Thanopulos, Contri, Caponeri, Recalcati e Arrigone sul femminicidio

L’arrivo del principe nero

di Sarantis Thanopulos, il manifesto, 18 giugno 2016

Una certa violenza della relazione erotica deriva dalla passione: “uccidiamo”, in parte, dentro di noi la soggettività dell’oggetto amato, per poterlo amare, ci facciamo “uccidere” da esso nella nostra soggettività, per poter essere amati. L’amore è come la guerra: la “correttezza” non è il suo luogo preferito. La sua etica è, tuttavia, molto forte.
Più esattamente: l’unica etica possibile è quella dell’amore. Nessuna reale soddisfazione erotica è raggiungibile in assenza del rispetto del desiderio dell’altro e di una relazione paritaria sul piano dell’impegno amoroso.
La passione deve rispettare, per persistere, ciò che più la contraddice: la libertà, l’autodeterminazione del suo oggetto. La violenza si stacca dalla passione quando la relazione erotica si scontra con le ferite narcisistiche degli amanti.
L’uomo teme che la donna possa soggiogarlo e ingannarlo e le rifiuta rabbiosamente ogni vero riconoscimento, equiparando la virilità con la resistenza al fascino femminile. La donna crede che amare la trasformi in un essere privo di valore, esposto al capriccio degli altri, e si sottrae al desiderio del partner. Spesso i due pregiudizi (radicati nell’infanzia) si incastrano e la vita della coppia diventa un inferno.

Segue qui:

http://www.psychiatryonline.it/node/6307

Futili omicidi

di Giacomo B. Contri, giacomocontri.it, 14 giugno 2016 

La futilità è un’aggravante. Conosco la fattispecie descritta ieri da quando, in epoca universitaria, ho visto un film che poteva intitolarsi “Zingari”, in cui l’aitante zingaro si innamora della bella zingara: per un po’ funziona, ma il giorno in cui lei vuole  ritirarsi come Carmen, lui la minaccia di sfregiarla, come in effetti farà: lui ne dà anche la ragione, ossia crede che la perdita della bellezza di lei avrà l’effetto di svincolare il proprio cuore da lei come oggetto futilmente vincolatosi all’Oggetto o Ideale del cuore: futilità verificabile ogni volta che, caduto questo legame, a lui della “bella” non importerà più nulla (come nella battuta finale di Via col vento: “Francamente, cara, me ne infischio!”).

Ciò che lui vorrebbe è un’operazione che non gli riesce, cioè usare il coltellaccio come un sottile bisturi chirurgico, per separare l’oggetto sensibile dall’Oggetto o Ideale, ma gli riesce soltanto di massacrare il primo lasciando intatto il secondo, seguirà il suicidio o la melanconia. In fondo le sarebbe grato se fosse lei, nel lasciarlo, a compiere il taglio chirurgico (come la richiesta alla strega di ritirare il malocchio): ma non avviene così l’(as)soluzione dall’angoscia: il malocchio amoroso ne uccide più della spada.

http://www.giacomocontri.it/BLOG/2016/2016-06/2016-06-14-BLOG_futili_omicidi.htm

Innamorarsi uccide

di Giacomo B. Contri, giacomocontri.it, 13 giugno 2016

E’ la morale della sessantina di femminicidî recenti in Italia: una morale che quasi nessuno tira perché l’esperienza, che dovrebbe servire a tutto, serve a niente. Ogni canzone d’amore ha una morta nel finale: Sara, Sara /…/Don’t ever leave me, don’t ever go.

Il brutale assassino bruciatore sfregiatore maschio, è il sesso debole dell’innamoramento. La moritura quando sopravvive, poi si rifà, duramente. E’ in tutta questa brutta storia, odierna e millenaria, che un uomo potrebbe rendersi utile, finalmente!

http://www.giacomocontri.it/BLOG/2016/2016-06/2016-06-13-BLOG_innamorarsi_uccide.htm

“Tu sei solo mia” e quelle domande troppo insistenti

di Luisa Pronzato, 27esimaora.corriere.it, 4 giugno 2016

L’amore non uccide, non picchia, non crea possesso. Eppure certi atteggiamenti che sono già indici di controllo possono essere avvertiti come appaganti e amorevoli, «Che c’è di male se lui mi chiede come sono vestina e vuole che gli mandi un selfie?», «Perché mai non dovremmo scambiare le nostre password», «Siamo sempre insieme? Lui mi accompagna ovunque perché siamo una cosa sola».
«Che qualcuno dica “ho bisogno di te” fa sentire importanti», dice Massimo Adolfo Caponeri, psicoanalista che lavora sulle dipendenze. «Attenzione, se poi il bisogno è assoluto ed è proprio vero si sostituisce all’amore e crea situazioni di dipendenza da cui non potersi più staccare. È utile prendere coscienza del modello di relazione che si sta vivendo quando ancora non è avvenuta la prima manifestazione aggressiva». Entriamo allora nelle righe delle storie, le nostre storie, per leggere i segni di una relazione distorta che all’apparenza fa dire (e pensare): guarda che belli quei due, si amano davvero.
«Ci sono atteggiamenti che vanno riconosciuti per evitare di avvitarsi in dinamiche dove l’esclusività non si accontenta di un rapporto privilegiato ma diventa assoluta, nel senso del possesso e di una gelosia ossessiva che si esprime attraverso il controllo», dice lo psicoanalista. Ed è proprio quel controllo che non si riconosce subito come tale.

