Barbetta: “La morale dell’amorale. Meglio Samuel L. Jackson di Di Caprio”

di Pietro Barbetta, doppiozero.com, 15 febbraio 2016

Sono appena usciti due western molto simili tra loro in termini di fotografia, effetti tecnologici, paesaggi, suoni. Insomma: in termini cinematografici. Benché The Hateful Eight, di Quentin Tarantino, privilegi gli interni e The Revenant di Alejandro González Iñárritu, gli esterni, i due film sembrano girati insieme. Visti uno dietro l’altro, a parte la breve passeggiata per cambiare sala, avete la sensazione di rimanere negli stessi luoghi, benché in epoca storica differente. Sul piano psicologico invece i due film sono opposti.

The Revenant racconta la storia di un eroe giusto, padre di un ragazzo “meticcio”. Un Leonardo Di Caprio che ha dismesso la sua espressione ambivalente, tipica dell’antieroe. Ci sono i francesi, alleati con una tribù indiana, e gli inglesi. I francesi sono arroganti e imbroglioni (vecchia storia tra puritani e libertini), gli indiani sono aggressivi perché imbrogliati dai francesi e gli inglesi siamo noi, il pubblico, che fin da subito entra a far parte del gruppo inglese. Ben presto lo schema si riproduce dentro il gruppo inglese. Se si legge la Morfologia della fiaba di Propp, ci si raccapezza meglio. C’è un antagonista che protesta continuamente con il capitano (il capo) per via del fatto che questi si fida dell’eroe. L’eroe non risponde alle provocazioni, il figlio “meticcio” (il buono) reagisce con l’antagonista e l’eroe lo rimprovera, lo invita a non dare sfogo alle passioni. L’escalation simmetrica tra l’eroe e l’antagonista inizia quando l’eroe, dato per morto, torna e sfida l’antagonista. L’eroe vince, anche se muore, e la scarica pulsionale trova consolazione nel fatto che Di Caprio è riuscito a castrare il fuori legge e la parte “al di là del principio di piacere” interna al soggetto che assiste al film.

Film pienamente edipico, secondo i canoni della psicologia dell’Io. L’eroe, nella morfologia del Western, non è buono, è giusto. Distinzione fondamentale e quasi mai colta pienamente. Suo figlio, che è “meticcio”, è buono e si lascia guidare dai sentimenti, l’eroe risponde solo all’inno kantiano: “Dovere! Nome sublime e grande, che non porti con te nulla di piacevole che comporti lusinga; ma esigi la sottomissione […] presenti semplicemente una legge che penetra da sé sola nell’animo e si procura venerazione”. Questa la vera natura dell’Western: fiaba puritana. Me ne resi conto solo quando, anni fa, rividi alcuni Western in lingua originale. Il doppiaggio, per quanto ben fatto, contiene un fattore implicito nella nostra lingua, un sentimentalismo che solo Sergio Leone era riuscito a evitare, grazie all’aiuto dello sguardo di Clint Eastwood. Lo sguardo tempera il linguaggio e Eastwood parlava un italiano molto asciutto, tra i denti. Il giusto e il buono per il Self americano, sono due cose linguisticamente distinte, cultura vuole che trionfi la giustizia, non la bontà o l’indulgenza. Un libro di Sacvan Bercovich, The Puritan Origins of the American Self, del 1975, lo spiega molto bene.

Segue qui:

http://www.doppiozero.com/rubriche/336/201602/la-morale-dell-amorale-meglio-samuel-l-jackson-di-di-caprio-0

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