Thanopulos, Recalcati, Silva, Barbetta, Gori, Contri e altri sui fatti di Nizza

Il contagio del terrore sulle menti fragili in cerca di un senso

di Massimo Recalcati, repubblica.it, 24 luglio 2016

Era evidente che gli ultimi due attentati — quello del Tir a Nizza e quello del giovane armato di ascia in Germania — ci obbligavano ad uno scenario del terrore più articolato di come appariva all’indomani degli attentati di Parigi e Bruxelles. Era assolutamente evidente che un altro protagonista si stava aggiungendo a quello già conosciuto, tetro e feroce, dell’Is e dei suoi “martiri” fanatici. Questo nuovo protagonista ha un nome e cognome. È la follia, il passaggio all’atto chiaramente psicotico, la psicopatologia di coloro che hanno compiuto gli ultimi attentati. Ancora una volta l’Occidente si trova confrontato al problema della marginalità sociale che caratterizza il profilo degli ultimi attentatori e che, respinta dagli identikit sociologici dei professionisti del terrore (giovani inseriti, universitari, borghesi, ecc), ci ritorna addosso come un flash che non possiamo più ignorare. Allo stesso modo la giovane età di questi assassini non può non segnalare un’altra grave emergenza: come ridare senso alla vita dei nostri figli, come ridare loro futuro, speranza, avvenire, fiducia, lavoro? L’apparizione dell’allucinazione psicotica sulla scenario della lotta contro il terrorismo non deve ridurre ovviamente il fenomeno dell’Is ad un fenomeno psicopatologico, ma indubbiamente lo dilata, lo espande e lo insinua nelle pieghe più precarie della nostra vita sociale.

Segue qui:

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/07/24/il-contagio-del-terrore-sulle-menti-fragili-in-cerca-di-un-senso04.html?ref=search

Guerra civile nel deserto dell’anima

di Sarantis Thanopulos, il manifesto, 23 luglio 2016

Un comune dolore ci unisce in questi giorni tristi con gli Stati Uniti. A Dallas un nero, reduce della guerra in Afganistan, ha ucciso cinque poliziotti bianchi. Pochi giorni dopo, un altro nero, ex militare decorato, ha ucciso tre agenti senza preoccuparsi del loro colore. Volevano vendicarsi dell’uccisione di due neri da parte della polizia americana: le ennesime vittime di un pregiudizio trasformato in condanna a morte. Una discriminazione persistente si affaccia al rischio di una guerra civile. La “guerra americana” porta il razzismo storico della maggioranza dei bianchi nei confronti dei neri verso uno scontro generalizzato e indiscriminato in cui ognuno rischia di vedere nell’altro un estraneo pericoloso da cui difendersi. È difficile fidarsi dell’altro in una società in cui i motivi di diffidenza reciproca abbondano, a partire dalla pesante eredità dello schiavismo (che avvelena le coscienze di tutti) e la mancata integrazione delle culture e delle religioni (che restano, in gran parte, scompartimenti stagni).
La Francia, paese emblematico dell’Europa, sia per le più nobili delle sue tradizioni sia per le più irrisolte delle sue contraddizioni, è ugualmente esposta ai venti di una guerra civile, che nel nostro amore per gli schemi predefiniti preferiamo considerare come guerra con il fanatismo islamico. A Nizza è andata in scena, nel più orribile dei modi, la distruttività surreale più volte messa in azione, dei diseredati impazziti che non hanno nulla da perdere e non possono aggrapparsi neppure all’odio.

Segue qui:

