Psicoanalisi e patologie sociali del nostro tempo. Intervista a Giovanna Leone dell’Università Sapienza

di Sonia Topazio, ilfoglietto.it, 23 giugno 2016

Giovanna Leone, Psicologa e Professore Associato presso l’Università Sapienza di Roma, attualmente insegna Psicologia sociale e della comunicazione, per gli studenti dei corsi triennali di Scienze della comunicazione; Psicologia della politica, per gli specializzandi in Editoria e nuove professioni della comunicazione; Psicologia di Comunità per gli studenti della Magistrale in Psicologia del Benessere e della Salute. Autrice di numerose pubblicazioni, è full member di diverse associazioni scientifiche, tra cui AIP (Associazione Italiana Psicologia – sezione di Psicologia Sociale), EASP (European Association of Social Psychology), SIPSA (Società Italiana di Psicologia della Salute, membro del comitato esecutivo) SIPCO (Società Italiana di Psicologia di Comunità). La professoressa Leone ha accettato molto gentilmente di rispondere ad alcune nostre domande e per questo la ringraziamo davvero tanto.

Professoressa Leone, perché la psicoanalisi nasce proprio nel centro dell’Europa? Sarà un caso che due guerre mondiali abbiano avuto proprio lì la loro origine?

Credo che all’origine del pensiero psicoanalitico, com’è rintracciabile nei primi scritti freudiani, ci sia stato un incontro fecondo tra varie forme di marginalità sociale, rilette alla luce delle intuizioni di una mente straordinaria. Il primo grande marginale è stato, a mio avviso, Freud stesso: figlio di una famiglia ebraica, non trovò la sua collocazione nell’università della Vienna in cui si era molto brillantemente formato. Il fatto che l’accademia lo respingesse, per motivi che a mio avviso erano anche legati alle origini e al censo della sua famiglia, è stato in fin dei conti la sua e la nostra fortuna. Ho visto in una mostra organizzata nella sua casa-studio viennese, vuota dell’arredamento che Freud portò con sé quando la principessa Bonaparte lo aiutò a organizzare il suo esilio a Londra, la copia di una lettera molto nobile e ironica in cui Freud rifiutava una cattedra che gli era stata offerta molto goffamente e soprattutto tardivamente, dopo che il modo in cui pensiamo alla nostra vita mentale era stato già rivoluzionato per sempre dai suoi scritti e dalla sua prassi terapeutica.

A partire dalla necessità di optare per la pratica clinica, cui lo aveva forzato la chiusura delle speranze in una carriera universitaria, Freud incominciò a incontrare persone appartenenti alle categorie marginali della società dell’epoca: donne “isteriche”, che soffocavano nella gabbia troppo stretta delle convenzioni benpensanti sul dover essere femminile, e uomini che avevano sperimentato la terribile fraternità delle trincee della prima guerra mondiale. I versi di Ungaretti, “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, dicono con meravigliosa concisione di questa attesa impotente della morte, cui la gioventù europea fu costretta. Questa prima guerra mondiale segnò, come Benjamin intuì perfettamente, l’impossibilità per il reduce di narrarsi con semplicità e di venire ascoltato con reverenza al suo ritorno. La necessità di reinventare nella pratica psicoanalitica un nuovo modo di ascolto della sofferenza dei sopravvissuti smascherò per sempre l’illusione di grandezza delle guerre precedenti, che trasfigurava l’esperienza bellica nel mito dell’eroe.

La negazione della sessualità, la comprensione dell’inutilità e della ferocia della guerra, la caduta delle illusioni in una natura falsamente angelicata della vita umana sono state, io credo, alla base del pensiero di questo grande irregolare, che ha inventato uno spazio-tempo speciale, dedicato a chi è spinto ai margini della vita sociale. La sua voce, profondamente immersa nella cultura europea – Freud ricevette il premio Goethe per la qualità della sua scrittura, e arricchì ogni suo scritto di riferimenti continui all’arte, all’architettura, ai miti classici greci – entrava in dialogo con i suoi pazienti attraverso l’offerta di un’interpretazione. Nella sua grande originalità, questa invenzione terapeutica riecheggiava in qualche modo il midrash, il commento che considera i testi sacri come segni inesauribili, da cui trarre atti di significazione molteplici. Né si può dimenticare, dietro alla decisa scelta freudiana della “via regia” dell’interpretazione dei sogni, la saggezza ebraica che compara ogni sogno non meditato adeguatamente da chi lo ha avuto a una lettera che il destinatario ha dimenticato di leggere.

