Barbetta: “Le passioni tristi di Benasayag”

di Pietro Barbetta, doppiozero.com, 4 marzo 2016

Gli psi

Sono usciti di recente in Italia due libri di Miguel Benasayag: Oltre le passioni tristi, per Feltrinelli, e Il cervello aumentato, l’uomo diminuito, per Erickson. Benasayag merita attenzione, come scrittore e come clinico, per il suo pensiero e la sua biografia. Una biografia che non è solo legata alla formazione più o meno classica, ma che si avvale di un’esperienza vissuta intensamente, in cui l’autore ha provato “sulla pelle” la tortura e gli eventi storici del golpe argentino, l’oppressione sociale e la dittatura. A poco più di dieci anni da L’epoca delle passioni tristiLes passions tristes, scritto con Gerard Schmit – Benasayag scrive, oggi, Oltre le passioni tristi. L’epoca delle passioni tristi è superata. Fin qui siamo alla buona riuscita di un espediente editoriale. In realtà il testo francese ha un altro titolo: Clinique du mal-être, con un lungo sottotitolo che potrebbe essere tradotto con: gli psi di fronte alle nuove sofferenze psichiche. Ma chi sono gli psi? Con questo termine credo che Benasayag intenda: psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti di ogni scuola e tendenza. In realtà Benasayag critica anzitutto la psicoanalisi classica e le nuove terapie cognitivo-comportamentali.

La psicoanalisi

Clinique du mal-être si compone di una pars destruens e di una pars construens. La pars destruens è una critica alla psicoanalisi classica e alla sua incapacità di cogliere i cambiamenti sociali in atto. Prima ancora di cominciare la sua disamina, Benasayag scrive: “Fino alla fine del secolo scorso, la consultazione psicoanalitica tipica si fondava sulla convinzione (condivisa dal paziente e dal terapeuta) che al cuore della sofferenza del paziente si celasse un significato criptato che avrebbe consentito di spiegare la sua incrinatura (se non di farlo guarire)” (p.27). Era un’epoca diversa per varie ragioni: il tempo era vissuto in modo diverso (o semplicemente esisteva un “tempo vissuto”), il soggetto individuale possedeva “protesi” (l’orologio, l’automobile, ecc.), ma non era protesi delle sue protesi (cellulare, computer, ecc.). C’era ancora una certa resistenza dell’otium al dominio del negotium. La psicoanalisi si era alimentata di questa differenza ricostruendo, in piena modernità, un setting per raccontare la vita, momento per momento, durante la terapia. Tuttavia, come osservarono, negli anni Settanta, Elvio Fachinelli e Michel Foucault, tutto ciò era privilegio delle classi ricche e intellettuali. La psicoanalisi era dunque un po’ come la democrazia di Atene. La stessa psicoanalisi, quando venne applicata a contesti psichiatrici, o di povertà e dissonanza etnica, si rivelò spesso un disastro.

Benasayag non si riferisce unicamente all’Ego-Psychology anglosassone. Le sue critiche si rivolgono anche all’altra sponda del freudismo: la psicoanalisi lacaniana. In questo secondo caso Benasayag mette in evidenza l’avversione all’Anti-Edipo – nota opera di Gilles Deleuze e Felix Guattari – da parte di molti psicoanalisti lacaniani. Secondo Benasayag: “L’Anti-Edipo contiene la critica senza dubbio più giusta, fondata e insieme radicale, del concetto di ‘complesso di Edipo’ come fabbricazione di individui: in sostanza funziona come un imbuto che familiarizza ogni conflitto, ogni desiderio, ogni tropismo” (p. 60). Se il desiderio si presenta come un conatus puramente individuale, il soggetto non assume quella dimensione collettiva che gli permette di uscire dalla dinamica neoliberista dell’adattamento sociale. Così la prescrizione “non esitare di fronte al tuo desiderio” si trasforma in responsabilità individuale – in alcune interpretazioni del lacanismo – a perseguire il “successo”. La domanda che sembra porsi Benasayag è: qual è la differenza tra successo e riconoscimento? Farei un solo esempio (clinico e letterario): Umberto Poli, nel suo percorso terapeutico con Edoardo Weiss, è diventato Umberto Saba per un’operazione di marketing? Oppure perché nella sua poetica riconosciamo una soggettività condivisa e collettiva? Il cambiamento del “nome proprio”, e la scelta di “Saba”, in questo caso, non è precisamente un Anti-Edipo? Una liberazione di risorse immaginarie, che contribuisce a rendere la poesia di Saba eterna? L’Edipo, come sostengono Deleuze e Guattari, diventa principio autoritario quando “rinforza” (termine behaviourista!) l’identità. E la psicoanalisi diventa imbuto attraverso il quale passare per assoggettarsi al trend contemporaneo. “Tra questo ‘soggetto desiderante’ della psicoanalisi europea e la ‘psicologia dell’io’ di origine americana si possono certo rilevare delle differenze, sopratutto teoriche. Ma in fin dei conti, in entrambi i casi, si tratterà sempre di costruire l’individuo come atomo finale…” (p.61).

Segue qui:

http://www.doppiozero.com/rubriche/4270/201602/le-passioni-tristi-di-benasayag

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