http://www.psychiatryonline.it/node/6356

Quei giovani psicotici e il delirio del terrorismo

di Massimo Recalcati, repubblica.it, 22 luglio 2016

Gli ultimi atti terroristici ci obbligano a guardare in un nuovo abisso. Siamo franchi: la crudeltà dell’assassino del Tir o del ragazzo diciassettenne con l’ascia poco hanno a che fare con l’identificazione fanatica alla Causa che ispira l’adesione al radicalismo islamico. L’abisso dentro il quale dobbiamo guardare è quello della violenza come manifestazione dell’odio puro verso la vita che indubbiamente il terrorismo islamico ha contribuito decisamente a diffondere. Si tratta di una violenza che non conosce più argini etici e che, di conseguenza, è al servizio della morte. Sono soprattutto i giovani, i giovanissimi che si armano per colpire non i loro nemici ma altri esseri umani senza differenza di razza, sesso, età, ceto sociale, religione. Perché? La giovinezza non dovrebbe essere il tempo dell’apertura della vita, del suo fiorire? Non sarebbe più predisposta della vita adulta alla contaminazione, al contatto, al confronto, al rispetto della libertà? Sappiamo che la giovinezza è il tempo della vita più esposto alla crisi: non è l’infanzia protetta dalla figura del genitore; non è ancora la vita adulta segnata e rafforzata dalle spine dell’esperienza. La giovinezza è il tempo dove lo scarto tra il pensiero e l’azione rischia di farsi troppo esile, dove l’onnipotenza del pensiero può giungere a negare l’esistenza stessa della realtà.

Segue qui:

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2016/07/22/quei-giovani-psicotici-e-il-delirio-terroristico30.html?ref=search

 “L’Isis ci impedisce di vedere che la questione è principalmente politica”

da politis.fr, 21 luglio 2016 e lettera.alidipsicoanalisi.it (traduzione di Elena De Silvestri)

Roland Gori è psicoanalista e Professore emerito di Psicopatologia clinica all’Università di Aix-Marseille. Nel gennaio 2009 ha dato avvio all’Appel des appels– un coordinamento di movimenti e associazioni relativi all’ambito della cura, della ricerca, dell’educazione, del lavoro sociale, della cultura – il cui scopo è federare una pluralità  di istanze  che criticano l’ideologia neoliberale e le sue conseguenze, in particolare sui servizi pubblici. Gori è autore di numerosi saggi e libri tra cui segnaliamo: L’Appel des appels. Pour une insurrection des consciences(Paris, Mille et Une Nuits-Fayard, 2009) ; La Fabrique des imposteurs (Les Liens qui Libèrent, 2013) e, più recentemente L’Individu ingovernabile (Les Liens qui Libèrent, 2015).

Secondo lo psicoanalista Roland Gori, gli autori dei recenti attentati sono i mostri generati dal neoliberalismo. Egli considera Daesh un fenomeno alle cui spalle si nasconde una profonda crisi politica, senza via d’uscita immediata, ma che sarà necessario risolvere per sradicare il terrorismo.

Politis: Quale è la sua analisi di ciò che è accaduto a Nizza la scorsa settimana?
Roland Gori. Sarebbe prudente dire che ancora non si sa nulla. Che c’è bisogno di tempo per selezionare, attraverso delle indagini, i dati da raccogliere, il tempo per un’analisi multidimensionale, che mobiliti il pensiero. Abbiamo bisogno di tempo per pensare ciò sta accadendo e in quale modo siamo arrivati sin qui. Abbiamo bisogno di comprendere ciò che accomuna ciascuna di questi stragi e ciò che invece le differenzia le une dalle altre. Nel complesso reagiamo troppo alla svelta. Cosa che può essere giustificabile in materia di protezione, sicurezza, o assistenza, ma non lo è in termini d’informazione o di analisi. Ora, gli stessi dispositivi d’informazione e d’analisi sono stati raggiunti e corrotti dalle derive della “società dello spettacolo” e dei “fatti di cronaca”, che permettono la mercificazione delle emozioni e dei concetti. Questo non è accettabile, né moralmente né politicamente, perché distrugge le basi su cui si fondano le nostre società e contribuisce a generare le tragedie di oggi.  È la risorsa economica dei nostri nemici, tanto dei loro alleati effettivi quanto delle loro comparse involontarie.

