Il setting teatro di follia

Nel suo ultimo libro di saggi, “La clinica psicoanalitica contemporanea”, la militanza di André Green contro la demolizione di alcuni pilastri della teoria freudiana

di Francesca Borrelli, ilmanifesto.info, 28 aprile 2016

La morte di André Green, nel gennaio del 2012, sottrasse alla psicoanalisi uno degli ultimi interpreti al tempo stesso fedeli e originali del pensiero di Freud, sottoposto – negli ultimi decenni – all’ondata dei revisionismi che hanno nutrito la favola postmoderna, già di per sé sinistra e ora finalmente avviata al suo epilogo. La decisione di dedicarsi alla sofferenza mentale era venuta a Green dalla convivenza con il lutto inconsolabile di sua madre, che perse la sorella, bruciata viva in un incidente. Quando approdò all’ospedale parigino di Sainte-Anne a metà degli anni ‘50, ebbe modo di conoscere grandi neurofisiologi, psichiatri, psicoanalisti, fra i quali il medico catalano Henry Ey, che iniziò Green alla psichiatria come esercizio dialettico, e quella figura di erudito che fu Julian De Ajuriaguerra, il quale esercitò un ruolo mediatore nell’incontro con altri protagonisti delle ricerche sulla psiche: da Jean Delay a Lagache a Lacan, a Nacht a Male a Lebovici, a Minkovski.
Furono per Green, come lui stesso ha ricordato nella autobiografia titolata Uno psicoanalista impegnato (Borla, 1995) gli anni più belli della sua vita: il duplice interesse per le scienze biologiche e per la filosofia trovava, fra le pareti dell’ospedale di Sainte-Anne, un terreno di incontro ideale, i cui riferimenti principali erano il pensiero di Bergson, insieme alle teorie freudiane e alla tradizione fenomenologica della psichiatria di Jaspers. Poi, come testimoniano le opere degli anni a venire, l’interesse di Green avrebbe ripercorso più volte l’opposizione dialettica tra il pensiero di Melanie Klein e quello di Jacques Lacan, del quale già dal gennaio del ’61 aveva cominciato a frequentare i seminari, probabilmente come reazione alla morte del suo amatissimo analista, Maurice Bouvet. Fu nel luglio di quello stesso anno che avviò i suoi primi scambi con gli analisti inglesi: conobbe Winnicott, Herbert Rosenfeld, Hanna Segal, John Klauber, e di sfuggita Bion.

«L’impatto con loro – raccontava quando lo andai a trovare nel suo studio a Parigi, nel dicembre del 1999 – provocò in me uno shock altrettanto importante di quello indotto dal pensiero di Lacan, ma con una differenza: i suoi seminari erano un piacere per la mente, gli ultimi minuti intellettualmente abbaglianti, ne uscivamo in una sorta di trance; ma non avrei potuto dire che tutto questo mi sarebbe stato d’aiuto con i miei pazienti. Mentre quando frequentavo gli analisti inglesi, quando leggevo o ascoltavo i loro commenti, allora mi dicevo, ecco questa è l’analisi: sentivo che le loro discussioni mi mettevano davvero in contatto con la realtà clinica». Di quelle influenze tengono conto anche i testi appena tradotti da Cortina con il titolo La clinica psicoanalitica contemporanea (introduzione e cura di Andrea Baldassarro, prefazione di Fernando Urribarri, pp. 206, euro 25,00) che raccolgono saggi d’occasione scritti tra il 1997 e il 2000, licenziati dall’autore in quello che sarebbe stato l’anno della sua morte.

Segue qui:

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