Di fronte a un Io diviso

di Francesca Borrelli, ilmanifesto.info, 14 giugno 2016

Tutti i grandi filosofi, e tra questi gli psicoanalisti che meritano di venirvi inclusi, manifestano una sorta di distacco dall’eredità nella quale si sono a loro tempo formati, e questo distacco è in effetti una forma di costruttiva insoddisfazione per il già dato, una rispettosa venatura di dissenso che segnerà i loro scritti come una impronta generativa. È chiara, nel loro pensiero, una revisione del rapporto tra volontà, autorità e uso della ragione, una sorta di ribellione illuministica a quello stato di minorità che consiste nell’abdicare alla propria capacità di ragionamento sostituendole una supposta autorità esterna.

Smaccata e inequivocabile, la subalternità di molti adepti alle varie scuole di turno, assume negli psicoanalisti espressioni a volte imbarazzanti, forse perché la fede si rende necessaria laddove il dogma sfugge alla comprensione (da qui il calco del verbo lacaniano da parte dei suoi allievi, di solito più confusi dell’originale, fatte salve le dovute eccezioni, per esempio il Recalcati interprete di Lacan). Tanto più dunque è rincuorante l’assertività (negli psicoanalisti sempre attraversata da una coloratura affettiva) di un individuo pensante che, grato alle proprie fonti, le alimenta, le discute e le rinnova alla luce della sua esperienza, e della felicità o del dolore che il confronto con altre menti gli ha procurato: figura esemplare di questo preambolo, Christopher Bollas ha dimostrato con molti dei suoi testi di essere uno dei più grandi psicoanalisti dell’ultimo secolo.

UNA FORMAZIONE UMANISTICA

Non a caso, sebbene la esibisca meno di André Green – altro grande protagonista della psicoanalisi morto nel 2012, che ha destinato tanti saggi a argomenti letterari – anche in Bollas è evidente la prospettiva umanistica, giustificata non solo dai suoi studi – ha scritto la tesi di dottorato su Herman Melville – ma da una concezione dell’uomo che problematizza il disagio psichico dei singoli proiettandolo su uno sfondo antropologico che mette in risalto il prolungato infantilismo della nostra specie, il disorientamento dell’animale umano di fronte alla mancanza di una nicchia ambientale che lo preveda, la sua esposizione a un profluvio di stimoli non correlati a comportamenti biologicamente vantaggiosi, e dunque il suo incarnare un compito rivolto a garantire le condizioni della propria sopravvivenza, un compito a sé medesimo, sempre esposto al fallimento.

Fin dall’inizio del suo interesse per la sofferenza mentale, Bollas cominciò a lavorare con bambini autistici, i più impossibilitati a tradurre in parola la loro patologia psichica, e con giovanissimi schizofrenici, i veri protagonisti del suo ultimo libro, appena pubblicato da Cortina, Se il sole esplode. L’enigma della schizofrenia (traduzione di Paola Merlin Baretter, pp. 184, euro 21.00), dove racconta, a partire dalla sua esperienza clinica, le più ricorrenti strategie che questi giovani pazienti elaborano per tenere a bada la loro angoscia, affannandosi a costruire un mondo percepito attraverso i sensi e non mediato dalla mente.

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