Qual è la responsabilità dei media?
G. I media hanno una grande responsabilità in questo caso: essi contribuiscono alla celebrazione mediatica, da Star Academy, dei passaggi all’atto criminale, passaggi talvolta immotivati –nel senso quasi-psichiatrico del termine commessi– da personalità più o meno patologiche, che non hanno alcun rapporto personale con le loro vittime. Ciò non significa che tutti questi omicidi rispondano ad una stessa logica, che siano tutti opera di psicopatici o di psicotici. Alcuni sono autenticamente politici, altri appartengono al fanatismo “religioso”, altri ancora a reti “mafiose” che hanno trovato nel terrorismo una nuova fonte di guadagno.
La maschera ideologica o religiosa può essere più o meno decisiva, un fattore determinante a seconda dei casi: il massacro di Charlie, quello dell’hypercasher, quello del Bataclan, di Nizza, o l’aggressione dei passeggeri di un treno in Baviera non hanno affatto le medesime motivazioni. Daesh “raccatta” tutto, e ciò favorisce la sua impresa di destabilizzazione dell’Occidente, colpendo il “ventre molle” dell’Europa, nella speranza di favorire gli attriti tra le diverse comunità. È l’appello alla guerra civile lanciato da Musad Al Suri nel 2005: un appello rivolto alla resistenza islamista mondiale, che mobilita tutte le popolazioni musulmane, al fine di colpire gli ebrei, gli occidentali, gli apostati, proprio là dove si trovano.
A partire da quel momento ogni crimine, ogni omicidio che si possa “marchiare” con un segno di appartenenza comunitaria, viene riciclato come “combustibile” made in Daesh. Fa parte della strategia del gruppo e della sua propaganda. Attribuendo un’unità e una consistenza a una miriade di azioni più o meno ispirate dal terrorismo djihadista, rischiamo di confermare esattamente la loro campagna terroristica.

Dichiarando immediatamente che l’assassino di Nizza era legato a Daesh, Francois Holland ha dunque commesso un errore?

G. Le dichiarazioni di Hollande (e del suo seguito) al momento dell’orrore di Nizza mi sono sembrate premature e pericolose. Hollande rischia di cascare in pieno nella trappola tesa da Daesh: in primo luogo sostenendo e confermando una propaganda per cui ogni strage sarebbe frutto di un’opera di reclutamento dell’organizzazione terroristica. La radicalizzazione di una personalità apparentemente così problematica come quella dell’assassino di Nizza, le sue dipendenze e le sue violenze, la sua bisessualità e il suo alcolismo, riducibili sbrigativamente al “radicalismo religioso” al servizio di un “terrorismo di prossimità”, mi lasciano perplesso.
In secondo luogo, annunciando che gli attacchi in territorio straniero sarebbero raddoppiati, Hollande fornisce un pretesto a tutti coloro che vogliano vendicarsi dell’arroganza occidentale e delle strategie di mantenimento dell’ordine dei vecchi colonizzatori. Così facendo conferma la propaganda dei salafiti, sostenitori della linea della djihad. Il fatto che un presidente, nel suo animo e nella sua coscienza politica, senta la necessità di ordinare delle operazioni militari, non ha nulla di scandaloso… dovrà rendere conto della sua decisione davanti al parlamento e al popolo. Ma che lo annunci così, con una dichiarazione ad effetto come risposta a delle stragi, non mi sembra un atto politico e tantomeno produttivo.

Cosa ha pensato della reazione degli (altri) politici?

G. È normale per noi, come vittime, parenti delle vittime, vox popoli, essere travolti dall’odio, dal desiderio di vendetta, dal dolore e dalla violenza di un’infinita tristezza che ha accresciuto la nostra sete di morte e di vendetta. Altra cosa è che i politici si lascino trascinare in ugual modo dall’emozione immediata.
Né i politici, né le dichiarazioni dell’opposizione –salvo rare eccezioni– si sono dimostrati all’altezza della situazione. I morti, le vittime e i loro familiari, meritavano di meglio. Ancora una volta è tra il popolo, tra coloro che sono stati là, anomini, discreti, umani, che essi hanno trovato il linguaggio, la presenza, l’amore di cui avevano bisogno. La celebrazione mediatica dei criminali (sono d’accordo con la proposta lanciata dal collega e amico Fethi Benslama su Le Monde di “anonimizzare” maggiormente gli autori delle stragi, o almeno di evitare di renderli “celebri”), così come ogni spettacolarizzazione, risulta inopportuna. Fanno l’interesse del nemico, se nemico vi è dietro ognuna di queste stragi.
Dunque, siamo prudenti: Daesh tenterà di fare propri tutti gli omicidi che potrebbero contribuire, più o meno indirettamente, al suo progetto, e alimentare la sua propaganda, chi l’ha organizzata, chi l’ha ispirata… e gli altri. Non facciamogli trovare la pappa pronta.
Mi viene in mente un’analogia che vorrei condividere con voi: nel decorso della schizofrenia, talvolta, si assiste alla comparsa di un particolare delirio, quello della “macchina influenzante”. Si tratta della convinzione delirante, nel paziente, che quello che accade al suo corpo (sensazioni, eruzioni, dolori, erezioni… ) sia “fabbricato” da una macchina manovrata dai suoi persecutori per farlo soffrire. La comparsa di questo tipo di delirio è spesso amplificata dalle scoperte tecnologiche, alle volte contemporanee ad essa. In questo caso va accusata la macchina o la malattia mentale?
L’ideologia è molto spesso un “macchinario” che permette a tanti di “funzionare”, e di colmare il vuoto dell’esistenza. Non basta eliminare le “macchine” per cancellare l’uso che ne facciamo. Ma vi sono alcune macchine più pericolose di altre, quelle di cui dobbiamo prioritariamente preoccuparci, per sapere quali bisogni esse facciano nascere e perché, proprio oggi, trovino il “personale” necessario a farle funzionare.

