Risentimento

di Marco Belpoliti, doppiozero.com, 18 aprile 2016

Non c’è dubbio: il risentimento è il mood dominante della nostra epoca. Sempre più spesso gli individui provano un senso di animosità verso gli altri, verso il mondo in generale – livore, astio, ostilità, odio, inimicizia, invidia, malignità, acredine, malevolenza, accanimento, vendetta –, come risposta a offese, affronti o frustrazioni che ritengono di aver subito. Ritengono, ma non è detto che sia davvero così, o che sia accaduto nel modo in cui gli individui suppongono e manifestano agli altri. Sempre più spesso accade che le persone covino un’avversione. Si tratta di un sentimento lungamente coltivato che poi esplode all’improvviso, inatteso anche agli stessi protagonisti. In moltissimi casi il rancore ha origine dal senso di vergogna provato. Rancore e vergogna sono strettamente collegati. Col trascorrere del tempo, sostengono gli psicologi, l’interiorizzazione dell’emozione della vergogna, con la visione svalutativa di sé che provoca, con la lacerazione narcisistica che genera, può portare all’elaborazione di forme d’odio occulte nei confronti di coloro che vengono ritenuti, a torto o a ragione non importa, responsabili della frustrazione, o dell’offesa, subita.   Risentimento e rancore sono sinonimi. Rancore viene dal latino, rancor, e significa: “lamento, desiderio, richiesta”; come ricorda lo psicoanalista argentino Luis Kancyper, che si è occupato in sede clinica e culturale del tema, rancore ha la medesima radice di rancidus, “astioso”, e anche “stantio” e “zoppo”. Quando si subisce un torto ciò che colpisce è il dolore, l’afflizione che ne scaturisce; la reazione immediata è la paura, accompagnata dall’ansia, ma frequentemente anche da uno stato depressivo. Se il torto, poi, riguarda la sfera morale, e implica un oltraggio o un’insolenza, scattano reazioni come la rabbia o l’ira. Sono queste due emozioni che nell’elaborazione successiva – il ruminare continuo della mente – si trasformano in rancore e in risentimento. Ruminare, o rimuginare, è l’attività di pensiero ripetitivo, coattivo, con cui gli individui covano il proprio rancore; ruminare viene dal latino muginari, ci ricordano gli psicologi: è il dondolare, movimento insistente del pensare e ripensare al medesimo evento. Il risentimento, inteso come “sentire ancora, sentire di nuovo”, è il ritornare incessante sul proprio stato emotivo senza possibilità di allontanare definitivamente l’offesa o il torto. Gli psicoanalisti ritengono che la radice profonda del risentimento si trovi prima di tutto nell’invidia.   Perché lui sì e io no? Questa è la domanda principale, forse la sola, che gli invidiosi si pongono. Il filosofo sloveno Slavoj Žižek, ha sostenuto che l’invidia è qualcosa di più, o di meno, del desiderio di possedere quello che ha l’altro – ricchezza, amore, potere. Un sentimento decisamente rivolto al “negativo”: impedire all’altro quel possesso che si agogna. Žižek racconta in vari suoi libri una storiella emblematica. Una strega dice a un contadino: “Farò a te quello che vuoi, ma ti avverto, farò due volte la stessa cosa al tuo vicino!” E il contadino con un sorriso furbo le risponde: “Prendimi un occhio!”

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