In sintesi, credo che il grande pensiero europeo tra le due guerre mondiali, di cui Freud è un’espressione formidabile, sia emerso contemporaneamente da una grande tensione e violenza, che ha dato vita a fenomeni terribili, e da una altrettanto grande capacità di far dialogare tra loro le diversità culturali, aprendosi all’insegnamento delle minoranze emarginate e creative, quelle che Serge Moscovici ha definito “le minoranze attive”. Credo, inoltre, che questa chiave di comprensione, che Lei suggerisce per spiegare le radici passate del pensiero psicoanalitico, possa essere valida ancora oggi, per cogliere le novità che l’Europa è in grado di esprimere nel contesto storico attuale, gravido di minacce ma anche di potenzialità. Penso ad esempio, da un lato, alla nostra politica estenuata, che inclina con facilità verso il cinismo impotente o il populismo violento, e, d’altro lato, alle migliaia di volontari che accorrono a sostenere i migranti che cercano di raggiungerci, inventando continuamente gesti di comunicazione semplici e potenti, che superano con un’efficacia stupefacente distanze culturali immense.

La psicoanalisi potrebbe definirsi come primo tentativo di rispondere alla malattia del pensiero occidentale: l’individualismo?

Per rispondere a questa domanda vorrei ricordare una illuminante distinzione che un grande storico della psicologia, Robert Farr, tracciava rispetto alle teorie: dicendo che tutte le nostre teorie sono teorie sulla mente, ma solo pochissime sono destinate a diventare teorie nella mente, cioè a trasformarsi in strumenti di riflessione su sé stessi usati dalla maggioranza delle persone di buona cultura, e non solo dai professionisti della ricerca psicologica. Certamente, la psicoanalisi è un esempio preclaro di teoria sulla mente che è diventata anche teoria della mente: se ieri si poteva insultare il proprio ragazzo rimproverandogli di essere mammone, oggi gli si può dire che non ha superato del tutto il complesso di Edipo.

Al di là delle battute, credo che la psicoanalisi abbia aiutato il processo di autoconoscenza che la cultura in cui viviamo ha iniziato da moltissimo tempo, riflettendo sulla propria inquietudine interiore come faceva anche Sant’Agostino nelle sue Confessioni. Più che l’individualismo, penso che un problema che si può imputare al pensiero psicoanalitico è il sospetto che una parte delle proprie azioni non ricada sotto la propria diretta responsabilità. Questo rischio ha due facce. Da una parte, la psicoanalisi ci ha consentito di scoprire l’importanza dei moventi inconsci in molti momenti della nostra quotidianità (gli atti mancati, i lapsus, i motti di spirito, tutte quelle piccole difficoltà che caratterizzano quella che Freud chiamava la psicopatologia della vita quotidiana). In tal modo, ha realizzato quella che è stata significativamente chiamata una salutare “mortificazione” scientifica delle nostre idee su noi stessi. Galileo, rischiando molto, ha mortificato la nostra pretesa che il sole ci girasse intorno. Darwin, incontrando ironie e attacchi, ci ha mostrato che ci sono molte continuità tra noi e quegli animali che ci illudevamo di dominare a partire da un’incomparabile superiorità. Freud ci ha mostrato che “l’Io non è padrone in casa sua” e che deve continuamente venire a patti con processi che in parte sfuggono alla sua consapevolezza. Ma questa salutare mortificazione può tradursi in una giustificazione: poiché non dipende da me, non sono responsabile dell’eventuale danno che provoco nell’altro. Credo che la fuga dalla responsabilità nella vita personale e sociale sia il grande rischio a cui è esposto chi si rende conto, fino in fondo, di quanto la vita mentale sia molto più complessa dei processi che avvengono in modo consapevole. Ma voglio anche dire che quest’ottica auto-giustificatoria non era affatto presente nel pensiero originale di Freud; che anzi, al contrario, descriveva il fine della terapia dicendo che, al termine di una terapia ben fatta (e, in quanto tale, non proseguita in modo interminabile) “là dove c’era l’Es ci sarà l’Io”.

Segue qui:

http://ilfoglietto.it/il-foglietto/4813-psicoanalisi-e-patologie-sociali-del-nostro-tempo-intervista-a-giovanna-leone-dell-universita-sapienza.html

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