Cosa fare allora?

G. Trattare politicamente il problema, e non reagire immediatamente all’emozione. Lasciandosi trascinare dall’emozione, dalla vox populi, Hollande firma le dimissioni della politica: è un fatto molto grave. Fare politica non significa lasciarsi trasportare dall’onda di un’opinione pubblica terrorizzata, piuttosto illuminarla, aiutarla a pensare queste tragedie.
Per questo è necessario lasciare tempo ad un’indagine e tentare di comprendere ciò che sta accadendo. Anche se Daesh rivendica gli attentati – a Nizza, oppure in baviera, con questo ragazzo di 17 anni che ha aggredito i passeggeri di un treno con un ascia–, nulla ci porta ad escludere che si tratti di una rivendicazione opportunista. Daesh ha tutto l’interesse a “raccattare” ogni crimine in cui si possano ravvisare, anche in minima parte, delle tensioni tra comunità, poichè questa lotta djihadista, di genere del tutto nuovo, auspica una sorta di guerra civile interna all’Occidente, in particolar modo in Europa. È la sua principale risorsa economica.
Daesh sfrutta le armi dell’avversario: i media, i video, i siti dei giovani… E’ la sua forza, ma anche la sua debolezza, perché spinge i terroristi a rivendicare azioni compiute da personalità poco “ortodosse” e che agiscono in contraddizione con i valori da loro sostenuti.
L’arcipelago “terrorista” trae forza dal suo sparpagliamento, dalla sua mobilità, dal suo carattere proteiforme e opportunista, ma con il tempo questa potrebbe diventare la sua debolezza. Come tutti gli arcipelaghi rischia la dispersione, la frammentazione, l’erosione. Spieghiamolo alle popolazioni martirizzate da Daesh – a volte amministrate con rigore e abilità, ma sempre con opportunismo affarista ed estrema crudeltà – che a Mossoul si gettano gli omossessuali dal balcone-tetto, e che a Nizza li si trasforma invece in “soldati” del “califfato”! Che ascoltare musica è sacrilego a Raqqa, ma necessario ai soldati per la propaganda finalizzata al reclutamento dei giovani!
Tutte le ideologie finiscono per screditarsi nel momento in cui i loro più entusiasti funzionari non agiscono come predicano e non predicano come agiscono. Inutile richiamarsi alla ragione per “de-radicalizzare” (detesto questa parola, un falso-amico, decisamente!)… E’ necessario mostrare, e mostrare una volta ancora, queste contraddizioni. E non dimenticare, come scriveva Marx, che “essere radicali significa afferrare le cose alla radice”. Dunque: siamo radicali!

Lei ha parlato di “teofascismo” per designare Daesh, che cosa intendeva dire?

