Vittorio Avanzini: “Altro che minaccia per l’editoria, dovrebbero farmi un monumento”

Romano, nato il 24 agosto 1938, fondatore e attuale presidente della casa editrice Newton Compton, parla l’uomo che ha attraversato cinquant’anni di editoria italiana

di Antonio Gnoli, repubblica.it, 31 luglio 2016

l dottor Avanzini Vittorio veste in maniera inappuntabile. Ogni mio pensiero brutale arretra davanti a una rigida e innocente eleganza di altri tempi. Guardo le sue mani ben curate, il volto serenamente incastonato in un ovale di parole liete, che sembrano pettinate dalle mani di un barbiere, e penso a come quest’uomo sia uscito indenne dal darwinismo editoriale di questi anni. Avanzini parla del suo lavoro di editore. E lo fa con la scaltrezza tutta italiana di chi sa che se non puoi combattere i tuoi nemici fai in modo di adottarli, con benevolenza e umiltà: “Il vecchio Arnoldo Mondadori? Un grande self made man. Come il vecchio Rizzoli, del resto. Einaudi? Un signore, un principe rinascimentale. Peccato che un giorno fallì”, si guarda le unghie mentre misura le parole in quell’ufficione di via Panama dove ha sede la Newton Compton. I libri, tutti rigorosamente Newton sovrastano ogni spazio lasciando solo questa zattera di scrivania sulla quale mi aggrappo un po’ disperato. Perché sono qui? La cosa che mi incuriosisce, che mi ha spinto in questo angolo elegante di Roma è quel senso di fastidio che si prova ogni qualvolta si sente pronunciare la parola “Newton Compton”: “Ho vissuto da escluso, sono stato messo spesso ai margini da un mondo che riteneva che per fare l’editore si dovessero avere particolari natali, o un’eleganza mentale scesa direttamente dall’alto. Erano stupiti, i miei colleghi. Ma come? Anche lei del mestiere? E più segnavo un punto a mio favore più venivo visto come un pericolo, una minaccia per l’editoria, forse perfino l’esito di un dramma grottesco”.

È un bello sfogo. Si sente ancora un paria?
“No, anche se altri hanno provato a farmici sentire. Non ci sono riusciti. Vede? Questa stanza, a parte il budda tailandese, il divano su cui faccio sedere i miei collaboratori, questa scrivania dove lavoro, il resto sono i nostri libri. La nostra fortuna. Il nostro lavoro”.

Il tutto quando ha inizio?
“Sono stato libraio a Roma, quando le librerie erano fantasmi. Era il 1960, ultime notizie dal boom, l’autostrada del Sole ancora in costruzione, gli intellettuali che giocavano a fare gli intellettuali e io con una laurea in economia e commercio appassionato dilettante di libri. Mi dissi: potrei venderli. Dopo qualche tempo, pensai: potrei produrli. Con un gruppo di soci aprimmo, nel 1964, l’Avanzini e Torraca. Ben presto ci dividemmo, dopo aver avuto qualche intuizione editoriale”.

Segue qui:

http://www.repubblica.it/cultura/2016/07/31/news/avanzini_vittorio_altro_che_minaccia_per_l_editoria_dovrebbero_farmi_un_monumento_-145139465/

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