Segue qui:

«Tu sei solo mia» e quelle domande troppo insistenti

Perché il femminicidio?

di Carlo Arrigone, snodi.net, 3 giugno 2016

Nel 1929 Sigmund Freud scriveva un saggio sul “disagio della civiltà”. Purtroppo oggi più che allora la civiltà sembra non solo a disagio, ma gravemente a rischio, vista la sempre maggiore frequenza con cui gli uomini uccidono le donne. Purtroppo quasi ogni giorno le cronache – italiane e non – riportano tragedie che abbiamo rubricato sotto la definizione di femminicidio, un massacro che ha portato la comunità internazionale a dare il via ad una giornata mondiale contro la violenza alle donne, fissata il 25 novembre di ogni anno.
In questa ondata di delitti c’è ben poco di civile: è una barbarie crescente.
A ben vedere si tratta di una vera e propria guerra (in)civile, di cui noi oggi vediamo principalmente la parte dell’attacco degli uomini sulle donne. Ma, all’osservazione attenta, non ci vuole molto ad accorgersi che l’odio è reciproco.
Basta pensare a quanto poco duraturi sono diventati i rapporti di coppia, anche quando iniziati sotto i migliori auspici dei grandi innamoramenti, spesso si trasformano in battaglie all’ultimo sangue, con rappresaglie da una parte e dall’altra, caratterizzati da un odio crescente e indomabile. Assistiamo quotidianamente a famiglie massacrate, anche senza spargimento di sangue, dove ci sono solo vittime, e i figli sono spesso il terreno di queste battaglie.
La storia dei rapporti tra uomini e donne non sempre è andata bene e a volte è andata molto male. La tragedia, la letteratura, l’arte sono piene di rappresentazioni di odio reciproco. La storia ne è intrisa. Giuditta che taglia la gola ad Oloferne, nella potentissima rappresentazione di Artemisia Gentileschi, è un’icona indimenticabile dell’altra faccia della medaglia.
Guardando questa celebre immagine (recentemente riscoperta grazie a mostre internazionali che hanno restituito alla pittrice il posto che le spetta nella storia dell’arte) non ci si poteva illudere nemmeno per un secondo che la donna fosse il sesso debole. E invece per millenni la nostra civiltà ha continuato a raccontarsi quella che è di fatto una ridicola favoletta.
Impostare i rapporti come rapporti di forza, tra una debole e uno forte, non è certo un buon inizio. Infatti, come vediamo negli ultimi decenni, è finita in guerra e come in tutte le guerre c’è un oggetto del contendere. Per cosa si combattono uomini e donne, cosa vogliono conquistare?

Segue qui:

http://www.snodi.net/site/?q=node/204

Quella ragazza bruciata come strega della libertà

di Massimo Recalcati, repubblica.it, 2 giugno 2016

La strega appariva come il simbolo del carattere anarchico e indomabile di una femminilità che si rifiutava di adattarsi passivamente alla rappresentazione patriarcale della donna come custode del focolare e madre premurosa dei suoi figli. Solo nel sacrificio di sé, della propria libertà e dei propri desideri, una donna, secondo quella cultura, poteva redimere la propria natura peccatrice e tentatrice e la debolezza innata del suo intelletto — incarnata nella figura biblica di Eva — consacrandosi masochisticamente alla sua funzione di genitrice e di serva della famiglia.

I corpi della streghe torturati e arsi vivi da una cultura sessuofobica che non poteva ospitare lo scandalo del desiderio che la donna incarna agli occhi dell’uomo ritornano come spettri sopravviventi nei crimini contemporanei degli uomini nei confronti delle donne. Certo, non siamo più nel tempo del Malleus maleficarum e della caccia alle streghe, ma qualcosa di quella cultura violenta, segregativa e mortificante, ritorna quando gli uomini si ergono impunemente a giudici e giustizieri della loro vittime. Ancora di più nel caso di Sara dove il ritorno del fuoco fa emergere come l’odio verso le donne possa nutrire profondamente l’immaginario maschile. Perché? Quale la loro colpa imperdonabile? Non è solo in gioco una perdita di potere da parte degli uomini. La loro fatica a riconoscere la libertà della donna, il loro rifiuto della femminilità, è, piuttosto, una forma radicale, forse la più radicale, di razzismo. Si tratta di stroncare il diritto di esistenza a chi con la sua esistenza minaccia la stabilità e l’identità della nostra. Si tratta di eliminare una esistenza differente, eccedente, irriducibile al potere fallico della ragione maschile.

Segue qui:

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/06/02/quella-ragazza-bruciata-come-strega-della-liberta28.html?ref=search

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