G. È la tesi che difendo con forza: io credo che i teofascismi siano mostri creati da noi. In questo momento il nostro modello di civiltà è in panne. La notizia buona è che la visione neoliberale dell’umano è agonizzante, moralmente in rovina, non più credibile. Quella cattiva è che questa sua agonia perdura. È esattamente la definizione che Gramsci dà della “crisi”: “è quando il vecchio mondo sta per morire, e il nuovo mondo tarda a nascere. In questo chiaroscuro nascono i mostri”. Ci troviamo proprio lì.
L’ideologia neoliberale di un universale uomo “imprenditoriale”, guidato dalla ragione tecnica e dall’interesse economico, orientato dal mercato e da un diritto occidentale globalizzato, non ha più presa fra le masse. Questo vecchio mondo le ha impoverite, le ha fatte soffrire ogni giorno di più. Il neoliberalismo si sostiene unicamente su strutture istituzionali di potere, su attività interconnesse in maniera sistemica, e politiche di governo allineate alla medesima causa. Ma i popoli non ne possono più.
Come alla fine del XIX secolo, come nel periodo tra le due guerre, oggi rinascono dei “movimenti” di massa, nazionalisti, populisti, razzisti… che cercano disperatamente un’alternativa al mondo “liberal-universale dei diritti dell’uomo-del progresso-della ragione” di questa “religione di mercato” ai cui riti vengono sottomessi i cittadini e i popoli. Ma non ne possono più.
Oggi siamo governati, lo diceva anche Camus, da macchine e fantasmi. È in questo chiaroscuro che nasce ogni forma d’angoscia. Angoscia del caos, dell’annientamento reciproco, di roghi universali. Così nasce anche ogni genere di miseria, economica, simbolica, di declassamento, d’invisibilità. In sintesi, tutte le passioni generate dall’odio e dalla paura. Hollande ha ragione sul fatto che vi è un rischio di smembramento. Non soltanto della società francese, ma di molte regioni del mondo, in particolare d’Europa. E’ da queste faglie sismiche che emerge Daesh, così come così come i populismi, i razzismi, FN e così via…

Segue qui:

Nizza, l’Isis e il neoliberalismo

Testo originale:

http://www.politis.fr/articles/2016/07/daesh-nous-empeche-de-voir-que-la-question-majeure-est-politique-35183/

Riempire l’inferno

Dal Bataclan a Nizza, siamo davanti a uno stragismo ludico che lascia un segno imperituro

di Umberto Silva, ilfoglio.it, 20 luglio 2016

La noia”, scrive Baudelaire, “l’occhio gravato da una lacrima involontaria, sogna i patiboli fumando la sua pipa”, e di pipe drogate l’annoiato Mohamed ne deve avere fumate tante. Ma sognare non gli bastava a cacciare la noia, nemmeno una scatenata bisessualità lo saziava, non lo avevano commosso i figli, le orge, l’alcool, così si guardò attorno e scoprì i jihadisti, gente che gli proponeva brividi ben più interessanti di una scopata a otto. Lo jihadista al quale interessa solo uccidere e morire, uccidere morendo, morire uccidendo, stuzzicò Mohamed e gli diede l’ispirazione per tagliare la corda dal mondo della noia. Mohamed colse al volo l’occasione e se il suo gesto fu un buon servizio all’Isis a sua volta l’Isis lo premiò, concedendogli l’occasione di una morte comme il faut, qualcosa di glorioso e risonante, la tragica caricatura d’una parata militare, di un’entrata trionfale, di un angelo sterminatore. Si può pensare che falciando i bimbi e le loro madri il mostro ridesse, un riso sempre amaro però, non la si fa franca con l’inconscio – che altri chiamano Dio. Mohamed era infelice anche facendo quella che aveva tentato di convincersi fosse la migliore delle azioni, che avrebbe cacciato la sua noia portandolo nel cielo delle uri, per poter felicemente dire “dammi le ciabatte stronza”. Niente da fare, noia su noia, ovunque tu sia, Mohamed, devi ammetterlo.

Segue qui:

http://www.ilfoglio.it/la-politica-sul-lettino/2016/07/20/nizza-strage-riempire-inferno___1-vr-144622-rubriche_c465.htm

Potere a Nizza

di Giacomo B. Contri, giacomocontri.it, 18 luglio 2016

Per un momento, il 14 luglio, il potere a Nizza è stato quello di un dis-graziato, secondo uno slogan postumo che gli applico: la violenza agli im-potenti. Con una premeditazione che anche gli psicotici hanno. Saranno contenti quelli che fanno la correlazione di potere e violenza, e ne fanno il principio dell’opposizione tanto politica quanto domestica.

