Galimberti: “È Tra zero e tre anni che si diventa qualcuno”

Quanto conta la prima infanzia? Moltissimo, perché nei primi mesi di vita si formano definitivamente le nostre mappe cognitive e affettive. Tutto ciò che segue, allora, è colpa dei genitori? No, ma resta, nel bene e nel male, una loro responsabilità

di Roberto Branca, Umberto Galimberti, D Repubblica, 26 marzo 2016

Ritenevo che l’infanzia avesse un’influenza fondamentale per il futuro adulto e le sue caratteristiche, finché non ho letto Conversazioni di Iosif Brodskij, che in proposito dice: «Il mio atteggiamento potrà forse apparire semplicistico, ma non riesco ad apprezzare tutta l’importanza che Freud dà a questa fase della vita. Non credo che vi risiedano tutte le risposte ai comportamenti dell’adulto. Piuttosto parlerei di fuga dall’infanzia. Della psicoanalisi è proprio questo
a darmi fastidio: ricorrere all’infanzia per creare nel soggetto uno stato mentale di vittimismo. In un certo senso riversa la responsabilità su altri, liberando l’individuo dal dovere di rispondere dei propri atti.Così crea una cultura della vittima, e con il suo indice accusatorio gira a 360 gradi in cerca di qualcuno da incolpare». Da una parte mi viene voglia di rifiutare brutalmente questa affermazione, da un’altra mi sembra illuminante nella sua forza provocatoria rispetto a certe degenerazioni della psicanalisi da talk show.
Roberto Branca
roberto_branca@libero.it

Quando veniamo al mondo non disponiamo di nessun codice per orientarci. Percepiamo solo il seno di nostra madre, che non riconosciamo neppure come persona altra da noi. Solo a poco a poco e molto lentamente cominciamo a distinguere noi stessi dalle persone che ci circondano, e ancor più lentamente cominciamo a conoscere, negli oggetti con cui entriamo in contatto, la differenza tra ciò che è morbido e ciò che è duro, ciò che è dolce o salato, ciò che è pericoloso e pericoloso non è. In altre parole iniziamo a costruirci delle mappe cognitive per orientarci nel mondo e delle mappe emotive che registrano l’impressione che le cose del mondo suscitano in noi. Secondo Freud la costruzione di queste mappe avviene nei primi sei anni di vita. Oggi le neuroscienze ci dicono che queste mappe raggiungono il loro compimento definitivo nei primi tre anni di vita. Non che a tre o sei anni si concluda la nostra conoscenza del mondo, ma certamente si conclude il nostro “modo” di conoscerlo.

Segue qui:

http://d.repubblica.it/dmemory/2016/03/26/lettere/rispondeumbertogalimberti/194lette20160326691940194.html

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