Binasco, Campagner, Contri, Proietti, Thanopulos su il ddl Cirinnà, i sessi, il pensiero

Ddl Cirinnà. Maschio e femmina? Come l’uva per il vino

di Luigi Campagner, ilsussidiario.net, 25 febbraio 2016

L’idea di giornalismo freudiano è venuta a Giacomo B. Contri alcuni decenni fa, quando il primo traduttore di Lacan in Italia, medico e psicoanalista tra i più rinomati in Europa, si è messo a praticarlo per alcune riviste e dal novembre 2006 quotidianamente, postando alcune migliaia di pezzi brevi sul periodico on line Think! In questi giorni Contri ha seguito con “attenzione fluttuante”, quella tipica di uno psicoanalista in seduta, le cronache relative alle unioni civili e ai suoi risvolti, con la buona volontà di chi prova a farsi un’idea personale su questa smania di famiglia e matrimonio (figli inclusi) che promana dagli avversari di sempre, illudendo i sostenitori degli assetti tradizionali di essere a posto così. Ma non era in crisi la famiglia? E il matrimonio non era la tomba dell’amore? Com’è che nonostante il picco negativo dei matrimoni, il crollo delle nascite, la moda dei single a tutti i costi, delle convivenze prudenziali, del poliamore e altre trovate più o meno goliardiche, ora i figli tutti li vogliono? Provocatoriamente Contri ha postato in un pezzo dal titolo “San Gay” subito dopo i risultati del referendum che ha sancito il matrimonio gay in Irlanda. L’idea è che se il senso di una confessione come quella cattolica si riassumesse nel sostegno.

Segue qui:

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2016/2/25/DDL-CIRINNA-Maschio-e-femmina-Come-l-uva-per-il-vino/682646/

È dalla fine dell’Ottocento che parliamo di omosessuali e società

di Giuliana Proietti, huffingtonpost.it, 23 febbraio 2016

L’omosessualità è una caratteristica genetica o un comportamento appreso? La società dovrebbe concedere agli omosessuali gli stessi diritti degli eterosessuali? L’omosessuale è una persona “normale” o ha in sé qualcosa di patologico? Queste sono le domande che in questi giorni anche le persone che normalmente non si interessano di questo argomento si pongono, sollecitate dal dibattito politico sulle unioni civili. È interessante sapere che queste domande non sono affatto nuove, visto che il mondo scientifico se le pone da circa un secolo, con la nascita della sessuologia e lo studio non moralistico della sessualità umana. La scienza sessuologica nacque infatti a opera di tre grandi pionieri: Albert Moll (1862-1939), Sigmund Freud (1856-1939) e Magnus Hirschfeld (1868-1935), che vengono oggi considerati i più influenti sessuologi del ventesimo secolo. Uno dei primi argomenti di cui si occupò la sessuologia fu l’omosessualità, soprattutto grazie a Moll e a Hirschfeld.

Per capire le domande di oggi può essere utile ripercorrere quel periodo storico, quelle spinte al cambiamento sociale di fine ottocento e quell’idea che si faceva strada, per cui anche la sessualità umana, nelle sue varie sfaccettature, potesse essere studiata e compresa. Per calarci in quelle atmosfere possiamo seguire il cammino, personale e professionale, dello psichiatra tedesco Albert Moll (1862-1939), soffermandoci in particolare sulle accese rivalità che ebbe con gli altri due sessuologi. In Italia Albert Moll è poco conosciuto, poco citato e pubblicato, anche se recentemente gli studiosi sembrano averlo riscoperto, in articoli e convegni, perché per capire bene la storia della sessuologia scientifica e delle varie teorie sulla sessualità (ivi compresa l’omosessualità), non si può prescindere da questo autore, così profondamente immerso nella cultura fin-de-sciècle e legato, per tanti versi, alla psicologia medica, alla sessuologia, all’etica professionale e alla stessa storia ebraica.