Questa correlazione ha un adagio: il potere dell’uno finisce dove comincia quello dell’altro (per l’esattezza nello slogan la parola è “libertà”, ma fa lo stesso). Non è l’adagio dei soci d’affari, anche amorosi: pensare l’amore come affare è l’unico caso in cui la parola “amore” trova legittimazione: l’amore è affari, produzione di ricchezza.

http://www.giacomocontri.it/BLOG/2016/2016-07/2016-07-18-BLOG_potere_nizza.htm

Il narcisismo estremo e il terrorista

di Ugo Morelli, doppiozero.com, 18 luglio 2016

L’irruzione improvvisa di una potenza ignota o la lenta e distillata penetrazione attraverso l’indottrinamento e l’addestramento: entrambe le vie mostrano di essere in grado di generare il desiderio di gloria che coinvolge e travolge le personalità dei terroristi suicidi. I Mohamed Lahouaiej Bouhlel, l’attentatore di Nizza nel giorno anniversario della rivoluzione francese, il 14 luglio 2016, ha ricevuto una radicalizzazione rapida della sua scelta. Atta, il capo terrorista dell’attentato alle Torri gemelle aveva avuto una lunga preparazione. Percorsi diversi per esiti simili. La guerra cambia quando chi uccide non lo fa più per salvare se stesso. Tanto che se il terrorista suicida non muore si tende a considerare fallita l’operazione, come hanno già sostenuto Diego Gambetta e con lui Marco Belpoliti occupandosi del tema su doppiozero. L’azione terroristica suicida diventa allora una finalità trascendente basata sulla distruttività come fine ultimo. Uno dei suoi caratteri peculiari è la purezza che deriva dal compimento del sacrificio di se stessi. Dal mito dell’angelo vendicatore al narcisismo, le leve psichiche interiori, sollecitate dall’educazione, fanno parte della predisposizione delle personalità suicide. Forse, di conseguenza, non si può più neppure chiamarla guerra quella in corso, se non risponde a nessuno dei criteri con cui nel tempo è stato identificato quel fenomeno. Riprendendo quello che ha scritto Sergio Benvenuto: il vero fine del terrorismo non è vincere una guerra ma farci vivere nel terrore; se la guerra non è il fine, c’è da chiedersi se sia un fine a muovere il terrorismo suicida. Così come accade quando si vede qualcuno correre in motocicletta così all’impazzata viene da domandarsi se non stia sfidando la morte e se chi lo fa non abbia piuttosto paura di vivere. Era stato Lucio Battisti qualche anno fa a cantare: correre a fari spenti nella notte per vedere se è tanto difficile morire.

Segue qui:

http://www.doppiozero.com/materiali/il-narcisismo-estremo-e-il-terrorista

La strage di Nizza e l’età psicotica

di Pietro Barbetta, doppiozero.com, 17 luglio 2016

Siamo in epoca psicotica, non è la prima e non sarà l’ultima, nessuna apocalisse. Cos’è un’epoca psicotica? Come insegna Paul-Claude Racamier (1924-1996), la psicosi – tra gli altri sintomi familiari – è la negazione di qualsiasi tipo di conflitto. Nei sistemi psicotici “conflitto”, per definizione, significa “distruzione”. Bisogna far sempre finta che tutto vada bene. Nei momenti in cui il conflitto “si mostra” – come direbbe Wittgenstein – si mostra in termini distruttivi, unica sua possibilità, giacché il resto deve essere “dialogo”. Sintassi dei sistemi psicotici. Non è questo ciò che i politici chiamano totalitarismo? Sembra che i sistemi psicotici e il totalitarismo siano un unico soggetto visto da dentro e da fuori.

Quando, di fronte a un conflitto, anziché aprire una discussione, ci si rivolge a un’istanza superiore, preposta, nella mente di chi lo fa, ad annientare la parte “altra” del conflitto, allora siamo ai capi scala della Germania Democratica, alla buca delle delazioni. Questo soggetto collettivo esiste e non è quel soggetto collettivo romantico che libererà l’umanità da ogni male. È narcisista e sadico. Però, questo soggetto, non è struttura patologica individuale, è sistema patologico. Non si tratta di cattiva educazione familiare; neppure di neurotrasmettitori in eccesso, o in difetto. Questa patologia è effetto di un contesto storico-sociale; un portato culturale antico, che di tanto in tanto riemerge, l’effetto di un brodo culturale.

