Recalcati: “Quattro volti di Jacques Lacan”

di Massimo Recalcati, da leparoleelecose.it, 20 luglio 2016 

[Il saggio che segue [1] è tratto da Un cammino nella psicoanalisi. Dalla clinica del vuoto al padre della testimonianza(Mimesis), una raccolta di scritti di Massimo Recalcati a cura di Mario Giorgetti Fumel, uscita nelle scorse settimane].

Il sogno di Lacan

Mi è capitato poche volte di sognare Lacan. In uno di questi sogni mi appariva come scomposto da uno specchio che rifrangeva la sua immagine in modo che apparissero, stratificati come in un quadro cubista, diversi volti di Lacan. L’impressione era quella di qualcosa che sfuggiva a una resa identitaria coerente, che il volto di Lacan non si lasciasse catturare mai in uno solo. Lo sognavo attraverso l’oggetto che lo aveva reso celebre (lo specchio, la sua teoria dello “stadio dello specchio”), ma il suo volto si moltiplicava come se la sua testa fosse quella di un alieno. Nel sogno restavo disorientato fi no alla nausea di fronte a questo strano collage. Mi stropicciavo gli occhi chiedendomi se era la mia vista a essere alterata oppure se ciò che vedevo aveva una sua propria consistenza. Ripensando al sogno, una delle mie prime associazioni legò i diversi volti di Lacan ai suoi quattro discorsi.

I volti attraverso i quali mi appariva erano forse quattro come i suoi discorsi?

Una volta il mio amico Rocco Ronchi pose un interrogativo sulla natura del discorso di Lacan; se era uno dei quattro discorsi qual era? Oppure dovevamo considerare il discorso di Lacan come un altro discorso, irriducibile ai quattro? Che discorso era il discorso di Lacan? Forse il mio sogno era anche una risposta a Rocco Ronchi; il discorso di Lacan non lo si può afferrare come un solo discorso, non può essere identificato in uno dei quattro. Come nel sogno il volto di Lacan mi appariva plurimo, scomposto, rifratto, allo stesso modo il suo discorso sfugge alla rigida identificazione con uno dei quattro discorsi. Non a caso questo sogno apparve all’indomani della mia decisione di rinviare ancora una volta la conclusione di un libro sulla sua opera che mi stava occupando da circa vent’anni.[2]

Erano quattro volti, dunque, non uno solo; impossibilità di venire a capo di Lacan, di scrivere in un discorso definito il discorso di Lacan, impossibilità di afferrarlo in un solo volto, in una sola lettura, necessità di pluralizzarlo come lui fece con il Nome-del-Padre, necessità di liberare Lacan dal pensiero unico. Se seguiamo il mio sogno come una piccola fantasia scientifica, possiamo provare a individuare davvero quattro diversi volti di Lacan. Questi mi appaiono come altrettanti aspetti fondamentali del suo pensiero, come quattro vettori che lo percorrono costantemente. Propongo di nominare questi quattro volti così: Lacan-ironico, Lacan-matematico, Lacan-tragico, Lacan-clinico.

Lacan-ironico

 Il primo volto di Lacan è quello ironico. Lacan-ironico erode ogni versione identitaria della soggettività. Chi è l’Io che dice “Io” ? Chi è Io? Chi sono Io ? Lacan ritorna a porre, dopo Cartesio, la questione della natura dell’Io, ma vi risponde in tutt’altro modo; l’Io non coincide con il pensiero, non è “cogito”, non stabilisce un’identità, non è ciò che è, non è un Uno chiuso, non è, come voleva Cartesio, la “roccia sotto la sabbia”, il sostrato costante e immutabile del soggetto.

La natura dell’Io appare a Lacan come rifratta, scomposta, plurale. “Il vero Io non sono mai Io”, recita beffardamente il Lacan-ironico.[3]

L’Io non consiste di nessuna sostanza, non è il perno ontologico immutabile della realtà umana. Tutta la riflessione di Lacan intorno allo stadio dello specchio mostra che l’Io non ha un centro in se stesso, ma si costituisce solo attraverso una miriade d’identificazioni. Assomiglia a una cipolla fatta di tanti strati identificatori senza alcun cuore solido, senza un centro consistente.[4] La lezione del Lacan-ironico non solo sfiducia l’Io come rappresentante del governo di sé, ma ritiene che laddove l’Io avanzi questa pretesa – la pretesa di essere il governatore della soggettività – si generi il massimo di malattia e di follia. Se si pensa l’Io come identità, se si dimentica che l’Io è un aggregato di identificazioni, se la credenza nell’Io assume i tratti perentori di una fede, di un’esigenza, di una volontà imperitura, se la figura debole e stratificata dell’Io-cipolla lascia il posto a una rappresentazione monumentale, statuaria dell’Io, il soggetto umano finisce nelle braccia della follia. La più grande follia, secondo il Lacan-ironico, non è nel delirio o nell’allucinazione, nella deviazione dalla norma, nello scatenamento delle pulsioni, la più grande follia è quella di credersi un Io, di pensarsi come il padrone di se stessi.

La follia più grande non consiste nella molteplicità delle identificazioni, non sarebbe la disidentità, l’assenza di centro, quanto piuttosto l’installazione dell’Io come identità chiusa, monadica, sufficiente a se stessa, autonoma. La follia più grande, precisa ancora ironicamente Lacan, non è essere privi di Io, ma è quella di credersi un Io, è la follia dell’“Iocrazia”.

