Il Lacan di Recalcati

di Giovanni Bottiroli, doppiozero.com, 11 aprile 2016

Nel secondo volume della sua grande monografia (Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto), Massimo Recalcati descrive prevalentemente le forme che la malattia psichica può assumere. Sin dalle prime righe, egli sottolinea l’essenzialità della clinica nella ricerca di un autore che, a partire dal 1966, l’anno di pubblicazione degli Scritti, ha fatto irruzione anche sulla scena filosofica ed è diventato un riferimento tra i più fecondi – anche per chi lo ha rifiutato – nella filosofia contemporanea. Le mie riflessioni ovviamente non contrastano con quanto afferma Recalcati, e cioè che la teoria del soggetto, del desiderio e del godimento, del significante e dell’oggetto piccolo (a) derivano da una creatività teoretica che s’intreccia continuamente e in misura fondamentale con la pratica clinica. Vorrei piuttosto sottolineare l’interesse e gli stimoli che questo secondo volume può suscitare nel lettore che non dispone di una formazione clinica: dalle forme patologiche affiorano le figure del desiderio, e le domande sull’esistenza in quanto elaborate da quel soggetto plastico che noi siamo. Mi sembra perciò legittimo indicare alcune questioni filosofiche che emergono dalla clinica lacaniana, e in particolare dal taglio interpretativo che Recalcati ne offre.   Anzitutto: chi è il Lacan di Recalcati? Se si vuole privilegiare una risposta tra le diverse possibili, credo che si dovrebbe indicare la teoria dei registri. Nella ricezione più scolastica di Freud, il numero 3 era quello dell’Edipo, mentre per Lacan è come l’ago di una bussola che si rivolge verso l’Immaginario, il Simbolico, e il Reale. I registri sono modi d’essere, modi dell’esperienza; quanto all’Immaginario e al Simbolico, si potrà aggiungere che sono modi di guardare e modi di pensare. Molto schematicamente: il Reale è l’uno, cioè la spinta verso l’indiviso; l’Immaginario è il due, il rimando interminabile tra i simili, inevitabilmente condannati alla rivalità, all’aggressione, a passioni distruttive come la gelosia e l’invidia; e il Simbolico è il tre, la forza che interrompe la dialettica speculare dell’Immaginario e penetra nel Reale. Solo parzialmente: in ogni caso, appartengono al Simbolico la potenza articolatoria del linguaggio e l’azione della Legge.    Ogni essere umano è “miscelato” dai registri: sono le relazioni tra Immaginario, Simbolico e Reale a determinare l’identità del soggetto, che è pur sempre “assoggettato”, mai incentrato su se stesso, ma è comunque responsabile di ciò che è. Del suo essere – un termine che non indica un ente oscuro, come credono i filosofi positivisti (nell’accezione ampia, e spregiativa, introdotta da Nietzsche), bensì la dimensione modale dell’esistenza. Già in Freud, è il desiderio di essere, e non soltanto la plasticità della libido, a costituire il tratto distintivo, eminentemente problematico, della condizione umana. Il che implica che l’identità sia una relazione tra almeno due soggetti, tra idem e alter: già in Freud emerge la potenza dell’alterità, l’azione modellizzante esercitata dall’altro così come il suo sottrarsi, per esempio con gli effetti devastanti della melanconia.

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