Che differenza c’è tra Andreas Lubitz, 28 anni, Anders Breivik, 37, e Mohamed Lahouij Bouhlel, 31? Il primo aveva superato i test psicologici per diventare pilota – segno che la psicologia non è una sfera di cristallo per divinare il futuro – il secondo è di estrema destra e si spertica in saluti nazisti ogni vola che lo fotografano, del terzo ancora si sa poco, forse era un fondamentalista religioso, forse no, il suo gesto è stato rivendicato da Isis, ma è difficile pensare a una sua affiliazione ufficiale. Breivik si è inventato un soggetto collettivo che, almeno fino alla strage, era tutto nella sua testa, Bouhlel un soggetto collettivo di riferimento ce l’avrebbe avuto, ma a posteriori. Isis ha esultato per il suo gesto.

Tutti e tre, il tedesco Lubitz, il norvegese Breivik, il tunisino Bouhlel, sono nati sulla soglia di una crisi culturale epocale. I politologi, abituati a spiegare il mondo attraverso polarità, incominciano a confondersi. Quando non si capisce più da che parte stare, si sviluppano le più svariate teorie del complotto. Come non capire che la democratizzazione post-comunista non è passata attraverso la questione dei diritti, ma attraverso quella del mercato. Che il post-comunismo è guerra di tutti contro tutti e che, se non si fa un po’ di ricerca psicologica, di questi fenomeni è impossibile venire a capo con le categorie del politico?

Segue qui:

http://www.doppiozero.com/rubriche/336/201607/la-strage-di-nizza-e-leta-psicotica

Inseguendo il bordo vertiginoso delle cose

di Rosalba Miceli, lastampa.it, 15 luglio 2016

«Papa Francesco è solidale con le vittime e tutto il popolo francese dopo l’attentato di Nizza e condanna “nel modo più assoluto ogni manifestazione di follia omicida, di odio, di terrorismo e ogni attacco contro la pace”, afferma padre Federico Lombardi, in una dichiarazione all’Ansa (Città del Vaticano, 15 luglio 2016). Manifestazione di follia omicida, di odio, di terrorismo e ogni attacco contro la pace – in una parola – l’esternalizzazione dell’aggressività contro l’essere umano individuato come oppositore o nemico, unita alla volontà di rovinare in qualsiasi modo l’oggetto odiato, e alla percezione soggettiva (dal punto di vista dell’aggressore) della sostanziale “giustizia” del proposito di distruzione. Legittimazione della violenza che, per l’assalitore di Nizza, non fa distinzione tra adulti e bambini, passanti e forze dell’ordine, turisti e residenti del luogo, non distingue tra i volti delle vittime o potenziali vittime. Il volto dell’Altro, incrocio di immagini e sensazioni – il solo capace di attivare percorsi di risonanza interiore – è qui svuotato di ogni consistenza.

Seguendo l’interesse per «il bordo vertiginoso delle cose» – quei limiti che per alcuni sono invalicabili e che altri superano (la citazione è da un verso di Robert Browning in Bishop Blougram’s Apology) – percorrendo l’esiguo crinale tra il bene e il male, il senso e il nulla, la riflessione dello scrittore Graham Greene incontra il rapporto tra odio e immaginazione: «Considerando attentamente un uomo o una donna, si poteva sempre cominciare a provarne pietà… Era una qualità insita nell’immagine di Dio… Quando si erano vedute le rughe agli angoli degli occhi, la forma della bocca, il modo in cui crescevano i capelli, era impossibile odiare. L’odio era semplicemente una mancanza di immaginazione» (Il potere e la gloria, 1940).

Affrontare il problema del profilo psicologico di un aspirante terrorista è sempre molto complesso per gli addetti ai lavori. Tratti di personalità e motivazioni individuali si incrociano e si saldano con le ideologie che alimentano il terrorismo. Particolarmente interessanti e densi di informazioni sono i proclami che i terroristi stessi fanno in prima persona – spesso utilizzando i mezzi di comunicazione più avanzati – o i racconti dei loro più stretti familiari e amici. Esaminando questi racconti, talora è possibile capire perché il futuro terrorista intraprenda il percorso che lo porterà infine ad accettare di morire per uccidere meglio e a morire affinché viva meglio l’immagine che lo rappresenta.

Segue qui:

http://www.lastampa.it/2016/07/15/scienza/galassiamente/inseguendo-il-bordo-vertiginoso-delle-cose-ZbohivIdYyNgwVmKsYw29O/pagina.html

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