Un pazzo che si crede Napoleone, scrive il Lacan-ironico, è chiaramente un pazzo ma non gli è affatto da meno un re che si crede un re.[5]

Il vizio di questa credenza immaginaria consiste nell’espellere dall’Io tutto ciò che l’Io non governa. Ma poiché questa espulsione è impossibile – espellere l’alterità dall’Io significa espellere l’Io stesso in quanto integralmente costituito dall’alterità dell’altro –, la spinta folle del narcisismo non può che prendere la via della violenza e dell’aggressività. Da questa follia narcisistica che non sa riconoscere la dimensione dell’alterità può sgorgare solo una aggressività suicidaria.

Per questo, per Lacan, il gesto di Caino ha la sua matrice ultima in quello di Narciso: distruggere l’altro come sede della propria alienazione che il sogno narcisistico di un’identità chiusa su se stessa non può consentire di far esistere.

La follia non è solo nell’allucinazione e nel delirio psicotico, ma è anche nel rifiuto della divisione soggettiva, nel porsi come Uno, nell’installarsi come identico a se stesso. La follia umana è nei gesti di Narciso e di Caino che Lacan assimila e incrocia mostrando come l’uno sia la faccia in ombra dell’altro.

In effetti, Lacan stesso mostrava di non credersi affatto “Lacan”. Questo accentuava probabilmente il suo sentimento di solitudine. Il suo sorriso non era qualcosa di frequente da vedersi negli ambienti ingessati della psicoanalisi ortodossa. Lo ricorda bene Gilles Deleuze in una sua testimonianza:

Gli psicoanalisti ci insegnano la rassegnazione senza limiti, sono gli ultimi preti (no, ne spunteranno ancora di altri preti). Non si può dire che essi siano allegri, guardate lo sguardo spento che hanno, la loro nuca irrigidita… soltanto Lacan ha conservato un certo senso del sorriso.[6]

Per questo Lacan era o, meglio, poteva sembrare, grottesco. Lo spirito di serietà che irrigidisce l’esistenza in ruoli codificati e imperituri misconoscendo la divisione del soggetto, lo spirito di serietà dell’Io, dell’arroganza narcisistica dell’Io, non apparteneva in nessun modo a Lacan. La dimensione istrionica ed eccentrica della sua personalità mostrava, sino al limite della provocazione, lo stile ironico del suo rapporto con il sembiante. Se non s’ironizza sui sembianti, se non si mantiene una certa distanza dal sembiante che ci rappresenta, lo spirito di serietà prende il sopravvento e atrofizza inevitabilmente la vita del desiderio. Quando il sembiante si sovrappone completamente all’essere – annullando ogni gioco possibile, ogni scarto, ogni discontinuità – l’essere s’irrigidisce in identità e il soggetto si solidifica nel proprio Io. Ma è proprio quando il sembiante reclama uno statuto ontologico – quando si pone come un “essere” – che abbiamo la follia come delirio dell’identità, la credenza narcisistica nell’Io, la malattia umana per eccellenza, l’Io come sintomo mentale dell’uomo.[7]

Contro questa follia dell’identità, il Lacan-ironico ci ricorda che “Io” non coincido mai con il mio essere, che tra l’Io e l’essere c’è sempre una fessura, un interstizio, uno iato impossibile da colmare. Ogni sembiante, compreso quello dell’Io, non esaurisce mai l’essere, non può pretendere di realizzare l’essere come una semplice presenza. Qualcosa sfugge sempre. Da questa prospettiva Lacan imposta la sua critica sovversiva a ogni riduzione della pratica della psicoanalisi a un dispositivo disciplinare finalizzato ad addomesticare il soggetto dell’inconscio, a ridurlo al potere padronale dell’Io.

Diversamente da queste deviazioni psicologistiche che fanno della normalizzazione del soggetto l’obbiettivo della pratica psicoanalitica, per Lacan la psicoanalisi resta un’esperienza dell’eccentricità, della singolarità a ogni principio di adattamento.

L’Io che la psicologia dell’adattamento pretenderebbe di rafforzare non sa nulla di cosa il soggetto desidera, non conosce i desideri del soggetto, non ha consapevolezza dell’eterogeneità che separa il soggetto dall’Io. Dando parola al soggetto dell’inconscio, l’esperienza dell’analisi non sospinge affatto verso un’estirpazione del desiderio o verso una sua uniformazione all’Ideale dell’Altro, quanto, piuttosto, a disfare l’Io per rendere possibile la separazione dall’Ideale che l’Io rappresenta. Non sono ciò che devo essere, non sono il mio “Io ideale”, ma sono ciò che desiderio. Tuttavia, poiché l’essere del mio desiderio non ha la natura di una sostanza né di un’identità, ma solo quella di un movimento, di una forza, di un flusso – direbbe Deleuze – che disarciona qualunque sovranità identitaria, “Io” non posso mai credermi un “Io” senza perdermi come soggetto dell’inconscio. Per questo il Lacan-ironico mostra che là dove “Io” credevo di essere un “Io”, l’Es (il soggetto del desiderio) deve avvenire portando la luce della verità, mostrando l’Io come pura formazione di misconoscimento.

Segue qui:

http://www.leparoleelecose.it/?p=23866

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