Figura di spicco negli ambienti medici di Berlino, Albert Moll si interessò di argomenti diversi, come l’ipnosi, la psicologia, la parapsicologia, l’occultismo, la sessuologia e l’etica medica; scrisse libri popolari e articoli in riviste scientifiche e, come professionista, fu spesso ascoltato come esperto in diversi casi giudiziari sensazionali della sua epoca. Il suo primo cavallo di battaglia fu sicuramente l’ipnosi e l’ipnotismo, tanto che nel 1889 pubblicò il libro “storia dell’ipnotismo”, corredata da suoi esperimenti, la cui stesura fu sostenuta dallo psichiatra svizzzero Auguste Forel e dal filosofo Max Dessoir. Il libro fu un successo a livello mondiale nell’ambiente medico, tanto che William James lo definì un libro “straordinariamente completo e giudizioso” (nei Principi della Psicologia, II volume).  Moll si riteneva un esponente della scuola di ipnosi di Nancy, di Liébeault e Bernheim, e contribuì moltissimo a introdurre l’ipnosi e la psicoterapia in Germania. Ovviamente si trattava di ipnosi medica: Moll era infatti fautore dell’ipnosi quanto contrario ad ogni forma di misticismo, occultismo e spiritismo. Si dedicò infatti allo studio della parapsicologia, ma solo per poterla criticare, e offrì spiegazioni psicologiche ai fenomeni paranormali. Spesso si impegnò per smascherare medium e spiritisti.

Il campo di interesse che gli procurò il maggiore successo professionale fu tuttavia quello della sessuologia, in cui ebbe a che fare con Sigmund Freud (1856-1939) e con Magnus Hirschfeld (1868-1935), con i quali ebbe rapporti molto difficili: per anticipare gli argomenti che seguiranno, possiamo ricordare che Moll sosteneva che il primo lo avesse copiato e che il secondo fosse solo un ciarlatano, incapace di usare il metodo scientifico. Purtroppo per Moll il risultato di questa accesissima rivalità ha avuto come sviluppo il fatto che, ancora oggi, Freud viene ricordato come il fondatore della psicoanalisi e il padre del movimento psicoanalitico, mentre Hirschfeld è stato riscoperto, soprattutto dal mondo gay, in quanto ideatore del primo movimento omosessuale tedesco e della Weltliga für Sexualreform (Lega Mondiale per la riforma sessuale), nonché fondatore del primo istituto di sessuologia al mondo. Albert Moll e il suo lavoro sono stati invece in gran parte dimenticati e oscurati dalla maggiore fama raggiunta dai suoi colleghi-rivali: solo un piccolo numero di storici della medicina e sessuologi hanno studiato Moll e il suo lavoro, nonostante sia stato una figura di grande rilievo fra i medici tedeschi della Repubblica di Weimar.

Moll vs. Freud. Una delle grandi rivalità che Moll dovette affrontare nella sua vita professionale fu il rapporto con Sigmund Freud. Freud infatti era entrato nel mondo della sessuologia dopo di lui, nel 1905, con il suo Drei Abhandlungen zur Sexualtheorie (Tre saggi sulla teoria sessuale), un lavoro di sole 83 pagine, che però viene stampato e discusso ancora oggi. In questo libro Freud respingeva la maggior parte delle convinzioni che la sessuologia aveva fino ad allora accumulato nei dati sperimentali ed empirici e rifiutava la sua terminologia e le sue teorie. Nella prima nota dei Tre Saggi si legge infatti: “I dati che vengono riportati nel mio primo saggio sono tratti dalle note pubblicazioni di v. Krafft-Ebing, Moll, Moebius, Havelock Ellis, Näcke, v. Schrenk-Notzing (correttamente: Schrenck-Notzing) Löwenfeld – Eulenburg, J. Bloch (correttamente: I. Bloch) M. Hirschfeld nonché dai lavori pubblicati nello Jahrbuch für sexuelle Zwischenstufen curati da questo ultimo autore. Poiché in queste opere si trova anche il resto della bibliografia sul tema, ho ritenuto superfluo fornire indicazioni particolareggiate. Attraverso questa mossa, che il sessuologo tedesco Volkmar Siguschdefinisce “arrogante ma geniale”, Freud evitò di fatto di menzionare le opere dei suoi predecessori e si appropriò di alcuni concetti e terminologie, senza citare il dibattito precedente. I termini “autoerotismo”, “zone erogene” e “libido”, ad esempio, non furono invenzioni freudiane, in quanto erano già largamente in uso nella sua epoca fra gli addetti ai lavori. La principale originalità di Freud fu di sintetizzare idee e concetti che per la maggior parte erano sparsi o parzialmente organizzati, e di applicarli direttamente alla psicoterapia.

