Thanopulos: “Gabbie per scimmie”

di Sarantis Thanopulos, il manifesto, 16 luglio 2016

Dell’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi, il 36enne nigeriano ucciso a Fermo, non è chiara l’intenzionalità. Chiarissima è, invece, l’intenzionalità dell’insulto “scimmia” rivolto alla compagna di Emmanuel dall’omicida, che è stato la causa del litigio fatale. Per quanto un insulto non possa essere paragonato a un omicidio dal punto di vista delle conseguenze legali, è un errore grave sottovalutare le sue implicazioni etiche e il suo impatto sulla vita sociale (oltre che sulle relazioni intime e private).
L’insulto può avere conseguenze molto negative anche quando è solo una reazione aggressiva occasionale, soprattutto in mancanza di dispositivi contenitivi che ne attutiscano la violenza. Sicuramente la ripetitività delle offese e degli atteggiamenti insultanti, che spesso sono oggetto di una tolleranza impropria, ha un effetto molto logorante sulla qualità della nostra vita relazionale. Dove è richiesto il rispetto reciproco con gli altri, la ripetuta lacerazione dell’educazione formale ferisce la sostanza della nostra umanità.
La situazione è terribilmente più distruttiva se l’insulto fa parte di un’intenzionalità di discriminazione dell’altro, di un’affermazione della propria superiorità nei suoi confronti assoluta e immodificabile, che elude uno specifico campo di confronto (in cui la competizione può essere ammissibile e stimolante). L’insulto discriminante è un’azione intenzionale con cui il soggetto razzista pretende di oggettivare il suo narcisismo negativo, mortifero. L’altro è trattato come oggetto subumano, privo di una vera e propria soggettività, sul quale è proiettato in modo permanente, come marchio di costitutiva inferiorità, il profondo senso di inadeguatezza del soggetto discriminante. Grazie alla proiezione, esso copre la sua incompiutezza con un illusorio senso di superiorità.

Segue qui:

http://www.psychiatryonline.it/node/6344

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