Contributi – L’omogenitorialità e la sua domanda

di Eugenia Scabini, medicinaepersona.org, 10 febbraio 2016

L’acceso dibattito sul tema della filiazione per le coppie dello stesso sesso, per la sua valenza altamente emotiva, si presta ad affermazioni di stampo ideologico e rende difficile invece l’emergere di interrogativi che aiutino davvero a riflettere, cosa quanto mai necessaria per una questione la cui importanza non può sfuggire a nessuno. Una di queste è l’affermazione fatta propria anche dall’American Psychological Association (Patterson, 2005) che le ricerche psicosociali dimostrerebbero unanimemente non esservi alcuna differenza nello sviluppo dei bambini nati e cresciuti da coppie dello stesso sesso rispetto ai figli di coppie eterosessuali. La perentorietà di questa affermazione è già sospetta perché, come sa un buon ricercatore, le ricerche (specie nel campo della psicologia) mentre portano conferme ne dichiarano i limiti e aprono a nuove domande. E in questo caso, come ha ben rilevato Loren Marks (2012), i limiti metodologici sono particolarmente consistenti: i campioni sono prevalentemente di comodo, composti da membri militanti di organizzazioni omosessuali, quasi inesistenti le ricerche longitudinali, l’età dei figli raramente raggiunge la giovinezza, età in cui emerge con più evidenza il tema identitario. Per non parlare poi di domande del tipo “cosa si intende per benessere del bambino?”, “come si misura?”. Perciò è d’obbligo assumere un atteggiamento di cautela nella generalizzazione di questi risultati (Cigoli e Scabini, 2013), visto peraltro che altre ricerche con campioni rappresentativi (Regnerus, 2012; Sullins, 2015) danno un panorama meno confortante sullo stato di “salute” di tali figli.
Ma oltre a ciò vale la pena di porsi un interrogativo che raramente è posto. Perché mai far dipendere una così radicale messa in discussione della famiglia e della filiazione dai risultati di ricerche che, per loro natura, ci danno informazioni parziali e richiedono ulteriori approfondimenti? Se ci volgiamo poi all’esperienza clinica il panorama si fa altrettanto confuso. Soprattutto per quanto riguarda l’apporto della psicoanalisi si fa avanti prepotente la tendenza a liquidare frettolosamente le vicissitudini identitarie legate alla costellazione edipica che per decenni sono state portate a supporto dell’importanza, per lo sviluppo del bambino, di potersi identificare col padre e con la madre. Il corporeo, segnato dalla differenza sessuale, viene invece da alcuni autori che si rifanno alla psicoanalisi (Lingiardi e Carone, 2013) annullato e assorbito dal mentale (in linea con le posizioni più radicali delle teorie del gender) e l’essenza della genitorialità viene identificata nella qualità della relazione tra i partner, indipendentemente dalla combinazione sessuale della coppia.

Segue qui:

http://www.medicinaepersona.org/cm/rassegna.jhtml?param1_1=N152ccb160b062117b53&param2_1=N152ccb160b062117b53

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