Segue qui:

http://www.huffingtonpost.it/giuliana-proietti/e-dalla-fine-dellottocento-che-parliamo-di-omosessuali-e-societa_b_9288852.html

Come si esce dal supermarket dei diritti (il lager delle “libertà”)

di Luigi Amicone, tempi.it, 22 febbraio 2016

La discussione sul ddl Cirinnà è sembrata a tutti gli effetti un grande e rumoroso dialogo tra sordi. D’altra parte, il cosiddetto “muro contro muro” comincia quando il testo viene sospeso in commissione e il governo Renzi compie il blitz di portarlo direttamente al voto, calpestando la procedura costituzionale, articolo 72. Ne parliamo con lo psicanalista lacaniano Mario Binasco, uno degli esperti convocati in Senato lo scorso anno durante le audizioni sulla proposta di legge in materia di unioni civili e adozioni gay.
In effetti, il Family Day ha segnato una svolta nel dibattito pubblico sulla Cirinnà. Non crede?
Il tratto comune dei commenti che hanno investito sui media la gente del Circo Massimo è proprio la negazione, il rifiuto di prendere in conto la realtà di ciò che è accaduto, a cominciare dal carattere incredibilmente disarmato, non aggressivo e pacifico della gente presente e del desiderio di legame umano che esprimeva. Quella gente semplicemente c’era, e non doveva esserci: per questo si deve dire di loro tutto il male possibile, perché non sono interlocutori ma fuorilegge politici. Da qui l’odio riversato su di loro da quegli stessi che accusano loro di “hate speech”. Ma non c’è da restare stupiti.
Perché?
Perché la realtà non deve più essere un riferimento e non deve interessare a nessuno: contano solo quell’insieme di deliri di negazione chiamati “politicamente corretto”. Due esempi tra tanti: per quarant’anni ci siamo sentiti ripetere che al mondo eravamo troppi, che era criminale mettere al mondo figli, che saremmo morti di fame, eccetera. Un tabù totale, solo la Fondazione Agnelli ha potuto dire che c’era un problema demografico, che oggi appare tragico eppure ancora velato nei media. Un altro esempio attuale è la totale afasia e paralisi del pensiero di fronte all’islamismo politico chiaramente incombente: eppure, chi di noi avrebbe mai immaginato di trovarsi a guardar decapitare cristiani in televisione?
Perché questa “paralisi del pensiero”?
Negare la realtà non aiuta certo il pensiero. Il meccanismo dominante è quello descritto da Ratzinger nel 1986 in una strepitosa e lucida serie di saggi sulla Chiesa e la politica, dove si interroga su ciò che minaccia la democrazia e può portare alla sua negazione. Dice Ratzinger che «anzitutto c’è l’incapacità di fare amicizia con l’imperfezione delle cose umane»: per questa incapacità, lui dice, «il desiderio di assoluto nella storia è il nemico del bene che è nella storia», è «una rêverie», un sogno a occhi aperti «che scaturisce dalla noia per ciò che esiste…». «Il mondo perfetto… non esiste. La sua continua aspettativa è la minaccia più seria che incomba su di noi… perché di qui nasce fatalmente l’onirismo anarchico. (…) È necessario riapprendere il coraggio di ammettere l’imperfezione e il continuo stato di pericolo delle cose umane». «Immorale è quell’apparente moralismo che mira ad accontentarsi solo del perfetto». E poi l’elemento diagnostico più importante: «L’idea che tutta la storia passata è stata storia della non libertà, ma che finalmente ora o tra poco si potrà o si dovrà costituire la società giusta, è un’idea oggi diffusa», nella quale «in una strana maniera ritorna la mistica del Reich».

Parole grosse da un uomo così mite. Ci spieghi.
Noti: ogni volta che si introduce un nuovo diritto, lo si propone come un guadagno di libertà per qualcuno, ma nello stesso tempo lo si afferma come un diritto assoluto ed eterno che è lì da sempre (anche se mai pensato prima), un diritto che è un dovere imperativo riconoscere: così, in un sol colpo tutti ci troviamo in fuorigioco, criminalizzati come complici di una lesione della libertà, quindi se solo chiediamo tempo per pensare, siamo già degni dei peggiori epiteti. Non contano gli argomenti di realtà, c’è solo un imperativo: reintrodurre la libertà nella storia che appunto è sempre storia della non libertà. È un meccanismo diabolico.

Scusi, ma perché dovremmo fare amicizia con l’imperfezione? E perché sarebbe immorale accontentarsi solo del perfetto? “Accontentarsi” ha un senso negativo, di solito significa rinunciare al perfetto. Ma il perfetto non dovrebbe essere proprio il culmine della moralità?
Noti che Ratzinger non dice “tollerare” l’imperfezione, ma proprio “fare amicizia con”. Questo è decisivo. L’imperfezione delle cose umane non è un accidente che è possibile eliminare: è impossibile per le cose umane essere perfette. Questa impossibilità di perfezione è l’uomo stesso, e se non facciamo amicizia con essa non facciamo amicizia con l’umano. Solo questa amicizia può far convivere le persone in un modo decente, e far convivere ciascuno con se stesso, perché l’imperfezione che non sopportiamo negli altri è la proiezione dell’imperfezione che non sopportiamo in noi stessi. Perciò Ratzinger dice che è pura immoralità voler eliminare l’imperfezione in nome del perfetto. Così si vede dove sta il vero moralismo assassino.

