziamento ironico. Anzi, credendoci tantissimo.

2.

The Hateful Eight è senz’altro la pellicola (che sollievo potere ancora utilizzare questo sinonimo!) in cui questo proposito, segnato ormai da un grado di consapevolezza che non è più equivocabile, raggiunge il massimo grado di compimento. La questione si fa addirittura programmatica: dietro agli otto personaggi, variamente ostili fra loro, che varie circostanze costringono alla coabitazione in una baita del Wyoming al tempo degli ultimi strascichi della guerra civile americana, è inevitabile scorgere in filigrana i gangster che, nell’esordio tarantiniano del 1992, confluivano in un garage e finivano per massacrarsi reciprocamente. Anche perché ritornano svariati attori, come Tim Roth e Michael Madsen. L’assolato noir da camera diventa un innevato western da camera che ne è, letteralmente, la confutazione. Ce lo insegna qualsiasi storia del cinema: western e noir sono generi speculari. Se il primo è il genere che celebra nei grandi spazi la problematica ma effettiva possibilità dell’installarsi della Legge nell’era dell’infanzia degli States, il secondo racconta una già decrepita America urbana in cui sulla Legge e sulla sua tenuta non ci si fa più, ormai, alcuna illusione.The Hateful Eight compie a ritroso questo percorso, risalendone la china, e tornando alla Legge non come illusione, bensì, lo vedremo presto, come allucinazione vera.

Nel Seminario VII Lacan ricordava che il problema della verità non è mai quello di adeguarsi alla cosa, perché la verità ha sempre la struttura di una finzione. Che cosa vuol dire? Ad esempio, che quando un paziente in analisi racconta i propri sogni, non conta assolutamente nulla se il racconto corrisponda realmente a un sogno effettivamente avvenuto. Uno potrebbe benissimo inventarsi tutto di sana pianta eppure, anche in quel caso, la verità non verrebbe meno. Ciò che conta sono le parole scelte, la forma del discorso, l’investimento soggettivo, le ricorsività del significante: ciò che conta insomma è la forma intrinseca del linguaggio. Il problema non è mai la presunta realtà a cui si riferisce, ma il tipo di realtà che il discorso stesso produce e il godimento che lo sostiene. Non è un caso che The Hateful Eight sia infatti letteralmente pieno di momenti equivoci dove un personaggio deve confrontarsi con l’ambiguità di un mondo ridotto a linguaggio, e con il dubbio se credere o no a quello che ha di fronte: la gang di Jody e Domergue risparmia la vita a Smithers per far sì che l’imboscata sia più credibile; la lettera di Lincoln posseduta da Warren potrebbe essere sia vera che falsa; e il film si conclude proprio con una proposta di tregua (non diciamo tra chi), per la quale ci sono buoni motivi per dubitarne e altrettanto buoni motivi per accettarla. Eppure, anche nel massimo dell’ambiguità e dell’equivocità, anche all’apice dell’opacità del discorso – esattamente come nel labirinto testuale del postmoderno – qualcosa dell’ordine della verità può comunque essere prodotto. Ma in The Hateful Eight, diversamente dai primi film di Tarantino, non sarà più soltanto l’eccesso sintomatico – secondo la lezione freudiana, che è ancora intrisa del paradigma dialettico della sublimazione – ma dovrà abbracciare la questione “scandalosa” del godimento. Ovvero il fatto che il problema non è quanto il linguaggio o l’immagine siano in grado di indicare qualcosa della realtà oltre sé stessi, ma che ripiegandosi al loro interno non troviamo il piccolo piacere giocoso dell’intertestualità infinita, ma la dimensione reale di godimento.

Segue qui:

Quando la Legge è ammanettata al godimento. The Hateful Eight di Quentin Tarantino

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