Cosa c’entra la psicanalisi con tutto ciò?
Senza amicizia con l’imperfezione delle cose umane, come sarebbe possibile la psicanalisi? Per Lacan è stato un fatto di carità incredibile che Freud abbia attribuito a ciascuno un inconscio: e sì che l’inconscio è considerato causa dei sintomi e dei problemi che uno porta dall’analista. La cura psicanalitica esiste proprio per questo desiderio di fare amicizia con ciò che non va nella vita, desiderio di sapere come è fatto, di dargli voce, di prenderlo sul serio invece di cercare di eliminarlo o di renderlo mai avvenuto. È solo così che il desiderio dell’analista può incontrare e interpretare il desiderio del soggetto, rendendogli non impossibile assumerlo in un modo più umano.
Se permette un filo di ironia, l’analisi in questo senso è un concentrato di opere di misericordia. La misericordia è inconcepibile al di fuori di questa amicizia con l’imperfezione, sarebbe un moralismo devastante che non fa i conti con ciò che è impossibile all’uomo nella sua vita. La psicanalisi è una via che permette di assumere questa impossibilità e di farne una risorsa per vivere umanamente. Per Lacan il discorso capitalistico (come antropologia e biopolitica, non come semplice economia di mercato) rigetta dal suo programma questa impossibilità (nel gergo analitico: “castrazione”). Che cosa rigetta? La constatazione che la felicità umana è legata a condizioni impossibili – il che non vuol dire che non accadano, ma appunto sono avvenimenti e non sono effetti di un programma né tecnico né politico. L’impossibile è il reale, dice Lacan, e dunque l’essere umano stesso è qualcosa di impossibile, è impastato di impossibile. In un altro linguaggio si può dire che è un miracolo ambulante. Per questo, chi vuole prendere sul serio l’essere umano deve prendere sul serio questa impossibilità strutturale.

Segue qui:

http://www.tempi.it/come-si-esce-dal-supermarket-dei-diritti-il-lager-delle-liberta#.Vs8n7PnhDIU

La genitorialità e la sua legge

di Sarantis Thanopulos, il manifesto, 20 febbraio 2016

Nello scontro sulla genitorialità allargata ai single e alle coppie omosessuali e, di fatto, sul superamento delle modalità di procreazione “naturali”, si dimentica l’essenziale: non sono questioni di pertinenza legale. Il potere legislativo non dispone di strumenti obiettivi per stabilire chi è adatto alla funzione genitoriale o come si deve procreare. Gli “esperti della psiche” non sono in grado di soccorrerlo. Non possono chiudere il futuro delle persone nella loro sfera di cristallo: questa è la condizione perché riescano a pensare e a conoscere. La legge può intervenire in modo normativo, arbitrario (l’ha fatto nel passato e continua a farlo), ma col rischio di creare, a lungo andare, problemi  peggiori di quelli che, si suppone, voglia risolvere. Un suo intervento limitativo della possibilità di diventare genitori può essere necessario in caso di sofferenza psichica o intellettiva grave, ma anche in questo caso l’arbitrio è grande.
L’assunzione della funzione genitoriale e le modalità di procreazione non possono essere preventivamente regolate senza cadere nel pregiudizio. La possibilità di essere genitori non dipende primariamente dal buon carattere, la sensibilità, l’attenzione, l’accoglienza, il buon senso, la fermezza, il rigore (qualità in parte necessarie, ma non sufficienti), la serenità della vita sentimentale, la presenza stabile di un partner  (condizioni  facilitanti, ma non strettamente necessarie) e neppure dal carattere eterosessuale o omosessuale del legame d’amore in cui si è impegnati. La cosa che davvero conta, è essere vivi sul piano del desiderio: capaci, in potenza, di perdersi e di ritrovarsi nell’incontro erotico. Questo implica un senso di responsabilità nei confronti dell’altro desiderato, il suo  rispetto come soggetto desiderante, la partecipazione alla comune regolazione dell’intensità e della  profondità dell’incontro.

Segue qui:

http://www.psychiatryonline.it/node/6061

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